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Negramaro: Siamo tornati, come l’amore

I Negramaro tornano insieme e pubblicano un album potente nato dal buio

Gio 30 Nov 2017 | di Nadia Afragola | Interviste Esclusive
Foto di 7

È uscito il 17 novembre “Amore che torni”, il settimo album di inediti dei Negramaro, annunciato dal singolo “Fino all’imbrunire”, che arriva a due anni dal multiplatino “La Rivoluzione sta arrivando”. Dodici canzoni potenti, un sound unico, riconoscibile negli arrangiamenti elettronici, nei suoni delle tastiere, negli archi. Un album che vuole essere un manifesto di speranza, nonostante la rabbia, che fotografa la realtà con tutte le sue fragilità e che soprattutto rappresenta un nuovo inizio per la band, che solo pochi mesi fa si era sciolta. 
è una bomba quella che sgancia Giuliano Sangiorgi, frontman della band salentina: «Quest’album ha una luce incredibile, perché viene dal buio. Non doveva esserci e non dovevano esistere più i Negramaro. Quando però le cose sono vere e agisci in modo consapevole accadono anche i miracoli. Siamo finiti in un buco nero dal quale pensavamo di non uscire più ed è anche il motivo per cui vi raccontiamo questa storia. Le crisi anche nelle coppie o nelle famiglie allargate come la nostra esistono e se quella crisi abbiamo deciso di raccontarla è proprio perché c’è una luce che val la pena scorgere alla fine del tunnel. È un disco pieno di speranza e di storie che ci riguardano, ma che toccano anche tutto il pianeta, visto che lo abbiamo attraversato. Riflessioni profonde che si ritrovano in musica, in maniera leggera».
 
Un album che è frutto di un buco nero, in pratica. Ci spieghi meglio. 
«Certe crisi non sai mai se raccontarle, ma è andata proprio così: ci siamo sciolti, per alcuni mesi e io sono scappato a New York. Avevo bisogno di provare la solitudine, dovevo riflettere su noi sei. Era necessaria quella lontananza, non era una piccola crisi come le altre volte. Se fossimo rimasti vicini non ci sarebbe stato probabilmente nessun futuro per noi. Di fronte alla crisi siamo cresciuti e abbiamo ritrovato noi stessi. 
 
Venerdì 17 novembre è uscito il vostro settimo album. Una cosa è certa, non siete scaramantici. Cosa c’è dentro, oltre a 12 tracce di una bellezza inaudita? 
«In pochi mesi siamo riusciti a lavorare a tante cose, scoprendo che il nostro amore non era finito e quello per noi è stato come iniziare tutto dal principio. Dovevamo fare tantissimo o nulla, perché dovevamo rinnovare tutto il “sistema Negramaro”. è nata così “Ci sto pensando da un po’”, le parole di mia nipote arrivano dopo». 
 
Ecco, sua nipote Maria Sole è l’ospite d’onore di questo album… vuole dirci che dobbiamo ripartire dai bambini? 
«Maria Sole canta una strofa dei brani che aprono il disco e che lo chiudono e ispira la copertina dell’album. è il nostro nuovo inizio. Ho vissuto New York nei giorni in cui Trump saliva al governo e voleva innalzare muri. In quel caso l’immigrato ero io, ecco perché ho sentito una solitudine che era più esistenziale che personale. Mi sentivo fuori luogo, fuori tempo, fuori da tutto e come se non bastasse la gente continuava ad affogare nei nostri mari. Il cinismo nella nostra società è troppo di moda, ci stiamo abituando a reagire con calcolo alla drammaticità degli eventi, quando dovremmo solo tendere la mano verso chi sta affogando mentre cerca di realizzare i suoi sogni. L’importante dovrebbe essere salvarsi e salvare l’altro. Non ci sono discorsi tecnici, c’è sempre qualcosa da fare, chiunque si dovrebbe buttare a salvarli, anche Salvini». 
 
“New York e Nocciola” è figlia di quel viaggio, quindi? 
«Una canzone in cui chiedevo che le porte si riaprissero, lo chiedevo ai Negramaro. è una canzone nella quale racconto di quanto ho amato l’America, attraverso i film che mio padre mi ha insegnato a vedere. Ripenso a “C’era una volta in America” di Sergio Leone». 
 
Giuliano parla, poi prende la parola Ermanno Carlà, il bassista che delinea meglio il quadro generale.
«Gestire una band è faticoso, come anche stare vicino alla gente a volte lo è. Siamo nati come comunicatori, prima che come musicisti e quel “bisogna fare”, “occorre pubblicare, programmare, scrivere…” ci ha spaventato. Non volevamo smettere di comunicare. La carica e l’energia che è arrivata dopo mi ha impressionato. è lucida, perché vera, ecco perché mi aspetto di dividere con loro almeno altri vent’anni. Senza questo momento di stacco totale sarei invecchiato chiuso nel mio mondo, invece mentre Giuliano era a New York noi abbiamo fatto altro: "Lele" (Emanuele Spedicato, chitarrista - ndr) ha messo in cantiere il suo matrimonio e Andro (Mariano, il tastierista - ndr) è diventato papà di Bianca».   
 
Giuliano, eravate poco più che ventenni quando siete partiti dal Salento, senza nessun Santo in Paradiso. Oggi siete degli uomini con famiglie tutte vostre e alcuni di voi anche figli. C’è qualche Yōko Ono tra le cause della crisi? 
«No, assolutamente. Le nostre Yōko Ono, le rispettive mogli e compagne stanno bene al loro posto. Irene, la moglie di Ermanno, ha contribuito alla realizzazione della nostra copertina. Sempre presente anche Lavinia (Biancalani - ndr), oramai moglie di Andrea, o la mia compagna. Dietro di noi c’è il lavoro vincente di una squadra della quale loro sono parte integrante».  
 
A produrvi ancora la Sugar Music, di Filippo Sugar, con la supervisione di Caterina Caselli. Come hanno reagito alla vostra crisi?
«Hanno fatto un lavoro con una passione che di solito riservi solo ai figli. Ci siamo semplicemente messi nelle loro mani e abbiamo selezionato 12 tracce in un ventaglio di 80 canzoni. Volevamo vederci attraverso gli occhi di altri e oggi se siamo qui è perché abbiamo capito che può finire tutto, anche in questo preciso momento, niente più musica insieme, tour o dischi, ma nulla potrà incrinare la nostra storia. Arriviamo da una cantina di due metri per tre, i tempi sono cambiati, quella cantina oggi è la tv e noi abbiamo voglia di raccontare il nostro passato, non siamo mica dei dinosauri. è l’unico modo che conosciamo per guardare meglio al futuro». 
 
Chi ha fatto il primo passo per provare a riconciliare, dopo aver interrotto ogni comunicazione?
«Sono rientrato a Lecce da New York – ci rivela quasi sottovoce Giuliano - e sentivo l’esigenza di far sentire ad Andro una canzone che avevo scritto, che non troverete nell’album. Parlava di una bambina, della mia voglia di essere padre, di cambiare. Andrea orso lo è solo in apparenza. Quando gliene parlai scoppiò a piangere e mi disse che stava per diventare papà di una bambina. Ci siamo abbracciati e non sono servite altre parole».  
 
E quell’immagine forte in copertina?
«È arrivata in corsa come tutto il resto, fa parte del nostro “progetto fiducia”. La crisi ci ha fatto avere una percezione sfasata del tempo. Non siamo ipertecnici, abbiamo delle produzioni colorate, ma non cariche di virtuosismi. Poteva essere un disco basico, facile, abbiamo optato per un secco… o la va o la spacca».
 
“Torneranno i vecchi tempi, con le loro camicie fiammanti”: una canzone, un tumulto.
«La prima parola del disco è “torneranno”. Ci vedo il bello che torna nonostante sia quasi morto dal terrore. Continuavo a ripetermi “ti prego convincimi” e subito dopo “ti prego convincili” e poi ancora “ridammi indietro il cuore”. Non so bene a chi stessi parlando, ma una cosa è certa, neppure per un attimo ho pensato che avrei potuto fare musica senza di loro. Anzi, non ci pensavo proprio a fare musica. Nonostante abbia iniziato presto: avevo otto anni, facevo i concerti in camera per i miei robot e i miei pupazzi e il resto del gruppo, le loro sagome per lo meno, le avevo disegnate sul muro della mia cameretta. La mia prima intenzione è sempre stata quella: far parte di una band. Volevo fare colpo sulle ragazzine. La musica è condivisione, è quel furgone che parte da Lecce. I ragazzi nati nel 2000 hanno visto la musica nascere in tv». 
 
A proposito di tv, perché dopo tanti non avete accettato di salire sul palco di XFactor? 
«Per raccontare che un’altra realtà esiste ed è fatta di musica fatta insieme a ragazzi che magari trovi per strada nella via di casa tua. Credo fermamente nelle nuove generazioni, meno in quel buco nero creato dalle ansie di non essere contemporanei».   
 
Ha aperto la 41a edizione del Premio Tenco a Sanremo. Il tema era “terre di mare”. Si è scavato nella storia. Com’è stato salire su quel palco? Il tempo dei grandi poeti non è finito?
«Sono stato anche sul palco dell’Umbria Jazz e sono emozioni indescrivibili. Come anche cantare De Andrè, del quale troverete un omaggio nell’album. La voce della bambina che apre e chiude il disco non è solo un omaggio alla canzone di De Andrè, ma all’emozione che quella canzone fu in grado di darmi al primo ascolto, quando ero proiettato verso i Deep Purple, i Doors. Fu come una spada nel cuore e quel giorno capii anche quanto la musica deve essere un’esperienza intima. Cantare le opere classiche è rigenerante, ti incolla alle emozioni. Sono queste le uniche esperienze che al momento immagino di poter fare da solista. Tutti seguiamo dei progetti paralleli, che alla fine fanno bene al gruppo». 
 
Pensa sul serio che l’amore salverà il mondo?
«È sinonimo di bellezza, di salvezza. Immaginate l’amore come un contenitore. Non racconto soluzioni politiche, non è il mio compito e non sono un poeta, vi dico però cosa trovo assurdo, inconcepibile. I ragazzi non sono solo i “bella zio” che sentite e ricordate che la maggior parte dei guai li combinano i pregiudizi. Ho paura per le famiglie musulmane che vivono una vita di merda per i nostri pregiudizi». 
 
Siete passati da una solitudine necessaria alla dimensione degli stadi. Da quello di Lignano partirà il vostro tour il 24 giugno.
«Il live è la nostra dimensione esistenziale. Se potessi mi porterei allo stadio il planetario di Torino, dove abbiamo presentato il disco per ricreare quell’atmosfera magica. Finita la promozione del disco ci concentreremo sulla costruzione dello spettacolo. Tornando alla solitudine non è qualcosa che mi spaventa, anzi. Sono tranquillo ovunque, la mia casa a Roma, come quella in Salento, è sempre piena di gente. Pensavo alla solitudine di mia mamma dopo la morte di mio padre, capii che avrebbe dovuto vivere e non limitarsi a sopravvivere, provammo noi figli a starle vicino, ma fu una scelta solo sua, quella di vivere. A New York, nonostante avessi tanti amici, non ultimo Fabio Volo, sentivo una solitudine talmente forte da riuscire a vedere in definitiva le cose in modo diverso. C’è qualcosa di più brutto che sentirsi soli al mondo?». 
 
E pensare che la rete dovrebbe aver accorciato le distanze!
«I social oggi ti fanno sentire vicino a tutti, ma alla fine parliamo pur sempre di una solitudine sociale. State attenti, la piazza vera esiste».
 
Del suo album ricorderemo la storia dell’amore naufrago. 
«È al centro del disco non a caso. Viviamo un periodo storico ben preciso: nel mio mare la gente muore, mentre si promette su un barcone un futuro migliore in una costa qualsiasi del mondo».                                                   
 
 

 
DI NUOVO INSIEME
 
I Negramaro sono sei musicisti, nati e cresciuti nel Salento. Pubblicano il loro primo album, “Negramaro”, auto-prodotto con Sugar nel 2003, ma è con “000577” che cominciano ad affermarsi nel circuito mainstream. L'album vede la produzione di Corrado Rustici in alcuni brani: è l'inizio di una collaborazione artistica che si ripeterà per “Mentre tutto scorre” (2005) e “La finestra” (2007). Il quinto album dei Negramaro, dal titolo “Casa 69”, viene pubblicato nel 2010. Nel 2012 esce “Una storia semplice”, nel 2015 “La rivoluzione sta arrivando”. A novembre hanno pubblicato “Amore che torni” (Sugar), che li vede tornare insieme dopo un periodo di allontanamento.

 


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