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Passaggio in Bolivia

Sulle tracce della cultura più indigena del Sud America

Gio 21 Dic 2017 | di Testo e foto di Manuela Senatore | Mondo
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Il viaggio in Bolivia comincia come un’avventura: atterro di notte nella capitale La Paz dove prenderò un volo interno per visitare il Salar de Uyuni. A pochi minuti dal decollo abbiamo già un problema di pressurizzazione, che fa cadere le mascherine per l’ossigeno dalla cabina dell’aereo. Si torna indietro per ripartire su un diverso velivolo a soli venti posti. Per fortuna il volo procede senza altre emozioni, tranne quelle suscitate dal paesaggio.

Tra paesaggi selvaggi
A Uyuni viaggiamo su due fuoristrada; dopo le soste, presso una ferrovia abbandonata e un’umile fabbrica di sale, finalmente arriviamo al mitico Salar. Mentre acceleriamo sulla sconfinata distesa bianca, la guida ci spiega le ragioni di questa bizzarra formazione naturale.
Osservando da vicino la superficie salata, si notano innumerevoli forme poligonali disegnate dalla chimica del sale. Prima di lasciare questa meraviglia approfittiamo dell’illusione ottica causata dallo sterminato sfondo bianco per realizzare qualche esilarante foto di gruppo. 

ISLA INCAHUASI
Siamo poi alla volta dell’Isla Incahuasi: l’isola spunta nel bel mezzo del lago salato ed è ricoperta da giganteschi cactus, simili a muti abitanti di un paesaggio surreale. Le emozioni del giorno finiscono con un incredibile tramonto sulla distesa bianca. Senza sole la temperatura si abbassa di colpo, ma già guidiamo verso il villaggio che ci ospiterà per la notte. L’elettricità dura solo mezz’ora, ma così in compenso riusciamo a vedere una miriade di costellazioni nel cielo. 
Al mattino, il viaggio prosegue tra percorsi accidentati che ci portano a una brulla spianata circondata da montagne. Qui possiamo immergerci in pozze tiepide di acqua sulfurea, apprezzando il calore mentre ammiriamo le vette innevate tutt’intorno. Dopo un pasto frugale di verdure bollite e carne di lama, continuiamo tra paesaggi incredibili e sterrati ardui che il nostro autista affronta con precisione impeccabile. Il premio è la magica laguna dei fenicotteri rosa, creature sognanti e delicate che amano vivere in gruppo. 
Il terzo giorno non è da meno. Ci fermiamo presso paesaggi dove le rocce hanno creato sculture singolari come la replica gigante della Coppa del Mondo o le formazioni gigantesche simili a dimenticate rovine di un sito archeologico. Quando rientriamo a Uyuni siamo pronti a qualche comfort; per fortuna il ristorante dell’hotel Toñito serve un’ottima pizza cotta al forno a legna, opera di una coppia americano-boliviana.

Storie di fatica e argento
Al mattino prendo un pulmino alla volta di Potosí; nei sedili di dietro siedono due cholite in costume indigeno. Mentre viaggiamo leggo la storia della città, che è cresciuta e decaduta al ritmo delle risorse d’argento e di altri minerali preziosi ricavati dalle miniere del Cerro Rico. Leggenda vuole che in tre secoli di dominio coloniale la Spagna abbia sottratto tanto minerale da poter estendere un ponte d’argento da Potosí fino al Palazzo Reale di Madrid. Quando il pulmino ci scarica in un affollato crocevia mi rendo conto che si tratta di una città in declino: l’architettura mostra i segni di una storia grandiosa, ma si sente un’atmosfera pesante, da paesotto depresso. Io sono qui per visitare le miniere dove ancora si lavora come nel periodo coloniale. I gas che si respirano tra i tunnel delle miniere distruggono i polmoni e la salute di chi ci lavora dopo dieci o quindici anni; i minatori persistono comunque, in assenza di altre occupazioni redditizie. 
Superando il punto più alto della città arriviamo alle falde del Cerro Rico, dove tutto ha il colore della pietra e della polvere. La nostra guida è un ex minatore con quindici anni di esperienza; lo seguiamo tra cunicoli tortuosi e passaggi scoscesi. Dopo circa 1 km sotto terra facciamo la conoscenza di Oscar, un signore con trent’anni di miniera alle spalle; lavora a una vena di scarsa qualità, il che comporta giornate di duro lavoro. Gli doniamo due candelotti di dinamite per facilitare l’opera: un regalo che viene senz‘altro apprezzato. 

In onore della Pachamama
Per quanto memorabile, questa esperienza impallidisce rispetto al sacrificio in onore della Pachamama. Per questa cerimonia, che si ripete tre sabati di seguito, si scelgono i migliori lama che il mercato ha da offrire. La vittima sacrificale bela di protesta, combatte quanto può, ma alla fine il pugnale del minatore le recide il collo. I minatori raccolgono il sangue sgorgante in contenitori improvvisati, lo gettano sull’entrata della miniera e se lo spalmano sul volto. Segue una metodica operazione di smembramento dell’animale, del quale resta solo la pelliccia a seccare al sole. 
Le mogli dei minatori macellano le carni che verranno consumate nella celebrazione che segue il sacrificio, ma le interiore e la testa dell’animale - coperte di coriandoli e irrorate di birra - verranno portate nelle profondità sotterranee in offerta al Tío, il demone delle miniere, che porta fortuna ai visitatori che gli offrono foglie di coca, sigarette e alcool.

Scene di vita boliviana 
Quando arrivo all’hotel di Sucre apprendo che sta per cominciare la sfilata folcloristica degli universitari. Mi affretto verso la piazza centrale e mi unisco alla folla locale per ammirare le danze in costume che si susseguono per ore lungo le vie del centro. Pare che l’intera città si sia riversata per strada a godersi lo spettacolo e i deliziosi spiedini di carne alla brace con patate, che impregnano l’aria di odori intensi. 
Il volo tra Sucre e Cochabamba dura quaranta minuti. Arrivo di domenica quando tutto è chiuso e non posso organizzare la visita al parco nazionale di Torotoro, dove si ammirano le incredibili impronte di dinosauro. 
La città in sé non ha molto di interessante per il turista - a parte il gigantesco Cristo che la sovrasta dalla cima di una collina -. Da Cochabamba però partono numerose escursioni: alle rovine Inca di Incallajta, al parco nazionale del Cerro Tunari, e al pittoresco paesino di Tarata, che sembra sospeso in un’altra epoca con le stradine pietrose e quasi deserte.

La via più pericolosa del mondo
Prima di atterrare a La Paz, l’aereo vola a bassa quota e passa sopra una serie di bianchissimi picchi innevati dalla geometria spezzettata: sono le cime della Cordigliera Reale. L’arrivo nella capitale è piuttosto traumatico a causa del traffico inestricabile, che secondo il tassista dipende dalla manifestazione di protesta dei minatori contro il governo. Neppure in condizioni normali la circolazione è scorrevole in questa città, nata in una conca tra le montagne: gli ingorghi dipendono dal groviglio di ripide salite lungo le quali si arrampicano automobili malandate. 
La “Via più Pericolosa del Mondo” è un nastro di sterrato che costeggia per chilometri versanti di montagne verdeggianti. È tragicamente nota per i numerosi incidenti mortali che negli anni hanno coinvolto camion, autobus, e altri veicoli. Recentemente è stata costruita un’autostrada per sostituirla e la via maledetta è diventata un percorso perfetto per la pratica della mountain-bike come escursione turistica. 
Accompagnati da due guide, percorriamo il tragitto in una decina tappe: lo scenario è magnifico, con i vapori che si incuneano tra il blu del cielo e il verde del manto sub-tropicale, ma è meglio evitare di farsi incantare dal paesaggio, perché si rischia di farsi male davvero cadendo. L’ultimo giorno basta a conoscere i segreti della capitale, grazie al “teleférico”, la moderna funivia che velocemente connette vari angoli della città e al tempo stesso offre una vista fantastica sui quartieri di La Paz. Le guide migliori sono quelle dei Red Cap; è facile incontrarle tutti i giorni, alle 11:00 o alle 14:00 in piazza San Pedro e seguirle per una passeggiata memorabile tra i mercati e le tradizioni culinarie boliviane. Quando riparto, di nuovo nel cuore della notte, l’ultima immagine di Bolivia è l’ennesimo cane randagio e smilzo che perlustra il margine della strada in cerca di un boccone.
 



LA DISTESA DI SALE PIU' GRANDE 

Con una superficie di 10.582 chilometri quadrati, il Salar de Uyuni è la distesa di sale più grande del mondo, ad un'altitudine di 3.656 metri sul livello del mare. Si è formato per le trasformazioni di successivi laghi preistorici, che, asciugandosi, lasciarono due nuovi laghi e due deserti di sale, tra cui il Salar de Uyuni. Al centro si trovano alcune isole, i resti delle cime di antichi vulcani sommersi. La crosta di sale che lo ricopre, spessa alcuni metri, è talmente piatta che il dislivello varia meno di un metro sull'intera superficie del Salar. 
Contiene dal 50 al 70% delle riserve di litio mondiali, attualmente in fase di estrazione. Le precipitazioni abbondano solo a gennaio, mese ideale per sperimentare l’eccezionale specchio naturale, che si verifica quando la distesa salata è allagata dalle piogge.

 



CHOLITA, INDIGENA CON SANGUE SPAGNOLO

Il termine Cholita deriva dalla parola "cholos", termine spagnolo che si riferisce a persone di origine indigena (Aymara e Quechua) con sangue spagnolo. Riconoscibili dalla gonna con sottoveste a strati, lo scialle, il cappello a bombetta sui capelli lunghi, i gioielli e le ballerine scure, le Cholite venivano rifiutate in alcuni ristoranti, taxi e autobus pubblici.
La crescita dei movimenti popolari e rurali, che culminò nelle elezioni del 2005 del primo presidente indigeno del paese, Evo Morales, ha portato enormi cambiamenti sociali. 
Ora le Cholite studiano all'università, lavorano nei ministeri, in banche e uffici, e conducono programmi televisivi e radiofonici. Ogni domenica a El Alto, ai margini di La Paz, le si vede persino menare pugni e calci in tornei improvvisati di wrestling, per la gioia di residenti e turisti.


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