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La legge che fa paura ai pirati

Grazie alla nuova normativa sull’omicidio stradale sono diminuiti del 20% i casi di fuga dopo gli incidenti. Ma il numero di vittime è ancora troppo alto

Gio 25 Gen 2018 | di Barbara Savodini | Attualità
Foto di 14

Gli italiani restano tra i conducenti più spericolati al mondo. Eppure, come in tutte le cose della vita, cambiare si può. Come? Con normative più severe e con una massiccia campagna di sensibilizzazione. Ed è questo che dimostrano i dati ad un anno e mezzo dall'entrata in vigore della legge sull'omicidio stradale. Per capire se quella in corso è davvero una rivoluzione, però, bisognerà attendere le prime sentenze definitive della Cassazione ma, intanto, i numeri parlano  finalmente di un passo in avanti verso la civiltà: 35 guidatori arrestati dopo aver assunto una condotta irresponsabile al volante, 576 persone denunciate ma, soprattutto, una flessione del 20% dei pirati della strada. I dati, raccolti da Polizia e Carabinieri in tutta Italia, fanno riferimento a soli sette mesi del 2017, ma è molto probabile che quando sarà possibile elaborare una statistica sull'intero anno i risultati saranno ancora più incoraggianti. 

Paura della condanna 
Alla vigilia dell'approvazione della legge gli scettici erano oltremodo numerosi, tanti pensavano che con pene più severe sarebbero aumentati i casi di guidatori in fuga, invece è accaduto l'esatto contrario. Questo perché rispetto allo spavento del momento, per aver magari seriamente ferito un'altra persona, oggi prevale una paura più grande: finire in carcere. Durante i primi mesi dall'entrata in vigore della legge sembrava non essere cambiato nulla ma, non appena si è sentito parlare dei primi arresti, gli episodi di conducenti fuggiti sono drasticamente diminuiti. Oggi, del resto, chi assume una condotta irresponsabile alla guida provocando incidenti con morti o feriti rischia fino a 18 anni di pena. E le prime sentenze stanno già arrivando. 

Assunzione di responsabilità
Il Tribunale di Messina ha condannato a 11 anni il conducente dell'auto che nel giugno del 2016 travolse e uccise la studentessa universitaria Lorena Mangano. Un duplice omicidio stradale è costato una pena di 10 anni di reclusione a un 33enne residente nel salernitano che, dopo l'incidente, risultò positivo all'alcol test mentre cinque anni (grazie allo sconto di un terzo della pena previsto dal rito abbreviato) sono stati inflitti a giovane che il 22 ottobre del 2016 si schiantò sulla provinciale 76, a Valduggia, a causa dell'alta velocità. Un incidente pazzesco a seguito del quale persero la vita Rosaria Migliore e Silvia Bertarella. Di casi simili, ormai, se ne contano a decine in tutta Italia e, fortunatamente, se ne parla tantissimo. Ecco spiegato perché oggi i pirati hanno più paura di fuggire e di essere poi individuati che di assumersi immediatamente le proprie responsabilità. Per quanto riguarda guidatori in stato di ebrezza, sotto l'effetto di stupefacenti o spericolati, invece, c'è ancora molto da fare.

Metà vittime entro il 2020 
Pirati e incidenti diminuiscono ma, purtroppo, il numero delle vittime continua a crescere. A raccontare di un incremento dell' 1,5% è l'Istat il cui report ricorda quanto sia ancora lontanissimo l'obiettivo fissato dall'Unione Europea. Qualcosa è stato fatto, insomma, ma per raggiungere il traguardo – meno 50% di vittime entro il 2020 – la strada da percorrere è ancora lunghissima. Nonostante i controlli capillari, infatti, a fronte di ogni traguardo conquistato nasce un nuovo nemico da imparare a gestire. Se grazie a limiti, autovelox, etilometri e controlli sono diminuiti gli incidenti per eccesso di velocità (-16,6%) e per guida in stato di ebrezza (-2,8) o i ferimenti per mancato uso del casco (-16,6), oggi, per esempio, bisogna combattere anche l'utilizzo dello smartphone al volante (+9.7). Invariati i dati sull'assunzione di sostanze stupefacenti prima di mettersi alla guida e sull'utilizzo delle cinture di sicurezza che posizionano gli italiani tra i peggiori d'Europa. 

Ritiro della patente
A volte, come si suol dire, bisogna sbatterci la testa per capire cose ovvie. Così è stato anche per Mario, uno dei tanti italiani che ha capito la gravità del suo atteggiamento al volante soltanto quando, finalmente, gli hanno ritirato la patente. «Sorpassi, eccessi di velocità, guida spericolata  per me erano la normalità – racconta  - con il classico escamotage di dichiarare la presenza di un altro conducente in auto ho fatto togliere punti a tutti i miei familiari e anche a qualche dipendente della mia azienda, alla fine mi hanno ritirato la patente. Dopo 30 anni di esperienza al volante, ho dovuto studiare perché gli esami sono diventati difficilissimi e poi ho dovuto anche rifare tutte le guide obbligatorie. Improvvisamente mi sono reso conto di quanti rischi avevo corso, di quanto mi distraessi e di quante volte fosse andata bene a me e agli altri. Ora ho una nuova patente e ho completamente cambiato filosofia di guida». 



Una legge ancora da perfezionare

Sul tema dell'omicidio stradale, nonostante sia trascorso appena un anno e mezzo dall'approvazione della legge, è già stato scritto moltissimo. Questo perché, andando oltre gli effetti positivi, esistono ancora una serie di miglioramenti possibili che eliminerebbero molti equivoci purtroppo all'ordine del giorno. Ne parla Fabio Piccioni nel suo volume “Omicidio stradale – analisi ragionata della Legge del 23 marzo 2016” (Giappichelli Ediotore). Non vedere un pedone sulle strisce e investirlo ha la stessa gravità di travolgere una persona dopo aver superato un veicolo fermo? Passare con il rosso è causare un incidente è un reato al pari di bucare uno stop e ottenere lo stesso effetto? No secondo l'autore del libro ma, purtroppo, sono alcune delle numerose circostanze che ancora continuano a creare confusione.  




L’auto è un’arma

L’auto è un’arma, è stata denominata così una delle più massicce campagne di sensibilizzazione che la polizia abbia mai messo in campo riscuotendo il sostegno di molti comuni ed enti d’Italia. Ad aver acquisito maggiore consapevolezza con questa iniziativa sono soprattutto i giovani che spesso si rivelano più prudenti e preparati degli adulti. 




Il singolare caso della Norvegia

Tra i numerosi motivi per cui la Norvegia è considerata una nazione virtuosa c'è anche quello sulla sicurezza stradale. Come ha fatto il paese dei fiordi e dei ghiacciai immensi a ridurre quasi a zero il numero delle vittime? Beh, anticipando di anni le leggi italiane e determinando l'importo delle multe in base al reddito. Ricchi e poveri, insomma, hanno egualmente paura di infrangere il codice della strada perché sanno che in entrambi i casi le conseguenze saranno commisurate alle proprie possibilità economiche. Lo sa bene Khatarina Andresen, secondo Forbes tra i giovani più ricchi al mondo dopo aver ereditato un impero dal padre divenuto miliardario con i tabacchi. La ragazza è stata fermata dalla polizia quando era ormai a pochi metri da casa ma è risultata positiva all'alcol test (0,061 a fronte di un limite di 0,02). Per lei è scattata una multa da 25mila euro ma solo perché non aveva uno stipendio mensile altrimenti sarebbe stata ben più pesante. In Norvegia, la multa è stata ritenuta irrisoria dall'opinione pubblica, particolarmente sensibile al tema della sicurezza stradale.  




Le principali cause degli incidenti

1) distrazioni al volante

2) mancato rispetto delle precedenze e dei semafori

3) eccesso di velocità




Non dovete sentirvi mai soli

Le associazioni aiutano i familiari da un punto di vista legale, psicologico, ma soprattutto umano 

Emanuele Tirelli

La prima assistenza di cui ha bisogno il familiare di una vittima da incidente stradale è soprattutto tecnica, legale. E la circostanza richiede anche una certa urgenza: nominare un avvocato per le perizie, parlare giuridicamente di autopsia, acquisire tabulati telefonici, verificare le telecamere attive e raccogliere eventuali testimoni. Ed è il motivo per cui molto spesso ci si rivolge alle associazioni, per essere seguiti in un iter che coincide con un’incredibile sofferenza.

ASSISTENZA LEGALE E PSICOLOGICA 
«Anche nel momento di massimo dolore, un familiare ci contatta innanzitutto per motivi legali, perché vuole che sia fatta giustizia, mentre il risarcimento economico, che pure è importante, risulta naturalmente secondario». L’avvocato Domenico Musicco è presidente dell’associazione Avisl (numero verde 800300523, www.avisl.it) con 27 sedi locali e la possibilità di intervenire su tutto il territorio nazionale. «Siamo inoltre attrezzati con gruppi di mutuo aiuto che vedono i familiari delle vittime radunarsi una volta alla settimana, e laddove ci venga richiesto un sostegno psicologico individuale indichiamo psicoterapeuti selezionati e convenzionati con la nostra onlus. Ci muoviamo con una consapevolezza di accoglienza e sostegno, che si occupa solo delle vittime, scegliendo di non difendere chi commette il reato. Aisl è anche parte della FEVR (European Federation Road Traffic Victims) e possiamo costituirci parte civile in giudizio per irrobustire la nostra presenza».

SENSIBILIZZAZIONE E CONTRASTO 
L’impegno delle associazioni si concretizza anche nell’organizzazione di manifestazioni pubbliche (la terza domenica di novembre si celebra la "Giornata mondiale in memoria delle vittime della strada" proclamata dall’Organizzazione delle Nazioni Unite nel 2005); in interventi nelle scuole con filmati e testimonianze dirette per sottolineare i pericoli della strada e il valore della vita; nei rapporti con le istituzioni; anche negli incontri con il Papa. «Facciamo tutto questo perché, oltre al lutto, non ci sia pure un senso di abbandono, ma invece partecipazione e confronto per migliorare la nostra società. Vogliamo riprendere inoltre a lavorare sull’inasprimento delle pene per l’uso del cellulare alla guida e sull’obbligatorietà dei seggiolini auto anti-abbandono. La Commissione Bilancio ha giudicato inammissibile questo emendamento, ma la quotidianità e i casi che vengono registrati continuamente ci dicono che ne abbiamo bisogno». 

DALL’ESPERIENZA PERSONALE ALL’ASSOCIAZIONE 
Valeria Mastrojeni è mancata nel 1997. Scesa dall’auto, si trovava sul marciapiede di fronte casa, nel centro di Messina, quando un’auto l’ha travolta rischiando di uccidere anche suo fratello. La madre, Giuseppa Cassaniti Mastrojeni, ha trasformato l’esperienza del dolore in un impegno per il miglioramento sociale, perché il rispetto per la vita sia al primo posto nella società e nelle istituzioni, ed è socia fondatrice di AIFVS (06/41734624): il sito www.vittimestrada.org riporta anche una mappa divisa per regioni, con 88 riferimenti su tutto lo stivale. 

UNA SOCIETÀ FONDATA SULLA PERSONA
«Le associazioni – dice Cassaniti Mastrojeni – hanno un ruolo importante: aiutano chi vive lo stesso dolore dovuto a una vicenda drammatica a non sentirsi sole, a non scoraggiarsi di fronte all’incomprensione del problema da parte delle persone e delle istituzioni. E ad impegnarsi perché quel sacrificio ingiusto determini un cambiamento delle coscienze, facendo crescere il senso di responsabilità e del limite nei comportamenti umani».
Forti di quanto accaduto, vogliono affiancare le istituzioni perché il loro potere sia finalizzato a risolvere la gravità dei problemi. Chiedono ascolto e risposte, concrete e positive. «La nostra società dovrebbe essere fondata sulla valorizzazione della persona, sulla solidarietà e l’attenzione verso l’altro. Va superata la visione egoistica orientata al denaro e al potere come struttura autoreferente: per questo è necessario un impegno sociale sempre più compatto ed esteso».

CI VUOLE UN CAMBIO DI ROTTA
Il programma europeo per la sicurezza stradale 2011-2020 prevede la riduzione del 50% dei morti e dei feriti gravi, ma l’obiettivo è ancora molto lontano nonostante manchino solo tre anni. «Ci chiediamo quale piano abbia predisposto il Governo per il suo raggiungimento. Al convegno per le modifiche del Codice della Strada organizzato dal relatore Senatore Borioli, abbiamo indicato i nostri punti di vista finalizzati a costruire comportamenti orientati alla prevenzione. Non vanno sanzionati solo i conducenti che trasgrediscono le norme, ma anche gli enti pubblici che non centrano gli obiettivi per i quali esistono. E non bisogna guardare alla patente di guida come a un diritto naturale e acquisito definitivamente, ma che si può perdere se non c’è corrispondenza nel dovere di osservare le norme, fino a che i punti perduti non si possano più recuperare e, insieme a quelli, anche e definitivamente la patente stessa. Per le sanzioni, proponiamo invece una sensibile riduzione dell’importo, ma a fronte di un incremento dei controlli, sostituendo alla paura dell’importo quella della certezza degli accertamenti».

 



Dopo, tutto cambia

Cosa accade alla nostra mente dopo la morte di un familiare in un incidente stradale? 

Più è traumatica la morte, più era evitabile, e più è difficile affrontarla. La morte, però, fa parte della vita. Lo ricorda Raffaele Felaco, presidente dell’associazione Psicologi Responsabilità Sociale e professore a contratto all’Università del Molise di Psicologia sociale e dinamiche familiari. Ma ricorda altrettanto chiaramente che questa riflessione non così semplice e scontata. L’essere umano è programmato geneticamente sia per morire che per superare il lutto, eppure l’argomento è complesso, personale e soggetto a molte variabili. E quando c’è un omicidio stradale, quelle complessità aumentano in modo esponenziale, perché alla fatalità e ai suoi aspetti legati al dolore, all’incredibile e al casuale, si unisce la definizione di una responsabilità concreta, individuata: sappiamo che è colpa di qualcuno e spesso anche di chi.

Cosa accade in queste circostanze?
«Assistiamo a una deviazione della vita. Quell’assenza non potrà essere colmata, e spesso comporta variazioni non solo psicologiche ma anche concrete e relative all’economia familiare, che acuiscono ulteriormente la difficoltà del superamento. Ci sono due aspetti da affrontare: il trauma e l’assenza. Quest’ultima è connessa alla morte in generale e al dover fare i conti con l’impossibilità di rapportarsi, di vivere e condividere la vita con qualcuno che non c’è più. Il primo è invece legato al contesto specifico, all’omicidio stradale che si sarebbe potuto evitare, e quindi è ancora più devastante. Lo definiamo traumatico perché è improvviso, imprevisto e provoca la morte, ma lo stesso discorso vale anche per ferite e lesioni-menomazioni».

Si parla spesso di disturbo post-traumatico da stress: cosa è?
«È una conseguenza molto comune e consiste in una serie di sintomi complessi che vanno dall’evitamento alla chiusura in se stessi, dall’incapacità a comunicare con gli altri alla mancanza di fiducia nelle relazioni e nella vita, fino ad arrivare all’impossibilità di svolgere un’esistenza normale, il lavoro o lo studio, a stare fermi in un posto e concentrarsi, con correlati stati depressivi. Può diventare una malattia cronica e durare per tutta la vita, ma le conseguenze variano naturalmente in sintomi e consistenza anche in relazione a fragilità personali e indipendenti dalla morte, al rapporto con la vittima e al coinvolgimento o meno nell’incidente luttuoso».

Si riferisce alla Sindrome del sopravvissuto?
«Anche a quella. Si tratta di un senso di colpa e responsabilità che compare in occasione della sopravvivenza a eventi luttuosi e catastrofici come lo sono stati i lager nazisti, l’attacco alle Torri Gemelle o i terremoti. La domanda è: perché proprio io sono ancora in vita e gli altri non ci sono più? Se il sopravvissuto ha pure un legame affettivo con la vittima, la sindrome si manifesta in modo ancora più robusto, ed è un altro problema da superare che si aggiunge a quello della morte stessa». 

Ma è cambiato anche il rapporto con la morte?
«Molto, soprattutto nell’ultimo secolo. Oggi le società occidentali avanzate come la nostra sono arrivate a rifiutare il concetto di morte, a tenerlo a distanza, come ad escluderlo dalla normalità. E sono scomparsi riti e rituali che aiutavano a elaborare la perdita. Vestire il lutto con un abito nero o con un bottone, per richiamare esempi concreti, esprimeva chiaramente all’esterno una propria condizione, che poi gli altri avrebbero affrontato di conseguenza con la vicinanza, il conforto, il consolo, e con l’attenzione ad evitare alcuni comportamenti o coinvolgimenti. C’erano segnali chiari ed evidenti. Oggi, invece, anche un amico che si avvicina a noi per aiutarci in quel momento difficile lo fa invitandoci a uscire per distrarci. Ma non è possibile distrarsi da una perdita grave ed è un ostacolo al percorso di elaborazione che richiede di essere affrontato».

È quindi consigliabile chiedere un sostegno psicologico?
«Credo sia l’unica soluzione possibile. Non avendo più strumenti sociali per affrontare un lutto, a maggior ragione se così traumatico come un omicidio stradale, ci si ritrova a non sapere più cosa fare, come parlarne o anche solo come comunicarlo: mancano tutti i punti di riferimento sull’argomento. Iniziare invece un percorso di psicoterapia è una soluzione valida perché scientificamente provata e socialmente condivisa. Non per distrarsi, ma per elaborare davvero».

 



Sono diventato un seme

Franceso Saccinto è morto a 14 anni. I genitori stanno trasformando il dolore in un'occasione per chi li incontra e hanno fatto nascere “Rose bianche sull’asfalto”

Angela Iantosca

Si chiamava Francesco Saccinto, ma per tutti era Saccio. Aveva 14 anni, quasi 15, quando una sera, andando in motorino è stato investito da un ubriaco che procedeva contromano.

Era felice Saccio: dopo pochi giorni avrebbe compiuto 15 anni.
«Per lui la felicità massima era andare con il motorino a casa di Kevin con due piadine a vedere la partita. Lo faceva spesso, anche quella sera. Aveva il casco e il fermo 48 al motorino», raccontano papà Vittorio e mamma Simonetta che, da quel giorno, ancora di più sono una voce che vibra all'unisono. Eppure non è stato sufficiente, qualcuno non ha voluto rispettare quella sua felicità. «Francesco ha incontrato sulla sua strada qualcuno che ha dimostrato di non rispettare né la felicità di mio figlio, né quella dei suoi figli, perché l'assassino di Francesco è un padre».

Cosa è successo dopo? 
«Abbiamo fondato un’associazione, “Rose bianche sull’asfalto”, nel marzo del 2015. Sono stati otto ragazzi della classe prima del Geometri che mi hanno fatto questa richiesta. Poiché erano minorenni, siamo andati dal notaio io e Simonetta. Oggi in tutto siamo cinquanta soci e, oltre ad organizzare memorial, aste di beneficenza e oltre ad aver prodotto il docufilm “Ogni giorno” diretto da Luca Pagliari, ci dedichiamo a molte iniziative incentrate nello sport. Inoltre abbiamo acquistato l’etilometro per il comune di Corinaldo (in provincia di Ancona - ndr) e lo usano in via preventiva fuori dalle discoteche . Poi abbiamo preso anche due verificatori per controllare se l’automezzo ha tutti i requisiti, immatricolazione, revisione, donandoli sempre ai Vigili urbani del comune». 

E poi mostre, libri.
«Sono stati scritti dei libri sulla storia di Francesco, uno realizzato da dei ragazzi che neanche lo conoscevano, ma che hanno appreso dall’insegnante la storia di Francesco e hanno scritto poesie su questo amico mai conosciuto». 

Uno tsunami di affetto, che tuttavia non cancella il dolore.
«Dal dolore che rimarrà sempre sottobosco abbiamo cercato di trarre un risvolto positivo per gli altri. Non avendo più nessuno, perché non lo abbiamo più ed era figlio unico, abbiamo cercato di ribaltare il dolore nella speranza verso gli altri, cercando di sensibilizzare sull’uso e abuso di sostanze stupefacenti, dando consigli come amici e come genitori, perché continuiamo ad essere i genitori di Saccio... Subito dopo la sua morte dicevo sempre che, se avessi saputo ciò che sarebbe successo, non lo avrei mai messo al mondo. Ora no: dopo tutto il calore che abbiamo ricevuto dico che, se tornassi indietro, lo concepirei di nuovo.  E questo grazie ai suoi amici, agli estranei, a tutti quelli che incontriamo, a San Patrignano, a Michela, a Luca...».

Nel 2017 sul manifesto della ricorrenze avete scritto “Mi hanno sepolto, ma quello che non sapevano, è che io sono un seme”. Cosa dite ai ragazzi quando li incontrate?
«Tre cose noi diciamo sempre quando andiamo agli incontri nelle scuole: prima di tutto ragazzi rispettate le regole; pensate cosa sarebbe una scuola senza orario scolastico. Le regole sono state fatte per essere rispettate. Poi vogliate bene a voi stessi, senza inseguire falsi miti, falsi ideali che alla fine sono scelte sbagliate. E infine diciamo sempre parlate con i vostri genitori perché sono i vostri amici che non vi tradiranno mai. Quel no che vi dicono è un no per il vostro bene. Quel no è perché non siete pronti ad affrontare quella particolare situazione, quell’impegno, quell’uscita».

Cosa accade alla fine degli incontri?
«Guardo sempre le facce dei ragazzi all'arrivo e dopo. Dopo aver visto il documentario cambiano. Ma quello che spieghiamo loro è che noi diamo la chiave, la password. Poi sta a loro scegliere. Alla fine tutti ci abbracciano, c'è chi piange, chi ride. Riceviamo abbracci veri e sentiti da questi ragazzini che potrebbero essere tutti mio figlio, chi bianco, chi nero, chi cinese. E allora mi piace dire che non abbiamo scritto sull'acqua».

 



“OGNI GIORNO” NELLE SCUOLE

”Ogni giorno” racconta in maniera originale la storia di Saccio. Un film che intercetta i pensieri profondi degli amici più cari di Saccio, degli uomini della Polstrada, di suo papà Vittorio e mamma Simonetta. «Dopo la proiezione - spiega il regista Luca Pagliari - facciamo incontrare ai ragazzi delle scuole che ci invitano gli amici di Saccio, i genitori e Michela, una ragazza che ha avuto qualche difficoltà in passato con la droga e che può far comprendere cosa si rischia sia per sé che per gli altri. Alla fine è sempre un miracolo quello che si ripete. E il grazie che rinnovo è alla famiglia di Saccio, ai suoi amici, a coloro che hanno lavorato al film, alla Polizia di Stato che ha reduto in questo progetto e all’Osservatorio per l’educazione stradale e la sicurezza della Emilia Romagna».


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