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Quanti volti dietro i numeri

Laura Frigenti e I suoi primi due anni alla guida dell’agenzia italiana per la cooperazione

Gio 21 Dic 2017 | di Angela Iantosca | Attualità
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A gennaio 2016 è nata l'Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo, che intende agire come piattaforma operativa del sistema italiano della cooperazione, per rafforzarlo e renderlo protagonista nella lotta alla povertà, nella promozione della pace, nella difesa dei diritti e nella costruzione dello sviluppo sostenibile. Alla sua guida una donna, Laura Frigenti, attiva nel settore della cooperazione da più di 30 anni, già vice presidente del Global Development Practice e vicepresidente operativo della Banca Mondiale.

A due anni dalla nascita dell’Agenzia e dalla sua nomina, raccontiamo quali difficoltà si è trovata ad affrontare.
«Questa Agenzia alla nascita si è trovata gravata da un programma enorme di lavoro, ereditato dal Ministero degli Esteri, che significa gestire venti sedi nel mondo e più di mille progetti: non volendo rallentare nessuna attività e non volendo che i Paesi sui quali operiamo soffrissero questo cambiamento, abbiamo posto un peso notevole sulle spalle del personale». 

E' complesso questo ruolo da donna?
«È difficile, perché ho trovato in Italia una forma di machismo. Anche all'interno della Pubblica Amministrazione non c'è il riconoscimento in pieno dei ruoli: la gente ti parla addosso, che è un modo generale di non ascoltare, sia degli uomini che delle donne. È una cosa che per me culturalmente è stato difficile accettare: io alzo la mano quando devo intervenire ad una riunione! C'è ancora tanta strada da fare».

Come vengono gestiti i progetti?
«I soldi che destiniamo sono soldi che sono nella Legge di stabilità, nel bilancio dello Stato. L'Italia, come tutti i Paesi, partecipa con una percentuale, che nel nostro caso corrisponde allo 0,2% circa del Prodotto Interno Lordo, percentuale ben lontana dagli obblighi presi 15 anni fa, secondo i quali tutti i Paesi industrializzati avrebbero dovuto raggiungere lo 0,7%. I soldi stanziati sono destinati ad attività di aiuto allo sviluppo, che hanno come obiettivo il miglioramento delle condizioni di vita nei Paesi prioritari. Questi Paesi vengono selezionati dal Governo, presentati in un documento di programmazione che viene approvato dal Comitato interministeriale per la politica economica estera. Poi l'Agenzia traduce questi fondi in proposte di programmi che vengono approvati, portati in esecuzione e concordati con i Paesi destinatari di questi aiuti».

Aiutare loro in che misura aiuta noi?
«Un mondo a due velocità è un mondo che non funziona. Quello che stiamo vedendo con i flussi migratori è che se la gente nei propri Paesi ha dei problemi si sposta, come hanno fatto i nostri nonni e bisnonni. Quindi, per crescere in maniera armonica come pianeta, non come Paese Italia, dobbiamo crescere tutti insieme, motivo per cui si portano aiuti, che non sono solo finanziari, ma consistono nel trasferimento di conoscenze, tecnologia, esperienze, capacità istituzionali: ci sono tante forme di aiuto, di cui quello finanziario è una, ma non la forma principale. Quindi la cooperazione è fondamentale».

Si investe molto sulle donne?
«L'Italia - e questo già da molti anni prima della nascita dell'Agenzia - ha posto un accento forte sull'equiparazione di genere, quindi su interventi specifici sia a livello di politiche che di progetti che avessero le donne come obiettivo. Quindi ci sono moltissimi interventi finanziati dall'Italia per aumentare l'accesso al lavoro delle donne, per innalzare la formazione professionale e di recente anche per sensibilizzare su un tema che non è solo all'ordine del giorno in Italia, che è quello della violenza domestica. Un aspetto che ha un impatto violento sulla vita di tante donne e che, con i flussi migratori, sta crescendo sempre più: le rifugiate sono soggetti deboli, oggetto di violenza non solo fisica. Non solo, spesso sono donne che rimangono sole, responsabili di una famiglia, di provvedere a sé e agli anziani e ai figli. A tal proposito abbiamo realizzato progetti interessanti nei campi rifugiati in Giordania, con donne che provenivano da vicende di grande sottomissione. La migrazione è un’esperienza che determina dei grandi cambiamenti rispetto alle consuetudini. Ho incontrato donne della Siria che hanno detto: “Anche se torniamo lì, non saremo mai più come prima”. Sono donne che hanno avuto la saggezza di mettere a frutto la parte positiva di questa esperienza, trasformandola in un’occasione di emancipazione. Ora sono loro che lavorano nei campi, sono loro che hanno una voce sull'educazione delle figlie, sono loro che vogliono che le figlie studino. In questo disastro che è stata per molti la migrazione, loro hanno provato a trarre dei giovamenti che spero conserveranno quando torneranno, speriamo per loro, nei Paesi d'origine».

Ci sono progetti che a volte non vanno a buon fine?
«Io ho cominciato disegnando progetti e quando li scrivi si cerca sempre di prevedere tutto, di anticipare tutti i rischi a tavolino. Poi la vita ha un suo corso. Il segreto è mantenere degli elementi di flessibilità».

Ci sono storie che le sono rimaste addosso?
«Si sceglie di fare questo lavoro perché si sente il desiderio di aver un impatto sulla vita degli altri. Sono nata in una bellissima famiglia, nella città più bella del mondo che è Roma, ho avuto tanto dalla vita. Viaggiando, ti rendi conto che ci sono persone che hanno troppo poco. Ho sempre pensato che è per un accidente della storia che sono nata qui invece che in un villaggio. E allora fai questo lavoro per il desiderio di equilibrare questa ingiustizia, questo accidente della storia, provando a contribuire in modo che tutti abbiano delle opportunità per una vita diversa, per usare al massimo le proprie potenzialità. Questo lavoro è una cosa molto astratta quando si parla di numeri. Ma quando ci lavori, i numeri diventano facce, diventano storie. Allora penso a questi 35 anni di lavoro in tanti Paesi, ai pozzi che abbiamo finanziato e a come un pozzo o una pompa d'acqua abbia cambiato la vita di tante donne, che, invece di andare a prendere l'acqua, ora hanno tempo di occuparsi di cose più importanti, di salute, di educazione…».

Ci sono viaggi che l'hanno cambiata?
«Forse perché ero molto giovane, mi colpì molto l'Angola dilaniata dalla guerra: mi ha straziato. E poi l'Eritrea nel momento della liberazione, era un Paese in cui tutto era stato distrutto. E anche le comunità indigene del Guatemala, decimate da varie serie di governi militari. Ci sono tanti episodi drammatici. Anche la riconciliazione in Rwanda è stata una vicenda che mi ha molto colpito: ho assistito ai tribunali popolari e ho visto la gente che provava a ricostruire la comunità dilaniate da una guerra terribile».

All'estero, in questi contesti, come viene percepito il sue essere donna?
«Ricordo all'inizio andavo come capo delegazione e tutti si rivolgevano ad altre persone perché erano uomini. Per definizione pensavano che gli uomini fossero capi missione. All'inizio mi arrabbiavo poi mi sono abituata. Ho sempre pensato che l'importante sia arrivare ad ottenere risultati che ti prefiggi: se devi ingoiare un po' d'amaro lo fai. Non sempre: quando lavoravo alla Banca Mondiale si decise di aprire il programma dell'Europa dell'est all'indomani della caduta del muro di Berlino (novembre 1989 – ndr); io desideravo che mi fosse affidato il programma che interessava la Russia e andai a chiederlo al responsabile. La sua risposta fu negativa perché ero giovane, donna e caruccetta, e bisognava mandare un uomo forte, con i capelli grigi che fosse in grado di imporsi. Dunque quel programma non l'ho mai avuto».

Quanto noi giornalisti a volte siamo determinanti in una scorretta informazione?
«Una cosa che ho imparato alla Banca Mondiale è che ciò che fa la differenza è la corretta informazione e l'uso etico della stessa e vale sia dal nostro punto di vista, quando forniamo i dati, sia dal punto di vista dei media. L'informazione è dirimente e usarla non in modo strumentale e con onestà è importantissimo, ma non sempre viene fatto. Inoltre, i giornalisti spesso si interessano a delle tematiche solo quando ci sono delle crisi di emergenza, mentre si dovrebbe monitorare la situazione sempre e cercare di porre l'accento sulla costante assenza di equilibri nel mondo». 




LA CONFERENZA NAZIONALE A ROMA

Il 24 e 25 gennaio è in programma a Roma la Conferenza nazionale: «La legge 125/2014, all’art. 16 comma 3, prevede che “Ogni tre anni il Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale convochi una Conferenza pubblica nazionale per favorire la partecipazione dei cittadini nella definizione delle politiche di cooperazione allo sviluppo”. Quindi ci sarà un incontro tra gli attori pubblici, privati, società civile per riflettere sulla cooperazione», spiega il Direttore dell’Aics, Laura Frigenti. 


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