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Quel pasticciaccio della Tari

A fare i furbetti questa volta sono stati i Comuni

Gio 30 Nov 2017 | di Armando Marino | Soldi

Fatta la legge, trovato l'inganno, recita il luogo comune solitamente riferito al furbetto di turno. Ma capita che il furbetto sia lo Stato, nelle sue varie articolazioni. è quel che è successo con la Tari, ennesima definizione per la tassa dei rifiuti, partorita dalla inesauribile passione burocratica per le sigle. Il governo, pressato dai media e dalle opposizioni, ha finalmente ammesso che molti Comuni stavano violando la legge in modo da gonfiare la tariffa applicata ai propri cittadini. L’inganno parte dalla composizione della tariffa che ruota su due diversi parametri: i metri quadri dell’immobile (parte fissa) a cui è applicato il tributo e la quantità di spazzatura prodotta (parte variabile), misurata convenzionalmente con il numeri dei componenti del nucleo familiare. La parte variabile andrebbe calcolata una sola volta per ogni immobile a prescindere dall’esistenza di giardini, cantine o soffitte, che sono già conteggiate nella parte fissa. Questo perché se un nucleo familiare è composto da tre persone, non è che la sua composizione cambi quando va in garage o in giardino. Invece una serie di Comuni furbetti hanno conteggiato la parte variabile anche per le cosiddette pertinenze dell’appartamento. è successo in grandi Comuni come Milano e Napoli, Cagliari, Rimini, Siracusa. Ma anche in tanti paesi più piccoli, ad esempio in Puglia e Abruzzo. Per capire se si è tra i raggirati e si ha quindi diritto a chiedere indietro quanto pagato in eccesso, bisogna consultare il dettaglio della composizione della tariffa come indicato nella lettera, che in genere il Comune manda a ogni contribuente per specificare la cifra da versare. Se nella parte variabile oltre alla voce principale ne compaiono altre con diciture come “domestica - accessori” o “domestica - pertinenze”, seguite da un numero di componenti (che in genere sarà 1), significa che da anni pagate più del dovuto per la vostra spazzatura. Mentre scriviamo il governo sta decidendo se è come prendere posizione ufficialmente, rendendo più facile chiedere indietro i soldi. Se anche non accadesse, sarà comunque possibile presentare una richiesta. Per farlo bisogna spedire una raccomandata all’ente esattore (a volte i Comuni si affidano a società esterne o a municipalizzate). Sarebbe meglio però rivolgersi prima a un Caf o a un commercialista per farsi conteggiare con precisione la cifra da chiedere indietro. Ci sono cinque anni di tempo per farlo e il Comune ha 90 giorni di tempo per rispondere. Se non lo fa, trincerandosi dietro il silenzio assenso, ci si potrà rivolgere a un legale. Con ottime probabilità di vittoria, visto che il governo ha riconosciuto l’errore.  
 

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