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Ai bambini gli faccio sentire il vento

Vanni Oddera, campione di freestyle, Fa provare l'eBbrezza della moto a chi è in difficoltà

Gio 30 Nov 2017 | di Angela Iantosca | Attualità
Foto di 8

La vita cambia quando siamo pronti a cambiare. E può accadere così all'improvviso, in un giorno qualsiasi, salendo su un taxi maleodorante guidato da una persona senza gambe.
«Quando salì su quel taxi avevo tanti soldi in tasca: stavo andando ad una festa dopo una mia vittoria. Una delle solite feste. Ma quell'odore mi infastidiva, per questo mi sporsi in avanti per capire chi guidava e quando vidi che era senza gambe non so qualcosa mi si rivoltò nello stomaco e non riuscii ad andare oltre...». 
Da quel momento la vita di Vanni Oddera, campione a livello mondiale di freestyle, è cambiata. Da quel momento la sua felicità è diventata far felice gli altri, soprattutto i più sfortunati, i bambini disabili.
 
Ricordi la prima volta che hai preso uno di questi bambini e lo hai posizionato sulla moto con te?
«Mi ricordo di aver caricato questo ragazzo e poi non ricordo più niente!».
 
Dove operi?
«In tutta Italia, ma anche in Russia, in Messico, in Uruguay. E poi ho tanti amici piloti che fanno lo stesso in altre parti del mondo! Siamo una ventina e in questi otto anni siamo stati ovunque».
 
A chi vi rivolgete?
«A tutte le persone che hanno bisogno di attenzione: ci rivolgiamo ai bambini ciechi, agli autistici, ai ragazzi mutilati. E sono felice, perché regalare delle emozioni, fare del bene, ti riempie il cuore».
 
Come è cambiata la tua vita?  
«Non è cambiata… adesso invece di farmi i fatti miei, dedico il tempo che ho agli altri. In vacanza, per esempio, non ci vado. E invece di fare delle vacanze con gli amici, porto gli amici negli ospedali, cerco di coinvolgerli. Però avendo a che fare con i bambini malati, ora la vita la consumo, la riempio di più, non ho un momento libero».
 
Che attività gli fate fare?
«I ragazzi li portiamo in moto, ma con loro non saltiamo, perché io di solito faccio salti alti 12 e lunghi 25 metri. A loro piace salire in moto, perché poi una moto da cross ha delle accelerazioni mostruose, è un’esperienza anche per le persone normali…».
 
Qualcosa di particolare che dicono lo ricordi
«Uno in particolare ha detto: che bello sentire il vento sulla faccia anche quando non c’è vento!».
 
Ritornano a trovarti?
«Spesso ritornano quando organizzo delle date vicino a loro».
 
Perché sono importanti delle giornate così? 
«Sono belle, sia per loro che per le famiglie che li fanno uscire ed escono dai loro canoni di normalità. Certi ragazzi li sblocchi, togli delle paure, fai fare un passo in avanti. Fa paura salire su una moto così e salendo in qualche modo superi un limite...».
 
Hai dovuto dire addio a qualcuno di loro?
«Ho dovuto dire addio a molti bambini e fa male… E per fare ciò che faccio devi stare bene con te stesso: se stai male, non riesci a fare del bene… Allora quando non sto bene, mi prendo delle pause».
 
Nel libro dici che vuoi tornare nel bosco, che è il luogo nel quale sei cresciuto. Cosa significa tornare nel bosco?
«Ci sto tornando... Cosa significa? Che voglio di nuovo riappacificarmi con la natura. Tutto mi ha portato a stare lontano dalla natura. Ma ora sono tornato a vivere in una casa di pietra in un bosco».
 
Cosa ti dà la natura?
«Mi dà tranquillità, mi fa assaporare i veri valori della vita… e mi allontana da tutto quel luccichio che ti porta a fare una vita di merda. Ti rendi conto che non serve a niente avere bene materiali, possedere cose, avere macchine».
 
Anche tu sei 'diverso': a 12 anni hai scoperto di avere tutti gli organi invertiti e hai un tallone d'Achille, il tuo tallone è fragilissimo. 
«Non mi sento diverso… solo, a differenza di tante altre persone, ho provato a rendere diverso il mondo intorno a me! Ora vorrei farmi una famiglia…».
 
Che cosa è per te la felicità?
«La felicità è tale se condivisa: un tramonto bello visto da solo è meno bello. E la casa nel bosco è una casa condivisa, con la mia ragazza, gli animali, le caprette. Qui spesso ospito bimbi malati oncologici e la trasformo nel paese dei balocchi!».
 
Ti consideri fragile? 
«Molto: su molte cose, nei rapporti con le persone, non sono molto bravo…».
 
Hai da poco pubblicato il libro che racconta la tua storia, libro nel quale ti metti a nudo, senza paura del giudizio: perché hai deciso di scriverlo?
«Mi serve per lanciare questo messaggio, vorrei regalarla il più possibile agli altri… Vorrei far capire che spesso ci si accorge che esistono delle cose perché ci colpiscono, ma il mondo intorno con le sue difficoltà c'è sempre e noi dovremmo aprire bene gli occhi. Spesso mi domandano se questa mia attenzione per i disabili è dovuta alla presenza di uno di loro nella mia famiglia. La risposta è no e non dovrebbe essere così: la tua casa perfetta in mezzo al deserto non vale niente, bisogna guardare all'altro non solo quando stai male...».
 

 



L’amore per gli altri rende felici

 

Nato il 18 novembre del 1980 nei pressi di Savona, Vanni Oddera è sempre stato diverso. Fin da bambino. Coraggioso. Sconsiderato. Selvatico. Ribelle. A dodici anni ha scoperto di essere diverso anche nel corpo. Una diversità che l'avrebbe dovuto costringere a una vita senza emozioni. Ma lui ha scelto di fregarsene dei consigli dei medici, ha scelto di assecondare il suo cuore e la parte più folle del suo cervello. Ora la sua storia è diventata un libro, “Il grande salto – ovvero come ho capito che l'amore per gli altri rende felici” (Ponte alle Grazie), pubblicato ad ottobre 2017.

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