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Quelli che ‘sentono’ il corpo

L’osteopata non guarda al sintomo, ma alla persona e ai motivi che scatenano la sofferenza fisica

Gio 21 Dic 2017 | di Emanuele Tirelli | Salute
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L’approvazione del Ddl Lorenzin di dicembre è un ottimo passo in avanti per gli osteopati italiani e per le persone che scelgono questo tipo di trattamento. La prima, e ultima, indagine demoscopica realizzata per il ROI (Registro degli Osteopati d’Italia nato nel 1989) dall’Istituto di Ricerca Eumetra Monterosa dice inoltre che 2 persone su 3 sanno di cosa si tratta, che in 10 milioni si sono già rivolti almeno una volta all’osteopata, e che il 70% lo fa per curare dolori muscolo-scheletrici. Come ci sono arrivati (il 90% si è detto soddisfatto) dipende innanzitutto da un fruttuoso passaparola.
Un altro studio, sempre del ROI, è quello recentissimo del progetto Opera, che ha realizzato un’indagine volta a conoscere meglio il profilo degli osteopati italiani e le caratteristiche della professione. Per farlo, è stato utilizzato un questionario online senza nessun obbligo di adesione. I dati raccolti, però, sono la prima importante fotografia di questo mestiere. 
All’appello hanno risposto in 4.421, con una prevalenza (45%) dal Nord e meno (20%) dal Sud, e un’età (44%) ricompresa maggiormente tra i 30 e i 39 anni. Diversa, invece, quella dei pazienti, dichiarata dai 41 ai 60 anni nel 93% dei casi.

COS’È
Nonostante il numero crescente di persone che cercano sollievo nell’osteopatia, questa professione lascia ancora alcuni dubbi, dovuti per lo più a una scarsa conoscenza della sua validità. È per questo che bisogna specificare che si tratta di una pratica complementare e non alternativa alla medicina, e che si basa sul contatto primario con il paziente. L’osteopata ha il compito di “sentire” cosa dice il corpo e di insistere sulle cause dei sintomi. Non infatti sui sintomi stessi, ma andando a cercare i motivi che li hanno scatenati con manipolazioni capaci di ristabilire la mobilità fisiologica dei sistemi circolatorio, respiratorio, fasciale, nervoso e muscolo-scheletrico. La causa del problema spesso non coincide con la localizzazione del sintomo. E l’idea è quella che il corpo non sia composto di parti separate, ma che la disfunzione di una possa manifestarsi con dolori in un’altra: uno degli esempi è soffrire il mal di schiena a causa delle viscere, che quindi saranno trattate con particolare attenzione. 

PERCHÉ ANDARCI
“La maggior parte dei consulti coincide con la presenza di dolore”, dice Paola Sciomachen, presidente del Roi. “Soprattutto negli adulti. E l’approccio è assolutamente personalizzato: non riguarda il sintomo ma la persona. Il lavoro dipende ogni volta dal paziente e dalle sue caratteristiche specifiche, quindi non è possibile definire trattamenti e tecniche standard perché l’osteopata personifica ogni seduta con un approccio “autoriparativo”. Ricerca infatti le cause che hanno generato le disfunzioni alla base del disturbo e del dolore, e attraverso tecniche manuali ripristina la mobilità fisiologica nei vari sistemi, perché questi recuperino una buona funzionalità. Ed è un processo che induce la persona a stimolare le proprie capacità di autoregolamentazione”. 

DAI BAMBINI AGLI ANZIANI
Negli ultimi anni, l’osteopatia ha iniziato a interessare con maggiore consistenza anche i bambini, già dal terzo mese di vita. “Quello pediatrico”, continua Sciomachen, “è un ambito di sviluppo molto interessante e di grande respiro. È possibile trattare casi di plagiocefalie (deformazione del cranio del neonato, ndr) e problemi di digestione, di sviluppo psicomotorio e di ritmo sonno-veglia. Sui bambini in crescita, i problemi sono diversi, quindi interveniamo in modo differente: postura e atteggiamenti scoliotici, asimmetrie del cammino, complicazioni relative a piedi e ginocchia, e molto altro. E poi ci sono patologie croniche ed evolutive fino alle età più avanzate. Non curando la malattia, l’osteopatia può essere indicata per i sintomi associati alle disabilità. È quindi un supporto alla medicina nella gestione del malato e, laddove le patologie sono particolarmente complesse, un intervento multidisciplinare è sicuramente più appropriato”.

 

FORMAZIONE
La mancanza di un albo professionale fino ad ora è stata supplita dall’esistenza di molte associazioni, ognuna con il proprio percorso e ognuna tesa a garantire al paziente la professionalità dei propri iscritti. E non esiste ancora neanche una laurea, ma numerosi corsi, sia per laureati che per diplomati.
“Ho avuto modo di iniziato a trattare i pazienti molto presto”, dice Roberto Laudisio, laureato in Scienze Motorie, posturologo, chinesiologo e oramai al termine del corso pluriennale dell’IFOP (Istituto di Formazione in Osteopatia e in Posturologia), che collabora con l’Università la Sapienza di Roma. “In questo momento, in Italia la formazione è tutta privata, ma riesce a fornire un alto livello di professionalità che ci permette di studiare e cominciare subito il contatto con i pazienti. Le scuole sono tante, ma tutte accomunate da direttive formative. Bisogna solo scegliere quella più adatta al proprio percorso pregresso”.

 



Riconoscimento

Lo scorso 22 dicembre è stato approvato il Ddl1324-b sulla riforma degli ordini e le sperimentazioni cliniche, e l’osteopatia è stata riconosciuta come professione sanitaria. Il Ddl Lorenzin è infatti diventato legge con 148 senatori a favore dei 173 presenti in seduta. Il documento dovrà poi tornare al Senato, ma è frutto di un lavoro pluriennale che serve a colmare un vuoto. L’osteopatia è arrivata in Italia 30 anni fa e, nonostante il gran numero di pazienti e di persone che la praticano, è solo adesso vedrà una piena regolamentazione da parte delle istituzionali nazionali. Esiste però la norma CEN (Osteopathic Healthcare Provision) del 30/04/15 che definisce standard europei di riferimento.

 


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