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Speciale Bambini

Migliaia di bambini ogni giorno aspettano che qualcuno dia loro una famiglia: eppure i dati sulle adozioni in Italia continuano a crollare

Gio 30 Nov 2017 | di Angela Iantosca | Attualità
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Non hanno più i genitori o sono figli di persone con storie difficili, sono figli di tossicodipendenti o hanno perso i genitori in mare. Sono italiani, ma anche stranieri, sono piccoli e tutti in attesa che qualcuno li porti a casa, che dia loro una famiglia temporanea o definitiva, che li porti via da strutture che spesso non sono adatte a garantire una crescita serena in persone già segnate dalla vita. Eppure i dati ci parlano di un crollo in Italia nelle adozioni, sia di bambini italiani che stranieri. Cosa sta succedendo? Noi ce lo siamo domandato e abbiamo deciso di approfondire, dedicando ai più piccoli queste pagine, parlando di adozione e affido, ma anche dei pericoli legati alla tv e alle nuove tecnologie e provando a tessere una tela che ha come filo principale i bambini.                                                   
 
 

 

Adozione e affido: è l’ora del rilancio?

I dati del Ministero della Giustizia certificano il crollo negli ultimi 15 anni di quello che è “il più grande atto di giustizia che una persona possa fare verso un bambino abbandonato”
 
di Francesco Macàro
 
Adozione e affido: due realtà che hanno rappresentato, in passato, una vera e propria ‘rivoluzione’ culturale per il nostro Paese, consentendo a migliaia di bambini abbandonati di ritrovare la dignità di figli. 
Due istituti normati in Italia con la legge 184/1983, rinsaldata con la 173/2015, ma che mostrano il fianco. I numeri da poco pubblicati dal Ministero della Giustizia lo certificano: tra il 2001 e il 2016 si è registrato un crollo verticale, con un -60% per quelle internazionali e un 
-31% per le nazionali. Dati che non possono non interrogare chi crede in questa possibilità di famiglia e fa i conti con la sfiducia generalizzata. Tra questi c’è Marco Griffini, presidente di Ai.Bi. – Associazione Amici dei Bambini, una delle maggiori realtà che si occupa di adozioni nel nostro Paese. Fondata nel 1986 da un movimento di famiglie adottive e affidatarie, da allora lavora al fianco dei bambini ospiti degli istituti di tutto il mondo per combattere l’emergenza abbandono. «La verità – sottolinea Griffini – è che negli ultimi tempi di adozioni internazionali si parla sempre male. Anche sui media non c’è mai una bella notizia. Solo scandali o accuse. Non è vista come una cosa meravigliosa, come il più grande atto di giustizia che si può fare nella propria vita: quello di adottare un bambino abbandonato».
Probabilmente per questo le cifre relative alle domande di disponibilità e idoneità, in Italia, sono precipitate del 60% per l’adozione internazionale e del 36% per quella nazionale. Meno coppie disponibili vuol dire meno bambini che riescono a ritrovare la loro identità di figli. Il confronto tra il 2014 e il 2016 per entrambe le tipologie di adozione è impietoso: nel biennio si sono perse il 20% delle adozioni nazionali e il 24% di quelle internazionali, con soli 1.580 minori stranieri adottati.
Eppure, i dati del Rapporto Protezione Internazionale in Italia 2017 parlano di 14.579 minori sbarcati sulle nostre coste, il 93,2% dei quali soli. Non solo: tanto per citare due Paesi, le autorità della Repubblica Democratica del Congo hanno dichiarato che negli ultimi tre anni i minori fuori famiglia sono passati da 7 a 8 milioni. In Kenya sono un milione e mezzo. E se si dovesse dare una famiglia solo agli orfani di entrambi i genitori morti di AIDS nel mondo, bisognerebbe trovare 12 milioni e 500mila famiglie adottive. Mentre ce ne sono 266mila in tutto.
Pure l’affidamento familiare, tra il 2007 e il 2014 (ultimo dato disponibile) è calato di circa 2mila unità, relegando l’Italia in fondo alla classifica europea per numero assoluto di affidi. «Eppure, in Italia abbiamo 5 milioni e 430mila coppie sposate che non hanno figli – chiarisce Griffini – quindi un terzo di tutte le coppie sposate: un numero enorme. Ora, pensare che solo 3mila coppie si sentano portate ad adottare un bambino straniero significa che si vedono già padri e madri di un figlio non loro. Ma non sanno cos’è l’adozione internazionale. Le coppie vanno formate, accompagnate, vanno prese per mano e guidate. Non giudicate dai Tribunali per i Minorenni nella loro capacità affettiva… un retaggio medioevale che esiste solo in Italia, con la scusa dell’alto tasso di fallimento. Il 3% è una percentuale ridicola». 
I tempi lunghi e le ‘indagini’ accurate sull’idoneità sono una delle ‘stazioni’ più dolorose e faticose nella via crucis che, nel tempo, ha contribuito a scoraggiare sempre più potenziali coniugi adottivi.
C’è poi un altro elemento, quello culturale, che incide sul crollo nel numero di coppie che fanno domanda, per cui se ne sono perse 500 all’anno negli ultimi 5. 
Sul tema, Griffini è lapidario: «Tutta l’attenzione è sui diritti degli adulti. Battaglie su unioni civili, adozioni gay, fecondazione eterologa…mentre la povera adozione, come cenerentola, dovrebbe essere in cima alla lista. Perché ha a che fare con un bambino abbandonato già nato. Un peccato, perché l’Italia in passato era il primo Paese per numero di adozioni: 4mila su 60 milioni di abitanti. Negli USA se ne fanno 20mila, ma su 300 milioni di persone».
 
RIPARTIRE DAL BAMBINO
«Bisogna ripartire dal bambino – chiarisce Griffini – perché l’adozione non è un escamotage per dare un bimbo a una famiglia che ha passato l’esperienza di 1, 2, 10 fecondazioni assistite e poi si rivolge a noi come ultima spiaggia. Si parte dal diritto del bambino a essere figlio. Dovrebbe essere prioritario anche per organizzazioni internazionali come ONU, UNHCR, UNICEF, impegnate solo su educazione, sanità, bambini in guerra. Ma che questi bambini abbiano o meno un padre o una madre non è una componente del loro benessere? Un bambino, innanzitutto, nasce figlio».
Aveva diritto a essere figlia pure la minore partenopea con sindrome di down che recentemente è stata rifiutata da sette coppie idonee, prima di venire ‘accettata’ in adozione da un single. «La legge per la creazione di una banca dati nazionale – specifica il ‘patron’ di Ai.Bi. – che metta in rete tutti i Tribunali sia sul fronte dei bambini adottabili che su quello delle coppie in Italia disposte all’adozione è del 2000. Ad oggi, nonostante una causa vinta da noi al TAR del Lazio nel 2012 con il Ministero della Giustizia, nulla ancora è stato fatto. Su 29 Tribunali per i Minorenni presenti nel nostro Paese, solo 7-8 sono informatizzati».
 
GLI ENTI AUTORIZZATI
Tornando all’adozione internazionale, l’Italia è l’unico Paese in cui esiste per legge l’obbligo, per una coppia che vuole adottare un minore straniero, di passare per gli enti autorizzati. Negli altri Paesi, invece, vige un sistema misto. Questo, ovviamente, mette nelle mani delle organizzazioni autorizzate un’enorme responsabilità. 
Con mille insidie e ‘tentazioni’ di affari loschi. «Dopo la legge, c’è stata la corsa a creare enti autorizzati: prima eravamo in 30, a un certo punto siamo arrivati a 75. Ma il problema è che il sistema non è controllato e la CAI è stata creata anche per questo. Bisognerebbe aumentare i requisiti necessari per l’autorizzazione, partendo magari dall’obbligo di bilancio certificato: in questo modo, chi utilizza pagamenti in nero non potrà più avere nulla a che fare con l’adozione internazionale». 
Anche dalla ritrovata fiducia in chi si occupa di adozione e affido può ripartire, probabilmente, la voglia di sperimentarli. 
«Perché – chiosa Griffini – specie per una coppia sterile, è vitale pensare che la sterilità può diventare ‘feconda’. Basta non viverla come una disgrazia, ma come l’opportunità per ricevere in dono un figlio che è solo e attende di trovare una famiglia. Per me è stato così».       
 
Il processo ‘Airone’ a Savona
Si sta svolgendo il processo penale presso il Tribunale di Savona per la presunta truffa perpetrata, nel 2012, a 21 coppie che volevano adottare bambini in Kirghizistan. Secondo il pm di Savona, Daniela Pischetola, il raggiro è stato opera di ‘Airone’ Onlus, già condannata in primo grado nel processo civile in corso a Roma per la presunta truffa. Per questo caso, la Corte capitolina ha condannato anche la Commissione Adozioni Internazionali – primo e unico caso nella storia – per “omessa vigilanza”.
 
Il crollo: perché?
I dati del Ministero della Giustizia dicono che tra il 2014 e il 2016 si è registrato un calo del 24% nelle adozioni internazionali, con solo 1.580 minori stranieri adottati in Italia; non meglio le nazionali, con un -20% nello stesso periodo (da 1.108 a 899 minori italiani adottati).
Ridimensionate pesantemente anche le cifre dei decreti di idoneità all’adozione internazionale: -26% nel biennio. 
Ma in 15 anni il fenomeno è stato devastante: -60% per le adozioni internazionali, -31% per quelle nazionali.
Numeri che si scontrano con quelli sulle dichiarazioni di adottabilità di minori nel nostro Paese, che sono cresciute del 9% nei tre lustri. E con quelli pubblicati nel rapporto internazionale ONU sul tema (2014), che parla di quasi 16 milioni di famiglie disposte all’adozione nel mondo che sarebbero necessarie solo per i piccoli orfani di genitori morti per AIDS.
 
 

 

L’affido e la famiglia in più

Ecco come possiamo diventare affidatari
 
di Emanuele Tirelli
 
Luca ha una famiglia in più. Nel senso che la sua famiglia d’origine ha avuto dei problemi e i suoi genitori hanno scelto di darlo in affidamento, perché non riuscivano a occuparsi di lui come avrebbero dovuto. Suo padre aveva perso il lavoro, la nonna era appena morta e sua madre aveva delle “malinconie”. Naturalmente, il passaggio e i rapporti sono stati possibili grazie all’intervento e all’appoggio dei servizi sociali.
È la storia raccontata da Roberto Piumini ne “Le case di Luca. Diario segreto di un affido”, appena pubblicato da Manni Editore con le illustrazioni a colori di Stefania Vincenzi. Una storia semplice, che arriva al dunque con piena sensibilità, che guarda alle paure, alle reazioni, al bisogno di serenità e al sostegno necessario per vivere questo cambiamento. I destinatari non sono esclusivamente i bambini, ma anche le famiglie affidatarie e quelle che pensano di diventarlo. 
D’altronde, è una vicenda che riguarda molti giovani italiani e per gran parte dei 15mila minori inseriti in comunità sarebbe importante incontrare la propria “famiglia in più”. 
 
COME FARE
Per diventare affidatari bisogna rivolgersi ai servizi assistenziali e dare la propria disponibilità e poi sostenere colloqui e confronti su percorsi di consapevolezza e gestione di una vicenda completamente nuova. È un’avventura alla quale riconoscere un’importanza robusta, ma in campo ci sono sentimenti profondi, per chi accoglie e per chi viene accolto. Le famiglie con figli minori sono privilegiate, ma non è affatto una chiusura, tant’è che la legge apre questa possibilità anche a chi non ha ancora figli, sia sposati che single. Il motivo che persuade a compiere questa scelta è spesso di cittadinanza attiva e parte dalla consapevolezza che crescere in una famiglia debba essere considerato un diritto. Per molti altri, la spinta deriva da motivazioni legate al proprio credo religioso. E può capitare che a chiedere l’affidamento siano persone con familiarità pregressa con quel minore, perché lo hanno conosciuto in strutture assistenziali, scuole e ospedali.
 
COSA ACCADE
«Possiamo distinguere le esperienze di affido in due tipologie principali - dice Frida Tonizzo di ANFAA - Associazione Nazionale Famiglie Adottive e Affidatarie -. Una è quella consensuale, con l’accordo della famiglia d’origine: dura due anni e può essere prorogata dal Tribunale per i minorenni. L’altra, invece, quella giudiziaria, è disposta direttamente dal Tribunale. Si tratta spesso di provvedimenti d’urgenza, assunti su situazioni molto gravi, pregiudizievoli per i bambini coinvolti (violenze, abusi, maltrattamenti…) e sovente già compromesse, con scadenze destinate a numerose proroghe: oltre il 70% degli affidi italiani avviene così. Poi ci sono modalità differenti. Alcune riguardano parte della giornata o della settimana, altre tempi brevi (es. il ricovero di un genitore). Altre prolungati».
 
PERCHÉ PARLARNE 
Per un bambino in affido può essere difficile raccontare la propria storia e a complicare le cose c’è spesso una certa confusione nel comprendere le differenze che separano questo istituto dall’adozione. Un ruolo determinante lo assume allora la scuola, soprattutto perché è il luogo in cui i minori trascorrono gran parte delle loro giornate. Lì si può fare molto per ridurre la diversità percepita o quantomeno per allontanarla da un carattere di negatività, che spesso trasforma i rapporti in solitudine e stigma. Ma è importante parlarne.  Innanzitutto prima che avvenga, perché gli effetti negativi del passaggio siano limitati e le virtù di una maggiore serenità salgano a galla. Da questo discorso non vanno esclusi i genitori affidatari. Anche loro devono potersi confrontare, non solo con il personale assistenziale, ma pure con chi ha già vissuto questa esperienza. 
 
UNA SFIDA
I dati non sono particolarmente confortanti, ma una presa di coscienza è capace di convertirli in potenza per il prossimo futuro. Il 60% dei minori, infatti, è destinato a non tornare nelle famiglie di origine per il prolungamento del tempo d’affido, cosa che rischia di spostarli continuamente tra case e strutture. Inoltre, negli ultimi anni, abbiamo assistito all’aumentato dei minori stranieri, compresi quelli non accompagnati, che non equivale a un incremento degli affidi, quanto invece degli inserimenti in comunità. Un’altra nota dolente, ancora, è quella che riguarda la fascia 0-2 anni. Anche perché, commenta Tonizzo, “la percentuale dei bambini di quell’età residente in comunità è superiore alla percentuale in affido. E tutti i testi dicono che, soprattutto i neonati, non possono crescere con personale turnante, ma hanno bisogno di una stabilità familiare che ne favorisca una certa serenità. Conosciamo le carenze e siamo consapevoli sia delle possibilità di miglioramento che dell’importanza di questo istituto giuridico. Ed è per questo che l’affido è ancora una sfida, perché dovrebbe e potrebbe crescere tanto, soprattutto in termini ‘consensuali’.              
 
AFFIDO E ADOZIONE: DIFFERENZE
L’affido è un intervento di tipo assistenziale e non modifica lo stato giuridico del minore. Anzi, il bambino continua a essere figlio dei genitori che l’hanno messo al mondo e, laddove sia possibile, mantiene i suoi rapporti con loro. È quindi un’inidoneità temporanea diversa dall’adozione. In questo caso, invece, si rileva la mancanza di assistenza morale e materiale da parte di genitori e parenti, con l’ingresso del minore in un’altra famiglia in modo definitivo. Tra le due definizioni ci possono essere zone d’ombra, ma le differenze sono evidenti.
 
NOVITÀ LEGISLATIVE
La legge 173/2015 garantisce “la continuità delle positive relazioni socioaffettive consolidatesi durante l’affidamento”: conclusa l’esperienza con i genitori affidatari, il minore deve poterli frequentare ancora. Inoltre, in regime di affido, laddove il minore venga dichiarato adottabile, la famiglia affidataria con desiderio e requisiti deve essere presa in considerazione con una certa priorità. Poi c’è la legge 47/2017, che considera l’affidamento familiare come prioritario rispetto all’inserimento in strutture d’accoglienza per i minori stranieri non accompagnati.
 
 

 

Violenza in tv? Sì, ma senza figli

Gli effetti sui più piccoli possono essere molto gravi: desensibilizzazione, paura di affrontare il mondo e aggressività 
 
di Barbara Savodini
 
Guerre stellari, efferati omicidi, lotte di popoli antichi per la conquista del potere e poi ancora armi, bombe, arti marziali e sangue in ogni dove: sembrano non  “prendere” lo spettatore e non fare audience film e serie tv senza una generosa dose di violenza. Tutto normale, il fenomeno ha una spiegazione scientifica, ma stiamo attenti a proteggere i nostri figli o fratelli minori da possibili traumi? Purtroppo, in gran parte dei casi, la risposta è negativa, perché le scene di azione, crude e terrificanti, hanno invaso la nostra quotidianità e quando compaiono spesso nemmeno ce ne rendiamo conto. I più piccini, però, non sono ancora pronti per “digerirle”, per discernere con disinvoltura realtà e finzione, e così finiamo spesso per esporli a rischi più o meno seri, favorendo lo sviluppo di paure e piccole psicosi destinate a restare nel tempo. 
 
Senza realismo la violenza cinematografica non piace
Il perché, a chi più a chi meno, la violenza cinematografica piace non è un mistero e sul caso sono stati condotti interessanti studi in tutto il mondo. Secondo una ricerca dell´Università di Augusta in Germania e dell´Università del Wisconsin-Madison negli Usa, per esempio, l’attrazione verso i film violenti è direttamente proporzionale alla sete di verità e di giustizia e al sentimento di solidarietà che si instaura con la vittima. Più è atroce il torto subito, in pratica, più il pubblico si appassiona alla pellicola nella speranza di assistere alla rivalsa del protagonista. A seguito delle risposte fornite da un campione di 482 volontari italo-tedeschi, composto da persone di diversa età e con diverso livello di istruzione, gli scienziati hanno però desunto che non basta la violenza fine a se stessa per trasformare un action movie in un blockboster mondiale, ma è necessaria anche una dose di elementi drammatici tipici della vita reale. Ed è questo anche uno dei principali motivi per cui, anche bambini più grandi, senza l'aiuto dei genitori non riescono a distinguere con chiarezza realtà e finzione. 
 
Guardare la sofferenza altrui ci fa sentire migliori
Esistono anche serie motivazioni psicologiche che spingono gli adulti a scartare un film su tre se non è violento. Una ricerca dell’University of Central Florida ha dimostrato che l’istinto ci porta a voler conoscere ciò che non dobbiamo compiere nella nostra vita. Secondo lo psicologo italiano Piero Bocchiaro, che ha dedicato al tema anche un libro (“Psicologia del male”, edito nel 2009 da Laterza) c'è una sorta di piacere edonistico nell'osservare la sofferenza altrui: ci fa sentire al sicuro, certi che a noi una cosa del genere non potrà mai accadere. Nella realtà però, secondo l'autore, le cose non stanno propriamente così in quanto le dinamiche sociali possono essere determinanti.
 
Sui bimbi effetti noti, ma ignorati
Ora che la fenomenologia della violenza cinematografica è chiarita, resta da capire: che danni provochiamo ai nostri piccoli quando ci dimentichiamo di proteggerli dai pericoli televisivi? Quando pensiamo che dormano oppure che stiano giocando senza prestare attenzione alla tv? Purtroppo gli effetti sono gravi e, cosa ben peggiore, sono noti alla comunità scientifica dall’inizio degli anni Ottanta, ma vengono ignorati da gran parte delle famiglie. I bambini, non solo a causa di film violenti, ma anche di videogame di questo genere, possono diventare meno sensibili al dolore e alle sofferenze altrui, possono diventare timorosi rispetto al mondo che li circonda e possono reagire con momenti di aggressività verso i coetanei o verso altri componenti della famiglia. 
 
Rischio desensibilizzazione 
Gli effetti più preoccupanti, secondo lo studio capostipite in questo settore, quello del 1982 del National Institute of Mental Health, si verificano in particolare nell’età adolescenziale. Le scene di rapine a mano armata, aggressioni, stupri, insulti o minacce che si vedono in tv fanno apparire questi episodi ai loro occhi meno gravi quando poi accadono nella realtà. Tecnicamente si parla di desensibilizzazione, ma i reali effetti di questo fenomeno sono tuttora oggetto di studio. D’altra parte, eliminare completamente le immagini di violenza può essere dannoso, perché, quando un giorno il bambino sarà costretto a vivere sensazioni forti nella vita reale, sarà impreparato. La soluzione appare quella di proteggere i figli nei primi anni di vita per poi avvicinarli, progressivamente, a film potenzialmente paurosi insegnando loro a distinguere realmente perché si tratta di fantascienza.                                                    
Il caso Buondì: geniale o traumatizzante?
Il caso più chiacchierato degli ultimi tempi? Sicuramente lo spot della famosa merendina Buondì in cui, in una prima versione la madre, e in una seconda anche il padre, vengono colpiti sul finale da un asteroide. Una pubblicità geniale per gli adulti, che si è invece trasformata in un incubo per i più piccini. Perché un bambino di due o tre anni non riesce a discernere verità e finzione. Tanto meno si più chiedere al piccolo di capire concetti complessi come l’ironia e l’umorismo. Ed è precisamente questo il motivo per cui molti bimbi, dopo aver visto lo spot, hanno sviluppato timori e paure ricordando poi quelle sensazioni anche al supermercato. 
 
Non solo tv, ma anche videogiochi 
Gli stessi problemi che si presentano con la tv valgono anche per i videogame, ma, naturalmente, non vanno assolutamente demonizzati. Il segreto sta nel proporre il gioco giusto all'età adatta. Sul caso, comunque, gli studiosi sono divisi: da una parte alcune ricerche sembrano correlare gli episodi di violenza ad un uso smodato dei  videogame, dall'altra la teoria della catarsi sostiene che essi siano invece una valvola di sfogo nel mondo virtuale per chi ha autentici istinti violenti. In entrambi i casi è fondamentale il ruolo dei genitori che devono sempre supervisionare i comportamenti dei figli ed essere sensibili a cogliere eventuali reazioni disturbate. 
 
 

 
 

Come scegliere lo sport giusto per i piccoli

Sotto i 10 anni il nuoto è il più diffuso
 
di Susanna Paparatti
 
La pratica di uno sport, individuale o di gruppo, aiuta il fisico e la mente, aumenta l'autostima e la fiducia in se stessi, eppure, secondo l’Istat, in Italia abbiamo  il massimo coinvolgimento e interesse dei ragazzi tra gli 11 e i 14 anni (il 70,3%: di questi il 61% in modo continuativo  e il 9,3% saltuariamente), ma con l'età tende notevolmente a diminuire. Complice forse il periodo dell'adolescenza che porta dubbi e mutazioni, i ragazzi lasciano lo sport attorno ai 14 - 16 anni, salvo poi rientrare nelle loro vite, per mantenersi in forma. Le cifre pongono l'accento sul fatto che in età prepuberale l'80% dei ragazzi si dedica ad una disciplina sportiva, di questi il 20% fra i maschi e il 40% fra le ragazze, poi  la interrompono. 
 
SI COMINCIA PRESTO
Il fisico dei bambini è portato al movimento ma, a volte,  sono gli adulti a incidere negativamente, ad esempio, portando un bambino oltre i due anni sempre nul passeggino o evitando che vadano a scuola a piedi o non facendoli correre al parco. Già fra i 3-4 anni i bambini possono fare attività motoria; fino ai 7- 8 anni sono consigliabili attività individuali come l'atletica leggera o la ginnastica: discipline che migliorano la coordinazione neuromotoria. 
 
SPORT DI SQUADRA
Sport specialistici o di squadra sono ideali perché abbinano al gioco e all'impegno fisico lo spirito di gruppo: dunque calcio, pallavolo, pallacanestro e pallanuoto, pallamano, rugby e hockey. Il nuoto in Italia è praticato per il 43% dai bambini sotto i 10 anni.  Scherma, tennis, tiro con l'arco ed ulteriori sport che richiedano l'impiego di un attrezzo sono adatti a bambini oltre i 9 - 10 anni. Nel caso di pratiche che sollecitino molto la schiena, ad esempio, la danza o la ginnastica artistica, i medici consigliano sempre di abbinare qualcosa che compensi eventuali disturbi alla postura. Insomma, il detto  ‘mente sana in corpo sano’ è quanto di più vero esista, lo sport contribuisce alla crescita, al rispetto delle regole e degli avversari e, in caso di sconfitte agonistiche, a controllare e gestire  eventuali frustrazioni. Si tranquillizzino poi i genitori che pensano lo sport possa distrarre dalla scuola, perché anche praticato a livello agonistico incrementa il coordinamento allo studio.        

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