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Mai visti, ma il biglietto l’hai pagato

In nome della cultura, un fiume di soldi pubblici per film che nessuno vede: A chi arriva questa cultura?

Gio 30 Nov 2017 | di Francesco Buda | Soldi
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Che tu ci vada oppure no a vedere certi film, il biglietto lo paghi comunque. I soldi ce li ha messi lo Stato italiano con gli aiuti al cinema Made in Italy. Un miliardo e 451 milioni, solo per restare agli ultimi anni, dal 2010 al 2016, tra contributi diretti, cioè soldi in contanti, e agevolazioni fiscali. 

Tutto in nome della cultura, benedetta quando è vera e arriva. La premura per la crescita del popolo, che 25 anni fa ha indotto i governanti europei – con il Trattato di Maastricht - a fare uno strappo alla regola che vieta gli aiuti pubblici alle imprese private. “Eccezione culturale” la chiamano. I contributi diretti andrebbero restituiti. 
Ma questa regola, introdotta nel 2004 dopo 70 anni di sussidi a fondo perduto, come tanti film, non ha avuto successo. Siamo così diventati il Paese europeo dove si realizzano più film e il principale producer è lo Stato italiano. Con la nuova riforma del Ministro Franceschini il finanziamento al cinema sarà “non inferiore a 400 milioni di euro annui”. 
Il 60% in più rispetto all'ultimo aiutone del 2016 di 266 milioni.   
 
COMMEDIA (BRUTTA) ALL’ITALIANA
Una buona fetta della torta finora è andata ai film dichiarati “di interesse culturale” e a quelli di esordienti (“opere prime e seconde”). Dalla riforma del 2004, su totali 1.442 film distribuiti, sono 619 quelli dichiarati “di interesse culturale” che hanno percepito fondi diretti statali, per 334 milioni e 46mila euro. Esclusi gli sconti fiscali, i contributi delle Regioni e dell'Unione europea (l'Italia è uno dei Paesi che contribuisce di più ma ne usufruisce in maniera irrilevante) e i circa 80 milioni di euro l'anno di RaiCinema (pagata dai cittadini). A parte qualche capolavoro che ha avuto successo, a chi è arrivata tutta questa cultura dal grande schermo? Quanti sono stati dissetati dai film 'impegnati' e culturali tramite la Tv, che pure li finanzia? Una pallida commedia all'italiana: ottime intenzioni, grandi principi, nobili scopi, ma risultati scarsi. 
E dove li abbiamo potuti apprezzare tutti questi giovani talenti? Tranne rari casi, i film sussidiati sono dei flop e il giro è in mano ad una rosa di registi, attori ed attrici, e ci lavorano una manciata di sceneggiatori e direttori della fotografia. Magari eccellenti. Ma il nuovo non emerge. È antipatico a dirsi, ma è così. 
A prescindere da ogni giudizio soggettivo sul merito e sui contenuti espressi, è questo il quadro tracciato – con metodi scientifici – da ricercatori ed esperti del settore. Il solito copione visto con editoria, radio e tv locali. Lo documenta il recente libro, curato dai professori Marco Cucco e Giacomo Manzoli, “Cinema di Stato – Finanziamento pubblico ed economia simbolica nel cinema italiano contemporaneo”. 
 
FLOP, SI GIRA!
«Dall’analisi condotta emerge che la produzione sostenuta direttamente dallo Stato non è capace di attrarre pubblico», spiega il Prof Cucco, che insegna Economia e management del cinema all'università della Svizzera italiana di Lugano. «L'eccezione culturale certifica il fallimento della produzione cinematografica europea: non incassa, dunque non è culturalmente incisiva sul pubblico, nel tessuto socio-culturale, e non è in grado di reggersi da sola in termini economici. In altre parole, le industrie cinematografiche europee hanno bisogno del denaro pubblico per sopravvivere e, nonostante tale aiuto, i film che realizzano continuano ad essere in larga parte ignorati dal pubblico». E i correttivi tentati finora non hanno cambiato la trama e il finale. 
«Il contributo erogato direttamente dalla Stato – chiarisce Cucco - risulta di fatto ancora a fondo perduto. Si è incentivata una proliferazione di film (mai considerata un obiettivo da perseguire), con ridotte possibilità di successo». Non siamo fissati coi quattrini, ma avendo a cuore la cultura, è stucchevole che tanta fecondissima produzione culturale non arrivi alla gente. «Malignamente, ma non troppo, si potrebbe affermare che un certo numero di film esistono solo in funzione del finanziamento pubblico».
 
E IO PAGO
Nel 1935 l’Italia è stato il primo Paese al mondo a prevedere finanziamenti a fondo perduto per la produzione cinematografica, coprendo anche il 90% dei costi di produzione fino al 2000. «Sui 327 film di interesse culturale finanziati dallo Stato tra il 1994 ed il 2002, solamente il 6% ha coperto con gli incassi almeno il finanziamento pubblico – ci dice il Prof Cucco -, l’11% dei film finanziati è stato abbandonato prima del termine della produzione o non ha mai trovato uno sbocco distributivo. I finanziamenti mai recuperati sono stati pari a 422 milioni di euro, ossia circa l’85% di quelli erogati». Il sistema avrebbe dovuto alimentarsi con le restituzioni. «Con la vecchia legge si spendeva tre volte di più rispetto alle prospettive di entrata», dirà il Ministro Urbani firmando il decreto di riforma del sistema, nel gennaio 2004. Un mese dopo, il Ministero dei Beni culturali avverte che i fondi per il cinema sono finiti. 
«Il sistema del finanziamento pubblico non ha funzionato in maniera soddisfacente neppure nell’ultimo decennio – affonda Cucco -. Qualche significativa impennata si registra solo grazie a fenomeni singolari, in particolare con gli incassi 'fuori misura' dei film con Checco Zalone, che provengono da aree del tutto esterne a quelle del finanziamento pubblico». 
Per il futuro, a favore della settima Arte, c'è la nuova riforma da 400 milioni (minimo) l’anno. Prevede aiuti anche anche ai produttori di videogiochi: 5 milioni. Sistema virtuoso? No, virtuale.                                                           
 

 
 

RAI: LI PRODUCE, MA NON LI TRASMETTE...

Rai Cinema investe ogni anno 80 milioni di euro in film italiani. Eppure, “soltanto un numero ristretto di titoli del cinema italiano contemporaneo raggiunge la programmazione televisiva sui canali Rai – notano Giacomo Manzoli e Andrea Muniz nel libro Cinema di Stato -. Un inevitabile paradosso: la Rai non mostra i film che essa stessa produce”. Al limite, sono trasmessi per la prima volta in chiaro in terza serata o di notte (intorno alle 2 del mattino), spesso su Raidue. 
 

 

CINEMA A COLORI, MA NON IN ROSA

Solo il 13% dei film italiani finanziati dallo Stato è stato diretto da una donna. “Peraltro, le donne in questione sono più o meno sempre le stesse, e alcune di esse sono membri di veri e propri clan”, scrivono Giacomo Manzoli, docente di Storia del Cinema Italiano all'università di Bologna, e Andrea Muniz, che insegna Storia dell'arte e spettacolo alla “Sapienza” di Roma. “Restiamo lontanissimi anche solo da una parvenza di parità di genere - lamentano i due studiosi -. Problema che chiaramente deriva da una debolezza strutturale di un sistema industriale che non riconosce alle donne un pieno accesso ai ruoli di maggiore responsabilità nel processo di realizzazione di un film, ma è pure vero che il sistema di finanziamento pubblico non sembra aver dato alcun particolare impulso ad un pur parziale riequilibrio». 
 

 

Il caso virtuoso

Cofinanziato dallo Stato italiano, “La grande bellezza” ha incassato 13 milioni di euro. In Italia 6,5 milioni, che non coprono i costi di produzione di 9,5 milioni. «Un esempio virtuoso – dice il prof Marco Cucco - anche sul fronte del reperimento dei finanziamenti, poiché il produttore ha attinto risorse da tutte le tipologie di fonti oggi disponibili, sia a livello pubblico che privato». 
 
 

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