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Silvio Orlando: La mia vita da camionista

Volto del cinema d’autore e cardinale per Sorrentino, il teatro è il suo posto nel mondo, eppure non è molto diverso da quando aveva 18 anni

Gio 21 Dic 2017 | di Nadia Afragola | Interviste Esclusive
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Silvio Orlando, è uno dei volti più rappresentativi del cinema d'autore italiano contemporaneo, uno dei pochi in grado di raggiungere un pubblico colto, ma di farsi ascoltare anche da quello più popolare. Interpreta vizi e virtù dell'uomo medio, cerca a volte di evadere dai soliti ruoli di "simpatico". è intenso, emoziona e dopo il devastante consenso arrivato vestendo i panni del cardinale Angelo Voiello, in “The Young Pope”, la serie televisiva italo-franco-spagnola ideata e diretta da Paolo Sorrentino, è tornato (nell’attesa di girare il sequel intitolato “The New Pope”) al suo grande amore: il teatro. Porta in scena “Lacci”, lo spettacolo tratto dall’omonimo romanzo di Domenico Starnone, per la regia di Armando Pugliese. Una sinfonia del dolore, un catalogo dolceamaro che indaga con ironica malinconia il fallimento di una generazione, quella del Sessantotto, incapace di dar seguito agli ideali di libertà e indipendenza e disarmata di fronte alle conseguenze del disastro.

Teatro. Cosa è per lei? 
«Il mio posto nel mondo. Ho iniziato in una cantina napoletana quando i giovani non avevano grosse prospettive, un po’ come oggi a dire il vero. Ero un adolescente problematico, timido, insicuro, che un giorno scoprì di essere depositario di un dono: la comicità. Erano tempi in cui capeggiava uno slogan che diceva molto su come andavano le cose: “Il personale è politico”.  Ho vissuto con distanza la tradizione culturale teatrale della mia città, Napoli, l’eredità era insostenibile, si andava a tentoni e più che il tempo di salire sul treno che passava, abbiamo vissuto gli anni in cui c’era ancora la ferrovia da costruire». 

Proprio a teatro la ritroviamo in giro per lo stivale con il suo ultimo lavoro, “Lacci”. Dentro c’è sacrificio, tradimento, bisogno di libertà. Da dove iniziamo?
«Non vedrete nulla di astratto, ma qualcosa che mi rappresenta, quell’ansia di libertà che ti sconvolge la testa a 20/30 anni, quando tutto sembra possibile. è la storia di una famiglia legata dallo stesso sangue e da tante piccole vendette giornaliere».

Chi ha una famiglia a 30 anni oggi è fuori luogo. 
«A 30 anni non pensavo alla famiglia, sono dovuto arrivare ai 40 per farci un pensierino. Non sono un esperto del campo, anche se potrà sembrare paradossale. Mi sembra che la cosa drammatica dei trentenni e dei quarantenni di oggi non è che non abbiano una famiglia loro, ma che dipendano tanto dalle loro, è quello il vero blocco mentale». 

C’è qualcosa di più radicale dell’abbandono?
«è una frase del libro dal quale è tratto lo spettacolo. E sì, c’è qualcosa di più radicale: lasciare una famiglia per poi tornare sui propri passi e non riuscire a perdonarsi. Sono i falsi perdoni, nel caso di “Lacci”, a finire sotto la lente d’ingrandimento, i falsi ricongiungimenti, quella finta armonia».  

Un tempo la famiglia, quella sana, era vista come un modello da seguire. Oggi di modelli chi ne ha più bisogno: i padri o i figli? 
«Non abbiamo trovato alternative alla famiglia tradizionale. È un luogo imperfetto che idealizziamo, non è un santuario dove si risolvono tutti i problemi». 

Il ’68 ha fallito perché si pensava di poter essere liberi? 
«Inseguivi delle velleità. È il simbolo di come un’utopia possa diventare il suo contrario, distopia. Come se la felicità fosse un diritto, come se potesse esistere su questa terra. Oggi sembra che la felicità sia qualcosa di individuale, dove gli altri sono sempre più visti come un ostacolo. In tv vedo solo gente che si elimina».  

Quanto conta l’ipocrisia nei rapporti? 
«Nel mio lavoro sembra che sia ciò che il cemento rappresenta nella costruzione di una casa. Sul set vivi l’atmosfera che si vivrebbe in una grande comunità, dopo un po’ però si rivela fasulla, ma non la chiamerei ipocrisia. Sono strumenti di lavoro, strutture necessarie». 

La lingua teatrale come si impara?
«Parliamo del vero problema: come stare su quel palco. C’è chi si rifugia dentro una forma quasi intimidatoria, io preferisco altro. Per me recitare è continuare a vivere, in altre condizioni, anche in scena». 

E dei telefoni accesi in sala cosa ne pensa? 
«In quel caso si parla di una forma scadente di attenzione, ma poi mi domando: ‘ma perché vieni a teatro, paghi un biglietto, per fare qualcosa che potresti fare gratis fuori? Cioè usare il tuo telefono?’».

A gennaio sarà in scena a Roma. Cosa si aspetta dalla Capitale? 
«Roma ci dà molte preoccupazioni, parlo della situazione dei teatri in questo caso. Il teatro rappresenta quello che c’è fuori da quella porta. Troppi teatri hanno chiuso e tanti altri stanno su a fatica. Servirebbe una strada condivisa da seguire. Al di là delle buone intenzioni sono delle fasi storiche, anche Milano l’ha vissuta e ora va meglio. Ricordiamo sempre che il teatro è un lusso necessario». 

È stato la sorpresa più grossa sul set di “The Young Pope”. Com’è andata con Sorrentino?
«È stato come vivere una sospensione del tutto. Un’impresa dura, spaziale, immaginate di essere su una navicella che nessuno aveva mai guidato prima. Paolo (Sorrentino - ndr) era sicuro di dove stava andando, è riuscito a creare un universo artistico definito. Il vero problema era tenere il passo, perché non sempre la macchina è affettuosa, deve macinare lavoro e tutte le energie le concentri nell’inseguire l’estro di Paolo. Un’esperienza importante, che non a tutti è concesso il lusso di vivere, con un cast internazionale, una storia nata sotto il giusto meridiano». 

Ha dovuto dividere la scena con un altro sex symbol, Jude Law.
«Al di là del fascino che ci accomuna (sorride), c’era una sostanza che in qualche modo ci legava, la stessa derivazione teatrale». 

Quel set e la consacrazione del suo talento sono arrivati nell’anno del suo sessantesimo compleanno. Come se non bastassero i David Di Donatello, i Nastri D’Argento, il Globo D’oro, la Coppa Volpi.
«Sono cose che possono far impazzire, se sei troppo fragile. Ho ricevuto un tale consenso che mi ha lasciato senza parole, frastornato, ma non mi ha sradicato in alcun modo dalla mia vita. Sono ancora qui a girare in lungo e in largo l’Italia con i miei ragazzi e sono stato a Torino, sarò anche a Milano e Roma, ma è a Vercelli, Cuneo, Ascoli, Poggibonsi, Solomeo, Mesagne, Latisana che sarà bellissimo portare in scena “Lacci”».

Nel 2018 si dovrebbe tornare in Vaticano, per “The New Pope”. Quante possibilità abbiamo di rivederla?
«Ottime possibilità. L’attesa è stata però snervante, perché più volte è stata rimandata la data di inizio delle riprese, rimodulando di conseguenza la mia vita anche alla luce di questo». 

Crede in Dio?
«Il Cardinale Angelo Voiello è a foglio paga quindi non ha scelta. Dio ci serve, è utile. Senza di lui perdiamo la bussola, da solo l’uomo fa pasticci e quando cerca di farsi Dio la catastrofe è già vicina».

Capitolo Harvey Weinstein.
«E' una grande occasione per tutti. Ha preso la deriva del sesso, ma riguarda un grande capitolo che è il potere. è qualcosa di mostruoso il potere, perchè cambia l’essere umano, toglie umanità e contatto con la realtà. Ho provato a far entrare quell’uomo dentro di me, per capire cosa avrei fatto io al suo posto. Lì però c’era un sistema al servizio di una patologia, oltre che una totale penuria affettiva. Nella vita sarà capitato a tutti quel periodo in cui il successo è al punto dal darti alla testa, dal portarti a vendicarti del destino, colpevole di aver atteso troppo a renderti giustizia. L’ago della bilancia è quello che hai dentro. Le donne? Come non rispettarle! Non sono mica oggetti e la violenza sessuale sulle donne, insieme alla pedofilia, la peggiore delle derive, rappresentano i veri crimini contro l’umanità, perché uccidono per sempre l’innocenza e la naturalezza dell’amore e del sesso. Tolgono tutto. Tornando a Weinstein e a quanto accaduto in Italia di riflesso, per il momento nel nostro paese abbiamo assistito ad uno sputtanamento totale, perché viviamo tempi in cui il privato diventa pubblico, ma circoscritto, nel senso che non mi pare ci siano processi o inchieste in corso». 

Una carriera la sua che le permetterebbe di fare il divo. Lo sa che il suo basso profilo è raro in Italia, soprattutto per un napoletano?
«Sono un pigro indolente, atteggiarsi è faticoso. Recito come se non ci fosse un domani e a me basta quello, perché potrebbe finire un giorno, scomparire. Ecco perché preferisco stare con i piedi per terra. La vita del teatro ti porta alla concretezza, si misura nei chilometri che percorri, è vita da camionista. La mia autostima non è poi così diversa da quando avevo 18 anni, devo sempre dimostrare qualcosa, soprattutto all’immagine che ogni mattina vedo riflessa nello specchio». 

E' felice? 
«Localmente felice in termini metereologici. Boh! Tendiamo a vedere sempre quello che non abbiamo. Vivo in uno stato perenne di inquietudine, che magari mi aiuta a fare delle cose bellissime, ma mi consegna all’ansia. Da sempre. Per sempre».  



Tra cinema, teatro e tv

Ha lavorato con vari registi del cinema italiano, come Nanni Moretti, Daniele Luchetti, Paolo Virzì, Michele Placido, Carlo Mazzacurati, Pupi Avati, Gabriele Salvatores. Nel 1993 diretto da Salvatores è protagonista di “Sud”. Nel 2000 vince il Nastro d'argento come migliore attore protagonista per “Preferisco il rumore del mare” di Calopresti. L'anno seguente prende parte al film vincitore della Palma d'oro a Cannes “La stanza del figlio” di Moretti. Nel 2006 partecipa come protagonista al film di Nanni Moretti “Il caimano”, film grazie al quale vince il David di Donatello come migliore attore protagonista. Nel febbraio del 2008 esce il film “Caos calmo” di Antonello Grimaldi. Nel settembre del 2008 riceve la Coppa Volpi come miglior attore per il film “Il papà di Giovanna” di Pupi Avati, film per quale vince il Premio Gian Maria Volonté per il miglior attore protagonista. Oggi, oltre al suo ruolo in “The Young Pope” di Sorrentino, è a teatro con “Lacci”.


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