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Ci che nostro dei figli?

E' giusto far capire ai ragazzi che i beni materiali sono il frutto del lavoro dei genitori

Gio 21 Dic 2017 | di Lucrezia L. | Genitori&Figli
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Per mio figlio darei pure il sangue. Chi di noi non ha pensato qualcosa del genere almeno una volta? La molla che ci spinge al sacrificio per i figli, anche se può portare ad eccessi che non fanno bene né ai genitori né ai figli, è probabilmente una delle molle della conservazione della specie, detto senza pretese di scientificità, ma di mero buon senso. Però va anche detto che in questo afflato di generosità compare il verbo “dare”: si può dare ciò che è nostro, non di altri. Altrimenti non è generosità. Ed è vero che diciamo ai nostri figli “questa è anche casa tua”, ma se restiamo al dato oggettivo, la verità è che la casa, la macchina, i vestiti che indossano, nessuno di questi beni materiali è davvero dei nostri figli. è tutto frutto del lavoro o della ricchezza, per i più fortunati, dei genitori. Io credo che sia lecito pensarlo e dirlo, anche ai nostri figli. Non per farglielo pesare o per negare loro ciò di cui hanno bisogno, ma per metterli di fronte a un dato di realtà.

Ho guardato una serie tv molto interessante che si chiama “Easy” e in ogni episodio inquadra una tematica: il rapporto di coppia, il tradimento, l’omosessualità, i luoghi comuni, le mode politicamente corrette e anche il rapporto con i figli. Tutto ovviamente calato in una realtà, quella di una grande città americana, che non è la nostra, pur avendo parecchie cose in comune. In un episodio, una figlia che frequenta l’ultimo anno delle superiori viene beccata dal papà in camera con il fidanzatino. Tocca alla madre parlare con la figlia: da genitore di mentalità aperta le dice che “non la colpevolizza per essere di mentalità aperta”, ma è infuriata, perché, pur avendole lasciato la massima libertà su tutto, la figlia ha infranto l’unica regola: se porti qualcuno a casa che non sia di nascosto. La madre dice di rifiutare l’idea di punirla, visto che è ormai una ragazza matura e intelligente che sta per andare all’università, le impone però, chissà perché, di andare in chiesa con loro tutte le domeniche fino alla fine dell’anno scolastico. La domenica dopo la messa la ragazza progetta un gesto di sfida: volete che sia cristiana? E io lo sarò fino in fondo, non da ipocrita come voi. Va in banca e preleva l’intero fondo (50.000 dollari) stanziato dai genitori per pagarle l’università (una tradizione nelle famiglie benestanti americane, visto che costa parecchie decine di migliaia di euro) e lo dona alla chiesa in favore dei poveri. I genitori sono furenti, capiscono che è una sfida e non mollano il punto. Tentano invano di farsi ridare i soldi dal prete, che rifiuta, dicendo che la ragazza ha avuto la vocazione: non andrà al college, ma in Africa. Il papà sconsolato risponde: “Ci scommetto 50.000 dollari che andrà al college”. La figlia intanto continua con le provocazioni: va a fare volontariato alla mensa dei poveri e porta a casa tre barboni, li nutre, li fa lavare e da loro i vestiti dei genitori. Che stavolta cedono: ok, puoi smettere di venire in chiesa. Ma la ragazza ha assaggiato il piacere dell’altruismo ed è tentata di continuare. Finché, durante la messa, il prete la ringrazia perché con quei soldi ha restaurato l’altare (anziché darli ai poveri). Lei si infuria e fa una scenata in chiesa. I genitori le dicono di essere orgogliosi di lei e tutti insieme vanno a servire alla mensa dei poveri. Naturalmente lei andrà al college. Ci sarebbero un milione di cose da dire, ma una mi ha colpito particolarmente: la ragazza tratta i beni dei genitori come se fossero suoi, vanificando completamente il principio che cercava di dimostrare, e loro accettano questa cosa, invece di dirle: bene, hai voluto fare un gesto per dimostrare un punto, ma non andrai al college o dovrai lavorare per pagartelo. Io avrei fatto così, soprattutto perché in gioco era una questione di principio. Sono troppo dura?    


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