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Jovanotti: Non faccio Lorenzo, lo sono davvero

La nuova direzione della musica di Jovanotti

Gio 21 Dic 2017 | di Nadia Afragola | Interviste Esclusive
Foto di 8

“Siamo al servizio della musica che serve alla vita”: Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti, è tornato. In realtà non è mai andato via in definitiva, per lo meno non negli ultimi 30 anni, lui che oggi si ritrova ormai cinquantenne con l’aria da eterno ragazzo a rimettersi in gioco in occasione del lancio del suo 14° album di inediti. Prodotto tra Cortona e Firenze, l’album è stato ultimato nei leggendari Shagri La Studios a Malibù, da un mostro sacro che risponde al nome di Rick Rubin: guru della musica americana, vincitore di dieci Grammy Awards, che per la prima volta ha scelto di collaborare con un cantante italiano. Se guardiamo alle sue collaborazioni troviamo i Red Hot Chilli Peppers, Lana Del Rey, Lady Gaga, Metallica, AC/DC, Aerosmith, Shakira, Justin Timberlake, Eminem, U2, Mick Jagger, Adele, Ed Sheeran e Linkin Park ed ora anche il nostro Jovanotti.  

E il risultato del loro incontro è nelle parole di Lorenzo: 
«Ho provato a lavorare con quello che per me è il più grande produttore di tutti i tempi, era la collaborazione dei miei sogni, pensavo che sognare in grande fosse lecito, ma non avrei mai immaginato di vivere quel sogno. In studio è micidiale, è un vero artista: ha questa capacità di prendere una canzone che ho scritto e di portarla all’essenza, estrema. Lavori non alla giornata, ma ora per ora. Parliamo dell’uomo che ha creato l’hip hop come musica di massa». 
Si è giocato per sottrazione e questo è il risultato del lavoro di Rick: 14 tracce, nove delle quali accompagnate da un solo strumento. Per il resto è il rap jovanettiano che conosciamo da tempo. Lo stesso che Lorenzo deve dimostrare di essere in grado di confermare dopo il successo senza precedenti di “Lorenzo 2015 CC”. 
«è il disco più vario mai prodotto in vita mia con all’interno due anime ben distinte: il cantautore e il dj, niente pop elettronico così presente negli ultimi dieci anni. È un disco che getta una luce positiva, nuova, sul passato. Abbiamo ottenuto il massimo con il minimo, che non è minimalismo quanto piuttosto suonare meglio in più spazio».

Cosa ti disse Rick Rubin prima di iniziare a lavorare al disco? 
«Mi disse che aveva visto i miei numeri e che non avrebbe potuto fare nulla per me, non avrebbe potuto aggiungere neppure una copia in più a quante già non riuscissi a venderne da me senza il suo aiuto, forse avrebbe potuto farmi vendere qualche copia in meno. Poi mi disse che gli piaceva l’artista che c’era dietro e che voleva lavorare con quel musicista: con me. Era ciò che volevo… perdere il controllo. Nel disco tanti temi, tanto amore carnale. Rick mi ha messo in crisi, nel senso buono del termine, mi sono sentito nudo, fragile, vulnerabile, con i miei limiti vocali in bella mostra».

L’inizio com’è stato?
«Sorprendente, mi ha detto che non avrebbe voluto la traduzione dei testi delle canzoni, ma che avrebbe voluto che io gli parlassi di quelle canzoni. Mi ha detto che la musica, quella fatta bene, ti arriva anche se non capisci una parola di quello che dice. è stata una doppia sfida, la mia, una grande avventura… e quel disco può non piacere, questioni di gusti, ma nessuno può mettere in discussione quello che è: un indiscutibile pezzo della mia vita. Rick mi ha dato coraggio per abbandonare la strada vecchia, me l’ha data il giorno in cui mi è venuto incontro e mi ha detto: facciamo un disco, un’opera d’arte, qualcosa di bello, non facciamo business. Dimentica tutto, fai come Neil Young che se ne frega, ma lui è matto. Non ti saranno date tante possibilità per essere matto in quel modo. Hai paura che il tuo disco sia poco radiofonico? Fregatene, non costruire, non prevedere, chiedi solo a tua moglie e a tua figlia cosa pensano di quelle canzoni».

Qual è stata la reazione della Universal al primo ascolto? 
«Inizio con il dire che ho rinnovato con loro per altri tre album. Ricordo che arrivarono in studio e inaspettatamente Rick era in ansia. Ascoltarono due pazzi e andarono… giorni dopo mi dissero che erano certi che sarebbe stato un successo».

E' iniziato un ciclo con Rick?
«Mi sento all’inizio di una storia. Chi vivrà, vedrà. Sto vivendo questo album, continuo ad ascoltarlo, con freschezza, non è tra le cose fatte, è ancora in divenire per tanti aspetti. Poi penso ai testi e al lavoro che c’è dietro: alcuni li porti avanti per mesi, altri anni, altri ancora poche decine di minuti. “Piove” venne fuori in 45’, per “l’Ombelico del mondo” servirono 4 anni, per “Ragazzo Fortunato” 2 anni, “Oh, Vita!” è nato come pezzo di lavoro, scritto al volo e recitato sul telefonino. Mi è piaciuto così tanto che non c’ho cambiato una virgola. La Teresa (la figlia - ndr) l’ha ascoltato più volte e mi ha detto che costringe all’attenzione. è stata lei a convincermi che era perfetto così». 

Cos’è un disco nuovo, per un artista che sforna dischi da 30 anni?
«I dischi non sono architetture, ma gesti, che sono la parte finale di un grande lavoro. Trent’anni fa arrivai a Milano nello studio di Claudio Cecchetto e oggi ho la stessa voglia di essere all’altezza delle aspettative che avevo quel giorno».

Quanta America c’è dentro questo disco? 
«Se vai a vivere in America a lei non cambia nulla e a te cambiano tante cose. Siamo cresciuti immersi nelle contaminazioni americane: è un Paese giovane, vivo, in cui devi sopravvivere, questo lo avverti arrivando a New York, una giungla. Parlo di sopravvivenza fisica in una città sporca: ci lamentiamo delle nostre città, ma rispetto all’America potremmo mangiare per terra nei nostri centri storici. Insegna l’asciuttezza, insegna che se sei bravo sfondi, perché partono tutti insieme, insegna la meritocrazia, quello sì. Non c’è da parte mia l’idea di un disco in America, per l’Europa sì. In America mi sono trasferito con la mia famiglia per un periodo, mi avevano proposto un giro nei club di due anni, poi sono diventati quattro, perché nel frattempo eravamo una bella famiglia lì, sapevamo di essere dei privilegiati. Poi però si torna a casa».

In “OH, VITA!” hai cambiato direzione.
«Sì, e con essa anche prospettiva della musica. è più mio, più degli altri, in modo più autentico e questo per merito di Rick, che si è dimostrato sin da subito interessato solo alla verità, rinunciando alla smania di piacere. Non faccio Lorenzo, lo sono davvero e credo sia la prima volta da quando ho iniziato a fare questo mestiere negli anni ’80».

“Oh, Vita”… perché questo singolo per lanciare l’album?
«Non c’è nessun altro brano capace di anticipare l’intero lavoro. Dentro c’è la mia vita, la mia storia, ogni nuovo inizio che ho vissuto».

“In Italia”: cosa c’è dentro?
«È il racconto del nostro Paese, per immagini, quelle che ho nella memoria, quelle che ho scritto sulla pelle. C’è sullo sfondo l’amore per una terra, autentico, paradossale. Mia moglie continuava a ripetermelo di fare una canzone sull’Italia... peccato che alla fine parlo del mio caos, con tenerezza e tanta fiducia nelle nostre capacità, quelle degli italiani». 

Si parla tanto di libertà nel disco. Cos’è per te? 
«È al centro del disco. Il significato della parola in sé è cambiato tanto nel corso del tempo. Ha preso significati diversi. Ritengo sia una parola che occorre riempire di significato, anche se tutti se ne sono appropriati in qualche modo. Penso al giro che ha fatto dalla rivoluzione francese ad oggi, passando dal Dc, dai partigiani, avendo a che fare con Berlusconi, gli haters della rete. È in assoluto la parola più svuotata di senso, ma continua a suonare bene, anche se circondata da forme di dominio e sopraffazione in tutti gli ambiti. Alzate gli occhi al cielo e ribellatevi, io lo faccio tutti i giorni». 

Il 12 febbraio parte da Milano il “Lorenzo Live 2018”. 
«Sarà uno spettacolo totale. Voglio suonare fino a non poterne più e per farlo ho scelto dieci città, in ognuna delle quali proverò a prendere la residenza. Vi faremo ballare, piangere, cantare, emozionare, stancare, ridere».

La scaletta è pronta?
«Ci saranno sei pezzi di “Lorenzo 2015”, sette pezzi del nuovo album, ma lo show vero e proprio sarà il repertorio rinfrescato. Al mio fianco la mia band: Saturnino al basso, Riccardo Onori alla chitarra, Cristian Rigano alle tastiere, Gareth Brown alla batteria, Franco Santarnecchi al piano, Leo Di Angilla alle percussioni, Jordan Molean alla tromba, Matthew Bauder al sax, Gianluca Petrella al trombone».

In contemporanea al lancio del disco, Lorenzo ha presentato “SBAM!”, diario di viaggio edito da Mondadori, che potrebbe essere il numero uno di una rivista cartacea. Non temi di risultare antico all’epoca della tecnologia?
«Non c’è niente di più nuovo dell’antico. Quando è arrivata la copia cartacea di “Sbam!” ho riletto le cose che avevo scritto e avevano un suono e un sapore diverso dal digitale, come ascoltare in radio il tuo disco. E comunque le nuove tecnologie non cancellano le vecchie. Tra poco parleremo solo con gli emoticon, basterà non dimenticare di leggere l’Orlando Furioso».  

Mancano prospettive? 
«Mancano idealismi, romanticismo».

Colpa delle rete? 
«Siamo nell’epoca digitale, ci siamo dentro fino al collo e con tutta la testa, anche l’aria che respiriamo è digitale. La rete che doveva liberarci ci ha catturato – infatti si chiama rete, avremmo dovuto capirlo da subito -. Chi nasce dentro la rete non ha il problema che hanno quelli come noi, nati quando la rete non era stata ancora gettata...». 



LORENZO LIVE 2018

A febbraio al via il “Lorenzo Live 2018” durante il quale Jovanotti canterà pezzi di “Lorenzo 2015”, sette brani del nuovo album, anche se lo show vero e proprio sarà il repertorio rinfrescato. Al suo fianco Saturnino, Riccardo Onori, Cristian Rigano, Gareth Brown, Franco Santarnecchi, Leo Di Angilla, Jordan Molean, Matthew Bauder e Gianluca Petrella. Queste le date: 

FEBBRAIO - 12, 13, 15, 16, 18, 19, 21, 22, 24, 25 a MILANO

MARZO - 3, 4, 6 a RIMINI e 10, 11, 13, 14, 16, 17, 19, 20 a FIRENZE

APRILE - 3, 4, 6, 7 a TORINO - 13, 14, 16 a BOLOGNA - 19, 20, 22, 23, 25, 26, 28, 29 a ROMA

MAGGIO - 8, 9 a ACIREALE - 15, 16, 18, 19, 21, 22 a VERONA - 25, 26 a EBOLI

GIUGNO - 12 a ANCONA, 16 a STUTTGART, 19 a WIEN, 21 a ZURICH, 23 a BRUXELLES, 30 a LUGANO


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