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Julianne Moore: La rivincita delle rosse

Raffinata, arguta, talentuosa: il Premio Oscar Julianne Moore incarna l’immagine della star di Hollywood moderna e impegnata. Ma a casa è come tutte le mamme e per vivere ha preferito scegliere un quartiere senza celebrity

Gio 21 Dic 2017 | di Alessandra De Tommasi | Interviste Esclusive
Foto di 7

Non lasciatevi incantare dalla pelle di porcellana da dama dell’Ottocento: il Premio Oscar Julianne Moore sa tirare fuori gli artigli, anche se con grazia. Mamma chioccia nella vita ed eroina moderna sullo schermo, mescola deliziosi contrasti e non ha paura di dire quello che pensa, su qualunque argomento. È lei la protagonista femminile (doppia) dell’ultimo film di George Clooney, “Suburbicon”, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia e nelle sale dallo scorso dicembre. Assieme a Matt Damon vive in una famigliola perfetta della classe media nella provincia americana degli anni Cinquanta, ma sotto le apparenze si cela molto, molto altro. A dispetto dell’ambientazione, il racconto non potrebbe essere più attuale, soprattutto in un’epoca piena di pregiudizi e divisioni. 

Il film “Suburbicon” parla della (non proprio) tranquilla vita di periferia. Lei in che posto ha scelto di vivere?
«Ho preferito New York, perché mi piace vivere in un luogo che mi offra tante opportunità, dalle ottime scuole per i miei figli alla possibilità d’incontrare gente interessante, ma soprattutto far parte di una comunità di cui condivida i valori. Nel film George Clooney ha messo in scena proprio questo, una ribellione contro il “diverso”, mostrando le conseguenze del principio di esclusione degli altri per preservare i propri desideri».

Lei che genere di vicina di casa è?
«Una brava, o almeno lo spero, perché il quartiere è una piccola comunità a cui sono molto legata, ci si conosce tutti nell’isolato e proprio di recente un vicino ci ha chiamato quando ha sentito scattare l’allarme dell’acqua. Per non parlare di quando i miei figli gettano regolarmente il pallone nel giardino della famiglia accanto alla nostra. Quello che voglio dire è che ci teniamo molto gli uni agli altri e secondo me è fondamentale sentirsi responsabili per chi ci sta accanto».

Vive in un quartiere di celebrity?
«No, i miei vicini non sono famosi. Mi piace che l’ambiente sia variegato, l’ho notato in questi trent’anni di permanenza lì, durante i quali non ho mai avuto voglia di andare altrove».

Nel film si è sbizzarrita, prestando il volto a due gemelle molto diverse tra loro. Si è divertita?
«La sola idea di farlo mi ha elettrizzato, perché queste due donne reagiscono diversamente alle stesse circostanze, soprattutto perché una invidia la vita dell’altra, anche se è ridotta sulla sedia a rotelle in seguito ad un incidente». 

Ultimamente le chiedono spesso questo genere di sdoppiamenti. Anche ne “La stanza delle meraviglie”, presentato al Festival di Cannes, ha due ruoli…
«È verissimo, sarà l’anno dei doppi. Oddio, non vorrei sembrare avida… (Ride - ndr)».

Immaginava tutto questo ad inizio carriera? Sognava di poter stringere in mano un Oscar?
«Non avevo ambizioni di questo genere. All’inizio incrociavo le dita per trovare un agente che mi volesse, poi speravo di trovare almeno un lavoro che mi desse da vivere, perché tutti mi dicevano che sarebbe stata una strada in salita. Finalmente a 17 anni ho preso coraggio e l’ho confessato ai miei genitori ed è successo, sono diventata un’attrice. Ne parlavo l’altro giorno con mio marito: c’è voluta anche tanta fortuna. Ecco perché non faccio mai piani a lungo termine, ho sperimentato spesso che la vita te li sconvolge in un attimo».

È pronta alla sindrome del nido vuoto, quando suo figlio andrà al college?
«Per noi genitori sarà un’agonia, per lui una pacchia (Ride - ndr)!».

Cosa desidera come mamma?
«Innanzitutto, vorrei dire che sono orgogliosa dei miei figli così come sono, si comportano da brave persone e li vedo felici, pieni di amici e di interessi, oltre ad un buon rendimento scolastico. E finora non sono abbastanza interessati al mio lavoro per poter seguire le mie orme…».

Come reagisce alle critiche negative?
«Faccio un sospiro profondo e cerco di ricordarmi che non ho alcun controllo né sul botteghino né sulla critica. Certo, sono un essere umano e spero sempre che il mio lavoro piaccia alle persone, ma so che potrebbe non succedere».

Secondo lei il cinema offre ancora spunti di riflessione?
«Credo di sì, dovremmo considerarlo non solo una forma d’arte, ma uno strumento di cambiamento e di riflessione, mentre a volte riproponiamo ciclicamente gli errori del passato. So che si chiama “show business” e non “show art” e in quanto tale è un ambiente competitivo e votato a scovare brand macina-soldi e non a dare voce agli artisti, ma sta a noi provare a cambiarlo».

Sta parlando della disparità di salario tra attori e attrici?
«La disuguaglianza di genere, purtroppo, non riguarda solo Hollywood. Guardiamoci intorno: le donne la subiscono in ogni mestiere».

Da tempo circolano ipotesi su una futura candidatura di Clooney a Presidente degli Stati Uniti. Per questo sceglie di dirigere film impegnati?
«George non vuole mai essere polemico, ma invita il pubblico a riflettere con un tocco di leggerezza. Il racconto agrodolce sui pregiudizi e le discriminazioni passa da un evidente cambio di tono dalla commedia al dramma».

Vuol dire che la politica può essere divertente?
«Oh no, Trump non fa ridere affatto e non è neppure divertente prenderlo in giro. Semmai è pericoloso che governi senza esperienza né abilità in materia, ma lo strumento democratico per esprimere la propria voce resta il voto, anche se molti elettori sono rimasti sconvolti dall’esito».
 



Red Power

Julianne Moore, all’anagrafe Julie Anne Smith, classe ’60, ha sangue scozzese e albanese nelle vene. Dopo la laurea in Belle arti, ha debuttato a Broadway per poi arrivare alla ribalta con la soap “Così gira il mondo”, che le vale un Emmy. Colleziona ruoli acclamati dalla critica e premiatissimi, tra cui “Safe” di Todd Haynes, regista con cui è tornata a recitare di recente ne “La stanza delle meraviglie”, presentato al Festival di Cannes e ancora inedito in Italia. Prima di vincere l’Oscar nel 2015 con “Still Alice” alterna film indie a blockbuster come “Il mondo perduto – Jurassic Park”.  Da “The Hours” a “Crazy, stupid, love” si capisce che ama mescolare i generi e cimentarsi sia con pellicole drammatiche che con commedie. Con “Suburbicon”, diretto da George Clooney e presentato alla Mostra del cinema di Venezia, coniuga entrambi i toni con ineffabile talento. Mesi fa ha anche incantato i giovani giurati del Giffoni Film Festival con una delicatezza d’animo da lei attribuita alla maternità: ha due figli, Caleb e Liv, nati dal matrimonio con il regista Bart Freundlich, conosciuto sul set de “I segreti del cuore”. Impegnata in politica e nel sociale, si batte per i diritti umani e per l’uguaglianza di genere. Al cinema, invece, si concede ruoli cattivissimi, da “Hunger Games: il canto della rivolta parte 2” al recente “Kingsman – Il cerchio d’oro”.


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