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Plastica, penalizzata (finalmente) quella non riciclabile

Dal 2018 la tassa sugli imballaggi sarà più bassa per quelli riciclabili

Gio 30 Nov 2017 | di Francesco Buda | Attualità
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L’avvento della raccolta porta a porta ce lo fa vedere tutti i giorni: utilissima e onnipresente in tutti i prodotti che acquistiamo, la plastica ci 'invade'. L'anno scorso, mediamente sono stati recuperati 15,8 kg di imballaggi per abitante in Italia, ma ce n'è ancora una marea da recuperare. Un aiutino all'economia circolare – che rimette in circolo le risorse anziché buttarle – arriva dai nuovi criteri per il contributo ambientale per gli imballaggi: non sarà più uguale per tutti i tipi di bottiglie, flaconi, pellicole così via, ma penalizzerà quelli non riciclabili.

 
DIFFERENZIARE? SÌ... ANCHE LA TASSA
Previsto nel 1998, il contributo ambientale serve a finanziare la raccolta differenziata, il riciclo e il recupero. Per i packaging in plastica, dal prossimo gennaio l'importo non sarà più unico (188 euro a tonnellata), ma sarà diversificato in tre fasce: meno gravoso, 179 euro a tonnellata, per gli imballaggi da commercio e industria selezionabili e riciclabili. Ma sale a 208 euro per quelli selezionabili e riciclabili dalla raccolta domestica. Mazzata per gli imballaggi che invece non si possono avviare al riciclo: 129 euro a tonnellata. Anche per quelli in carta l'anno nuovo porterà un aumento di questo contributo ambientale, che salirà da 4 a 10 euro a tonnellata, senza alcuna diversificazione. 
Il contributo lo pagano produttori e utilizzatori degli imballaggi, al momento della immissione sul mercato. 

UN BUON AUSPICIO
Si tratta di costi che sono ricaricati sul prezzo finale del prodotto imballato, cioè su tutti noi. Così accade pure con la cosiddetta ecotassa prevista nel 1995, che i gestori delle discariche pagano per la loro graduale chiusura. La novità del contributo diversificato si spera che incentivi la progettazione e l'impiego di prodotti sempre più riutilizzabili. Di sicuro, l'aumento del contributo obbligatorio per gli imballi non riciclabili ricadrà sull'ultimo anello della catena: il consumatore che fa la spesa. Si tratta di pochissimi centesimi per ogni confezione acquistata. Sarebbe però un bel segnale se lo “sconto” sul contributo per quelli green fosse trasferito anche ai clienti finali. 
 
ECONOMIA CIRCOLARE, MAGARI ANCHE NEGLI SCONTI FISCALI
Anche questa sarebbe economia circolare: reimmettere in circolo, a favore di tutti, i vantaggi di una legislazione che fa pagare meno a chi inquina meno. È quanto accade proprio grazie alla prima fase del riciclo: «Ogni anno noi riconosciamo ai Comuni che svolgono la raccolta differenziata circa 280 milioni di euro, che servono a coprire gli extra-costi della differenziata», afferma Antonello Ciotti, presidente del Corepla, il consorzio nazionale per la raccolta, il riciclo e il recupero degli imballaggi di plastica. 
Ad aprile, il Parlamento europeo ha approvato a larga maggioranza i nuovi obiettivi: entro il 2030, riciclare o preparare per il riuso almeno il 70% in peso dei rifiuti urbani e minimo l'80% dei materiali di imballaggio. La vera sfida non è più solo differenziare, ma dare nuova vita ai materiali fino a chiudere discariche e inceneritori. La proposta è in fase di negoziazione con il Consiglio d'Europa. 
Avanti tutta. Anche perché, in media, ogni italiano l'anno scorso ha pagato oltre 218 euro per la bolletta dei rifiuti, cioè 39 centesimi di euro per ogni chilo conferito.         
 

 

Più posti di lavoro

Il raggiungimento dei nuovi obiettivi proposti dall'Europarlamento – riciclare il 75% dei rifiuti urbani e l'80% degli imballaggi - consentirebbe, secondo la Commissione europea, di creare circa 600mila posti di lavoro, con un risparmio annuo di oltre 72 miliardi di euro per le imprese europee. I posti di lavoro potrebbero crescere sino a 870mila se a livello europeo e nazionale si attuassero anche misure ambiziose per il riuso, in particolare nell’arredamento ed il tessile. 
 

 
 

Noi la differenziamo… e loro la bruciano!

La differenziata aumenta, ora la sfida è dare nuova vita ai materiali, anziché mandarli agli inceneritori
 
In dieci anni, la raccolta differenziata in Italia è raddoppiata: dal 28,5% del 2006 è salita al 52,5% del 2016. Questo il valore medio nazionale. Per legge andava raggiunto il 65%, in ogni Comune, entro il 31 dicembre 2012. “Grazie a te che separi gli imballaggi e al Comune che li raccoglie, Conai fa rinascere l’acciaio, l’alluminio, la carta, il legno, la plastica e il vetro”, dice il Decalogo del Consorzio nazionale per il recupero per gli imballaggi, al quale va ogni anno un fiume di soldi con il contributo ambientale pagato su ogni barattolo, scatola, bottiglia, vassoio, contenitore immesso in commercio: oltre 606 milioni solo nel 2016, quasi 16 trattenuti e il resto distribuito alle filiere. Il grosso va alla plastica: i dati più aggiornati ci dicono che nel 2016 il Corepla, l'apposito consorzio per il riciclo delle plastiche, ha preso oltre 367 milioni e 600mila euro di contributi ambientali e che la raccolta delle plastiche è stata del 6,9% in più rispetto al 2015. Ma il 42,2% cioè circa 450mila tonnellate, è stato bruciato negli inceneritori. Ma com'è possibile che tutti questi materiali siano così impuri da dover finire in fumo per produrre un po' di energia, con emissioni inquinanti e pesanti costi sulla salute pubblica? Altro costo sono gli incentivi statali a questi mega forni. Si dà la colpa al fatto che molta plastica da riciclare resta invenduta, ma appare molto più determinante un'altra verità: una volta costruiti, questi costosissimi ecomostri poi vanno fatti funzionare a tutti i costi per ammortizzare l'investimento. Tecnologie “intrinsecamente inefficienti”, come diceva Legambiente Lombardia nel 2013.                          
 
Discariche, maxi multe europee
178 milioni di multe per le discariche irregolari, irrogate fino a giugno 2017 all'Italia dalla Commissione europea. Sono scattate a fine 2014, dopo che non abbiamo rispettato l’ultimatum che nel 2007 ci ordinava di bonificare e mettere in sicurezza 200 siti non a norma. Ci costano ciascuno 200mila euro ogni sei mesi (400mila quelli con rifiuti pericolosi). 
I dati più aggiornati forniti dall'UE riportano ancora 77 discariche italiane da bonificare. 
 

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