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Zucchero “Sugar” Fornaciari: Wanted!

30 anni di carriera, 60milioni di dischi venduti, una nuova raccolta e il tour nei palasport. Ma se si chiama Zucchero lo deve solo alla sua maestra

Gio 25 Gen 2018 | di Nadia Afragola | Interviste Esclusive
Foto di 9

Con il suo blues tutto italiano ha conquistato il mondo. Permette alla sua band di essere critica. è severo ma giusto, un campione d’incassi al quale la fama non ha mai dato alla testa. Sorride, abbraccia e bacia la sua stessa gente, la squadra che si è scelto. Crede fermamente nel blues, crede che non morirà mai e sulla sua nascita ci svela l’inconfessabile: “Il blues è nato quando Dio scacciò Adamo ed Eva dal Paradiso”.

Zucchero “Sugar” Fornaciari per celebrare 30 anni di musica, dopo aver incantato oltre un milione di spettatori in tutto il mondo con 137 concerti in 5 continenti e aver realizzato il record di 22 show all’Arena di Verona in 12 mesi, tornerà live in Italia nel 2018 con “Wanted – Un’altra Storia”, il tour nei palasport delle principali città italiane. Per l’occasione è stata presentata una raccolta monumentale (dieci cd, un 45 giri e 1 dvd) che prova a spiegare come un solo artista riesca a vendere oltre 60 milioni di dischi, 8 dei quali con l’album “Oro, incenso & birra”. 

“Wanted – Un’altra storia” non è una semplice raccolta. Come si arriva a questo punto? 
«E' un regalo che la mia casa discografica, la Universal, ha deciso di farmi. Sono da sempre al mio fianco, da 30 anni… sono gli ultimi colpi: all’interno ci sono cose rare, i miei archivi, quella versione di “Donne” cantata a San Francisco; c’è la porta di casa mia, anzi del mio studio, che poi è la stessa cosa, il fax di Bono che accetta di scrivere una canzone per me, erano i tempi di “Miserere”; il documento che attesta la cittadinanza onoraria che mi hanno dato a Memphis, la Nomination ai Grammy Awards, certi messaggi tra me e Luciano (Pavarotti - ndr)». 

Trent’anni sono una vita intera. 
«Si apre un nuovo capitolo della mia vita, torno in tour e poi spero di mettere a segno il gol più bello della mia vita, l’album che entra nella storia. Poi chiudo. Morandi ha detto che non si ritira, io potrei farlo ma solo dal mondo del music business: potrei continuare a fare concerti senza più album. Voglio solo poter chiudere certo di aver fatto l’album più bello della mia vita, più bello per me». 

In copertina un ritratto intenso, realizzato da Stefan Sappert. 
«E' una foto molto bella, ma mi invecchia e mi imbruttisce. Quando mi hanno fatto quella foto ero in tour in Austria: ricordo che dietro le quinte c’era questo ragazzo, giovanissimo, mi ha chiesto un ritratto, stavo andando sul palco, ammetto che stavo per mandarlo via ma ho visto sul viso quanto ci tenesse e così gli dissi “facciamo in fretta però”. Fece il suo scatto e me andai sul palco. Mesi dopo mi fece avere quella foto, rimasi molto colpito dall’intensità che riuscì a catturare». 

Com’è il suo blues, oggi? 
«E' più blues di quello dei primi tempi. Più invecchio e più mi avvicino a quello dei padri, ad un suono minimalista, chitarra e voce. C’è qualcosa di grezzo e rudimentale ancora nell’aria e sonorità e dettagli che mi stanno emozionando tanto. Resta inteso che usare così tanto la parola blues non mi piace, diciamo che attingo alla mia musica, a quella afro-americana, al gospel».

E il blues come sta? 
«Bene. Ci sono dei giovani artisti che hanno, rispetto al pop, delle cose da dire e degli approcci diversi dal classico blues e nonostante ciò mantengono la loro genuinità». 

Il rock, in Italia invece, com’è messo? 
«Il rock non esiste. Non c’è. C’è una tendenza, una infarinatura di rock nel modo di essere. Quello che era il suo posto è stato preso oggi dal rap, poi dal trap, fino a mescolarsi. Non ti improvvisi rocker. Guarda il blues, cos’è? è quel giro armonico, uguale, ipnotico. Parliamo di blues e rock senza avere le radici per farlo. Siamo quelli di Romagna mia non di Imagine di John Lennon. Poi ci sono io, che sono stato miracolato, benedetto, con un mio gusto molto simile a quello della gente di colore. Sono sempre stato in quelle corde pur essendo nato bianco. E non c’è nulla che mi riempie più d’orgoglio che essere definito blues-man, è in fondo la mia attitudine, come stare con la band in tour e vivere la loro giornata, senza fare il divo. Non prendo l’aereo per tornare a casa da mia moglie, quelle cose le fanno i fichetti!».

Per il tour nei palasport ha conservato gli stessi musicisti del tour mondiale. 
«Ci siamo voluti bene, rispettati. In passato ho avuto dei musicisti che erano delle teste matte questa volta è giusto riconoscere a quei “ragazzi” l’eccellente lavoro che hanno fatto. Hanno lavorato con Prince, alcuni di loro con i Beatles, con Beyoncé eppure hanno capito che con me non si scherza, che lo sento se durante un live sbagliano una nota e il giorno dopo sanno che sarò li a ricordarglielo. Sono un musicista e in quanto tale ho grande rispetto del lavoro dei musicisti».

Trent’anni di carriera e pensare che iniziò tutto per caso. 
«Suonavo il sassofono in una piccola band, avevo 15 anni e un locale ci diede fiducia chiamandoci per delle serate. Durante una di quelle sere, eravamo a Sarzano, lo ricorderò per la vita, il cantante Pippo non si presentò perché aveva litigato con la morosa, ma noi avevamo un contratto da rispettare e così, conoscendo le canzoni presi il suo posto. Finito lo spettacolo mi dissero di posare il sassofono e di iniziare a cantare e di non smettere più. E così feci. Eravamo in pedana dalle 9 di sera alle 4 del mattino a volte, per poche lire e una bevuta a testa, la seconda dovevi pagartela da te». 

Lei però non ha mai ‘imparato’ la musica. 
«E' stata una scelta, certo, perché capisco la musica a orecchio e a me basta. Non la so leggere ma sono in grado di seguire gli accordi di una canzone anche se non la conosco, seguendo semplicemente la melodia. Altrimenti come sarei potuto andare da un produttore a dirgli che quel risvolto lo avrei fatto diversamente da come lo avevano pensato?».

Panico da palcoscenico: superato?
«Spero di si, però è latente. Dipende da tanti fattori: negli anni penso di essere riuscito a controllare gli attacchi di panico che all’inizio mi costrinsero a prendere del prozac. Poi grazie ad alcuni amici e ad un lavoro fatto da solo su me stesso, la situazione è migliorata. Immaginavo la gente venire ai miei concerti per scrutarmi, per vedere i dettagli, se cadevo, se stonavo ma era un problema mio. Col tempo ho capito che la gente veniva ai miei concerti, pagava il biglietto, faceva ore di fila solo per vedermi».

Un’altra storia è il primo dei tre inediti presenti in “Wanted”. Cosa c’è dentro?
«E' la storia di un amore, quello con la mia ex moglie. Ci vogliamo bene, continuo a pensare a lei, il nostro è stato un amore conflittuale che continua a ispirare canzoni. Prendo spunto dalle emozioni che ho vissuto». 

Non pensa che dovrebbe pagare i diritti a sua moglie? 
«No, è stata crudele se penso ad Angela, mi faccio male. Me ne sono andato per amore. Non la vedo da un po’, ma mia figlia Irene mi ha detto che quando ha sentito la canzone aveva la lacrimuccia agli occhi. Credo si sia pentita ma è troppo tardi. Ho preferito uccidere l’amore che avevo dentro».

Cosa resta del tour mondiale? 
«Resta ciò che mi farà invecchiare bene. La scommessa vinta in Australia, data sold out con solo 17 italiani in sala. Il concerto a New Orleans dove anche con le luci accese in sala era tutto nero, non c’era un bianco. Eravamo in un teatro con una capienza che non superava le 1500 persone. Non c’era un posto libero e non importava che la maggior parte di loro non sapessero una parola di italiano. Ho continuato a cantare in italiano. Da bambino ascoltavo i Beatles senza capire una parola delle loro canzoni sapete perché? Perché la musica parla da sé. Ma l’applauso che è arrivato subito dopo lo porterò nel cuore per sempre». 

Ray Charles ha detto di lei: Zucchero è uno dei migliori artisti blues con cui abbia mai lavorato. Come si fa a lavorare con lui?
Lo chiamavano il genio, era scettico in tutto, ma è stato il più grande cantante di sempre. Ho avuto la prova della sua genialità quando lo invitai a Verona a cantare Come il sole all’improvviso. Sarebbe dovuto arrivare alle 16 per provare con i musicisti ma arrivò alle 19 e non ci fu il tempo per fare nulla. Gli portai in camerino una tastiera, gli feci sentire il brano in una cassetta, gli diedi il testo. Ascoltava il brano, muoveva le mani: imparò il pezzo, gli accordi e le parole in inglese in meno di 30’. Il brano era a metà della scaletta, temevo che una volta sul palco non si ricordasse dei pezzi, invece la sua interpretazione ed esecuzione al piano fu perfetta. Un’emozione unica che arrivò solo a noi che eravamo sul palco e che sapevamo cosa c’era dietro». 

Può nascere oggi un Adelmo Fornaciari che parte perito elettronico e diventa un’icona della musica?
«Sono un perito elettronico casuale, come la sufficienza con la quale mi congedai. Sì, potrebbe nascere, magari c’è da qualche parte. I ragazzi di oggi potrebbero sorprenderci, ma non ce la faranno perché non ci sono più le case discografiche che possono supportare e sopportare un ragazzo che magari per venir fuori ha bisogno di 4 album e non di un singolo. Di questi tempi io, Vasco, il povero Lucio Dalla, De Gregori non ce l’avremmo fatta. Noi ci abbiamo messo del tempo, Dalla ci ha messo 4 album prima di fare “Come è profondo il mare” e De Gregori idem. I talent? Cotto e mangiato e poi… bo!».

E' sempre stato lontano dalle logiche commerciali della musica. In un suo recente live a Torino ironizzava sulla massiccia presenza sui social di alcuni suoi colleghi (Vasco). La discrezione paga?
«Faccio questo mestiere come un tempo e cerco di farlo al meglio, provo ad avvicinarmi, cosa difficile di questi tempi, al musicista puro che ha, sì, bisogno di spiegare delle cose quando esce un album o parte con una tournée ma senza dover cadere in nessuna sviolinata. Non mi sentirai mai dire grazie di esistere e questo non perché io non ami il mio pubblico, ma perché lo rispetto molto. Ho sempre creduto che sia meno basico di come vogliono farlo apparire, ma forse mi sbaglio, vedendo i social e quello che scrivono. Ho sempre avuto paura del pubblico: paga un biglietto e voglio che vada via con qualcosa che vale tre volte il valore del biglietto. Arrivo da una famiglia contadina e se ti invito a casa mia ti devo dare qualcosa: chi viene da me, a casa, va via con cassette di frutta, salami e formaggi che coltiviamo. Altrimenti, mi sembra come dire grazie di esistere a te senza conoscerti: la differenza tra grazie di esistere e sono un italiano vero è ben poca. è una sviolinata populista, popolare che non mi serve». 

Ha ringraziato a dovere la maestra delle elementari che scelse il nome con il quale sarebbe poi entrato nella storia? 
«L’ho rivista tempo fa, si chiama Nada Cosmi e fu la mia insegnante alle scuole elementari, dal 1961 al 1965. è ancora vispa e autoritaria, come deve essere una maestra che si rispetti, una maestra di quei tempi. Mi vuole bene ma non ha mai smesso di bacchettarmi».

Oggi i muri tornano a rialzarsi. Di quel suo concerto al Cremlino (1990 - ndr) dopo la caduta del muro, c’è un ricordo che la accompagnerà sempre?
«Fu un evento incredibile: finalmente si respirava un vento nuovo. Lì per la prima volta in vita mia ho avuto la sensazione di volare. C’era quella cosa brutta lì, che divideva delle persone della stessa matrice, con uguali radici: era una cosa vergognosa che può essere figlia solo di una dittatura».

Adelmo è felice? 
«A sprazzi, direi più sereno. Devi dividere la vita privata da quella lavorativa. A livello lavorativo potrei anche smettere domani, penso di aver fatto più di quello che immaginavo nei miei sogni di poter fare: diciamo che potrei chiudere sereno. Sono tranquillo, faccio il mio mestiere, mi piace, sono ancora curioso. La parola felice, però, è grossa». 



Adelmo in arte Zucchero

Ha collaborato più volte con Eric Clapton; è stato il primo artista rock a esibirsi al Cremlino. Si è esibito al Wembley Stadium di Londra dopo l’invito di Brian May a prendere parte al tributo che i Queen nel ’92 fecero a Freddie Mercury. Con Luciano Pavarotti ideò il gala di beneficenza Pavarotti & Friends. È l’unico artista europeo ad essere apparso al secondo festival di Woodstock. Bono ha scritto per lui il testo di “Blue”. Si esibisce con B.B. King ed è ospite d’onore dei Rolling Stones davanti a 200.000 persone all’IMST Festival e Bono lo invita a suonare al Gala benefico di Net Aid a New York. Nel 2000 con Peter Gabriel e Youssou N’Dour prende parte al progetto discografico Solidays, per raccogliere fondi per le vittime dell’AIDS in Africa. Usa l’ingegnere del suono degli U2 per mixare i suoni dell’album “Shake”. Sostiene le campagne di Nelson Mandela, duetta con Ronan Keating e Dolore’s O’Riordan (2004), collabora con Ivano Fossati e Jovanotti (2006). Suona in luoghi leggendari: l’Opera di Parigi, la Valle dei Templi in Sicilia, la Carnegie di New York, la House of Blues di Los Angeles. Adelmo Fornaciari è per tutti la più grande rockstar italiana. 


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