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George for president

Come tutti i neopapà, anche George Clooney parla spesso dei suoi gemelli Ella e Alexander e chiede consigli agli amici. Intanto, con il film “Suburbicon” torna alla regia e denuncia un’America che non gli piace

Gio 30 Nov 2017 | di Alessandra De Tommasi | Interviste Esclusive
Foto di 9

Esistono due versioni di George Clooney. Probabilmente anche di più, ma per esigenze di spazio ci limitiamo ad elencare un paio: una è quella goliardica di chi si diverte a far gli scherzi sul set, che non rifiuta mai una foto con un fan e risponde garbatamente persino alla più idiota delle domande dei giornalisti. E poi c’è l’altra, quella seria, con cui non si gioca più: in prima fila negli aiuti umanitari e sempre disponibile a trattare temi delicati, soprattutto quando si mette dietro la macchina da presa. È il caso di “Suburbicon”, il film presentato alla Mostra di Venezia e in sala dal 14 dicembre, che usa una commedia dark per raccontare il razzismo dell’America di oggi, anche se il racconto è ambientato negli anni Cinquanta. Come riesca a conciliare con eleganza questi due aspetti resta un mistero o forse va attribuito al suo carisma da leader, che non segue un copione, ma improvvisa al bisogno. Un esempio? Qualche settimana fa è stato ospite di uno dei talk show statunitensi più amati, il “Jimmy Kimmel Live”, dove ha raccontato l’avventura da neopapà (dei gemelli Ella e Alexander nati a giugno). «Quest’esperienza è terrificante, mi spaventa a morte, perché ho paura di romperli mentre li tengo in mano, anche se ormai sono diventato bravo a cambiare loro il pannolino». Poco dopo racconta di una rapina che ha subìto ai tempi del college nel negozio di liquori, dove lavorava part time, e di come il padre, un famoso conduttore tv, da allora in poi tutte le sere aspettasse fuori dal locale la fine del turno: «Faceva la guardia per evitare che mi sparassero, forse convinto che a persone famose come lui nessuno avrebbe fatto del male o nella peggiore delle ipotesi che avrebbe avuto uno scoop tra le mani». 
Poi fa entrare in studio Matt Damon, protagonista del suo film nonché uno dei migliori amici, dicendo: «L’ho scelto perché Brad Pitt era troppo costoso... L’ho assunto come baby sitter dei bambini». Ovviamente scherza in entrambi i casi, ma usa quell’ironia per conquistare l’attenzione del pubblico, perché non sarà facile invece ridere della propria indole razzista o perbenista guardando “Suburbicon”, un film necessario e fuori dagli schemi.
 
Le avranno fatto notare che, a dispetto dell’ambientazione nel passato, il tema del razzismo nel suo film è ancora attuale.
«Purtroppo non passa mai di moda, ma questo copione nasce dall’urgenza di ricordare cosa voglia dire davvero “rendere di nuovo l’America grande”».
 
Ha sperimentato sulla sua pelle questo problema?
«Sono cresciuto nel sud degli Stati Uniti, in un’epoca in cui si credeva genuinamente che la segregazione stesse per finire, invece c’è ancora tanto da fare per lavare via quello che chiamo “il peccato originale” della schiavitù e del razzismo. Crediamo ancora oggi di perdere dei privilegi e incolpiamo le minoranze per questo. In “Suburbicon” il vicinato bianco accusa i nuovi arrivati, una famiglia di colore, di ogni male, ma stanno guardando nella direzione sbagliata, perché l’apparenza inganna».
 
Sarebbe più facile per lei macinare un blockbuster dietro l’altro invece che impiegare tanto tempo con la regia, perché lo fa?
«Generalmente servono due anni per fare un film come questo e a volte ti chiedi se nel frattempo la rabbia che ti ha motivato nel realizzarlo poi non svanisca, ma per me è fondamentale, perché marca in maniera chiara il punto in cui mi trovavo emotivamente in un certo periodo, segna un’epoca. Oggi gli Stati Uniti si trovano a vivere sotto una nuvola pesante e oscura, ma io resto ottimista».
 
Come fa?
«Credo nelle istituzioni e credo nella gente, che è arrabbiata innanzitutto con se stessa e per come va il mondo. Dal mio punto di vista, la cosa giusta da fare è mostrare questa frustrazione e rifletterci, a mo’ di lezione civile e non certo come forma di polemica».
 
Perché ha scelto un bambino per raccontare tutto questo?
«Volevo che fosse lui a comunicarci questo senso di disagio e d’incapacità di parlare, ma soprattutto dare un segno di speranza, far vedere che nonostante il periodo più buio della propria vita, poi alla fine le cose migliorano anzi possono andar bene».
 
Lei è davvero ottimista?
«Sì… e anche patriottico, certo che il futuro sarà davvero migliore. Ecco perché il nostro finale lascia parlare la musica e non i dialoghi, il resto lo lasciamo al pubblico».
 
Come si fa a dipingere i cosiddetti cattivi con tanto garbo?
«I veri mostri non sono quelli che hanno l’aspetto terrificante, spesso hanno sembianze dolcissime e si mescolano alla perfezione tra di noi. Certo, i due protagonisti non sono proprio menti eccelse, soprattutto il personaggio di Matt Damon riesce sempre a imboccare la via sbagliata. Eppure la loro stupidità li porta a trasformarsi in quello che non sopportano».
 
La periferia è ancora oggi una potente metafora?
«Nei sobborghi vive la classe media, che con pochi spiccioli può comprare una casetta e persino una piscina e ambire ad una vita tranquilla, ma pensaci bene: non tutti possono nuotare in quella piscina. Quindi se mi stai chiedendo se il film riguarda Trump allora ti dico di no, perché è arrivato prima e nessuno si poteva aspettare cosa sarebbe successo. Se ci pensi, però, la mentalità  è quella: dicono di non essere razzisti eppure non vogliono gente “non istruita” negli States». 
 
Perché non si è ritagliato un ruolo nel film?
«Inizialmente, quando si è parlato del progetto la prima volta, oltre 15 anni fa, i fratelli Cohen avrebbero voluto affidarmi la parte che poi è andata a Oscar Isaac, ma ora so che lui ha portato quell’energia perfetta che si serviva. E ad essere onesto non è poi tanto divertente dirigere te stesso, quindi mi sono tirato in dietro». 
 
Se lo chiedono in molti: vorrebbe diventare il prossimo Presidente degli Stati Uniti?
«(Fa una pausa di silenzio - ndr) Beh, sarebbe divertente se accadesse…».                                                                         
 
 

 
SULLA STRADA PER LA CASA BIANCA
 
George Timothy Clooney, classe ’61, ha appena iniziato un nuovo capitolo della sua vita, professionale e privata. Il 6 giugno è diventato padre per la prima volta: i gemelli Ella e Alexander gli hanno totalmente rivoluzionato l’esistenza. Il merito va all’incontro con l’avvocatessa Amal Alamuddin, che ha sposato nel 2014 a Venezia, dopo meno di un anno di fidanzamento. Alla Mostra del cinema di Venezia ha presentato il nuovo film da regista, “Suburbicon”, in uscita il 14 dicembre. Il protagonista è uno dei suoi migliori amici, Matt Damon, che assieme al Premio Oscar Julianne Moore, sono la punta di diamante di un cast stellare. Messaggero di pace delle Nazioni Unite, si è spesso battuto per cause umanitarie. Si è cimentato anche come sceneggiatore e produttore. Tra i suoi ruoli più memorabili come attore la grande svolta è arrivata con la serie tv “E.R.”. Nel suo curriculum figurano due Oscar (come protagonista per “Siriana” e come miglior film per “Argo”) oltre ad un Golden Globe alla carriera e a moltissimi riconoscimenti. Ha vestito il costume dell’Uomo pipistrello in “Batman & Robin”, è stato il leader criminale carismatico in “Ocean’s eleven”, ha messo in scena la guerra del Golfo in “Three Kings” e la vita nello spazio con “Gravity”. 

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