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La vittoria più grande

Gaetano Saffioti da 16 anni vive sotto scorta per aver denunciato la 'ndrangheta. Ma ora è un uomo libero

Mer 28 Feb 2018 | di Angela Iantosca | Attualità
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 Ci sono persone che hanno la capacità, con le loro azioni, di farti cambiare lo sguardo sul mondo: disarmanti nella loro grandezza e semplicità, compiono gesti potenti e lo fanno con una spontaneità che inchioda tutti alle proprie responsabilità. E non lo fanno per sé, ma per lasciare in eredità a chi verrà un posto migliore in cui vivere. Eppure, se glielo domandi, non pretendono che tutti facciano come loro, perché i grandi comprendono le ragioni degli altri. E allora, per spostare le cose e per cambiarle almeno un po', lanciano messaggi attraverso le proprie azioni. Come fa da più di 16 anni Gaetano Saffioti che, con le sue scelte e i suoi sacrifici, prova a far capire che si può denunciare la 'ndrangheta, che si può essere liberi davvero senza rinunciare alla propria terra, a quella Calabria bellissima e dolorosa che tanto dà e tanto spesso toglie.
«Non credo di essere un uomo coraggioso e molta gente mi definisce così per nascondersi dietro la propria incapacità di scegliere da che parte stare. Io mi sono semplicemente chiesto cosa mi faceva più paura: essere ammazzato ed emarginato o continuare a non vivere, perché non c'è nessuno più schiavo di chi crede di essere libero senza esserlo – ed anche io pensavo di essere libero e non lo ero -, lasciando questo in eredità a mio figlio e alle nuove generazioni?». 

Gaetano, per questo, ha deciso di parlare dopo anni di vessazioni da parte di molti clan.
«Per me è stato ed è importante guardarmi allo specchio e dire: “Ho fatto qualcosa”. Perché ogni cittadino rivendica di avere dei diritti, scaricando tutte le responsabilità sulla corruzione, sullo Stato, sulle Forze dell'Ordine inefficienti, ma bisogna ricordarsi che ogni diritto è il risultato di un dovere compiuto. Quindi, prima di pretendere un diritto, ogni cittadino deve domandarsi se ha davvero fatto il proprio dovere. Ogni cittadino ha un grande potere, quello di poter scegliere e ricordiamoci che niente è impossibile. Come dimostro io che sono una persona normalissima che cerca solo di trasmettere positività! Una cosa è certa: con la mia scelta ho perso tante persone ‘amiche’, che evidentemente non lo erano, ma ho trovato tante altre cose, in particolare due, alle quali tutti dovrebbero tenere: liberà e dignità»

Quanto è stato importante suo padre per essere ciò che è oggi?
«Se mio padre mi avesse insegnato altro nella vita, forse oggi non sarei qua. La famiglia è importantissima e le generazioni future saranno fatte da persone per bene in base alle nostra educazione, a cosa faremo capire ai nostri figli. Soprattutto con gli esempi. Non con le parole. Se insegno a voce la legalità e poi parcheggio in seconda fila, non metto la cintura di sicurezza, mio figlio riceverà un messaggio errato. Purtroppo siamo in un Paese di furbi e chi è onesto viene visto come uno stupido, perché non approfitta. Ma, se noi vogliamo un mondo migliore, dobbiamo fare qualche rinuncia: non si può avere la botte piena, la moglie ubriaca, la vigna carica di uva e il figlio astemio! E allora teniamoli per mano davvero i nostri figli e facciamogli capire che veniamo sulla Terra senza portare niente e che ce ne andremo senza portare via niente, ma nel mezzo possiamo lasciare tanto!». 
 
Come sono cambiati i suoi concittadini dopo le denunce?
«Nel tempo sono riuscito a portare qualcun altro a denunciare, a far capire che dipende da noi, che è una cosa che riguarda tutti. Io cerco di scuoterli. Cerco di far capire che la neutralità è già una scelta: non schierarsi, girarsi dall'altra parte favorisce loro, non la giustizia, lo Stato e le sue leggi. Forse loro mi vedono come qualcuno che soffre: ma per me sono loro che non stanno bene. Io, da quando ho denunciato, ho visto la luce. Ma la cosa fondamentale è che io non voglio convincere nessuno: ognuno deve essere consapevole. Quando parlo con gli imprenditori, gli faccio vedere prima le spine, a cosa vanno incontro se denunciano, perché deve essere una scelta personale e libera».
 
Com’è accaduto con la sua famiglia.
«Mia moglie ha saputo tutta la verità, cioè che avevo denunciato e che ci avrebbero assegnato la scorta, dal telegiornale. Fecero il mio nome quel giorno di più di 16 anni fa, il giorno in cui sono tornato libero. Lei avrebbe potuto fare le valige e andare via. Invece ha capito e mi è rimasta accanto. Una donna fantastica. Come mio figlio: aveva solo 11 anni. All'inizio ha vissuto la scorta come un gioco, poi è diventato sempre più complesso conviverci, ma un giorno, per sdrammatizzare, mi ha detto: “Papà non essere triste, guarda la cosa da un altro lato, pensa che noi, rispetto agli altri, non abbiamo il problema dei parcheggi!”. Se non avessi avuto la famiglia vicina sarebbe stata una grandissima sconfitta. Il fatto che abbiano compreso la mia scelta è stato per me importante. E mio figlio, come tanti altri giovani, mi ha dato grandissime soddisfazioni. Mi dice: “Se io e altri possiamo andare in giro nel mondo, tenendo alto lo sguardo e dicendo con fierezza di essere calabresi, lo dobbiamo a persone come te”». 
 
Perché ha deciso di restare in Calabria?
«Quando ho cominciato a denunciare, la prima cosa che ho chiesto – ed è agli atti – è stata di non cambiare nome e di non andar via. Le persone ci sono, ma molta gente scappa per non sottostare o per non fare una vita come la mia, che passo molto tempo nei tribunali. Ma non possiamo aspettare la fatina: è importante denunciare e restare nel territorio, con la stessa faccia, lo stesso numero di telefono. La vittoria più grande non è tanto farli arrestare, quanto continuare a fare una vita normale. Per loro, invece, è la più grande sconfitta!».
 
Lei non vuole i soldi dello Stato.
«Ho sempre rifiutato i soldi previsti per i testimoni. Non ho denunciato per entrare in una categoria. Io sono non un testimone di giustizia, ma un testimone di certezze: ho denunciato perché volevo avere la certezza di poter parlare, di poter denunciare e di essere un uomo libero. Non voglio essere mantenuto, non sono un collaboratore che ha barattato le dichiarazioni con i soldi. Io ci vivo del mio lavoro. Quello che mi dispiace è che in Italia si fatica molto e non è un problema solo legato alla 'ndrangheta, anzi spesso dire che la colpa è della 'ndrangheta è un alibi per molti 'pupari' che tirano i fili». 
 
Perché si fatica in Italia? 
«Vieni emarginato, ma io mi diverto a sbugiardare il Sistema: a cominciare dalle White list alle gare d'appalto, dai protocolli alle varie intese. Spesso offro le mie prestazioni gratuite e neanche in quel caso mi vogliono, perché creo problemi con la mia presenza...». 
 
Che sogno ha?
«Il mio sogno da bambino era zappare la terra: ero felice! Ora il mio sogno è che questa terra sia liberata. Non so se io lo vedrò questo cambiamento, ma sono fiducioso, lo so che accadrà. La Calabria è come una stanza in cui ci sono mobili antichi impolverati. Non sarebbe difficile togliere questa polvere».
 
Com’è vivere con la scorta?
«Qualcuno la vede come un privilegio. In realtà è una sconfitta per lo Stato, per la società civile. È necessaria perché tutela le persone e i familiari e alla fine io sono responsabile di tutto questo casino, quindi la loro sicurezza è importante che venga tutelata. Comunque, diciamo che c'è un po' di limitazione della vita personale. Prima potevo improvvisare, ora per rispetto del servizio, devo pianificare il più possibile».
 
Si sente un eroe?
«Qualcuno ci si sente! Io ho fatto solo ciò che doveva essere fatto».
 
Si parla sempre di Sud, ma lei ha incontrato la 'ndrangheta anche al Nord e all'estero.
«In Calabria almeno c'è solo la 'ndrangheta. Al Nord non si fanno mancare niente! Diciamo che il Nord Italia ha fatto l'errore del marinaio che si trova a poppa e che, se scoppia un incendio a prua, dice che è un problema che non lo riguarda. Quando arrivano le fiamme da lui è troppo tardi. Ed è la stessa cosa che sta facendo ora l'Europa».

 


SONO UN UOMO LIBERO

Nato e cresciuto a Palmi (Rc) in una famiglia numerosa, Gaetano Saffioti comincia a lavorare giovanissimo nel frantoio del padre, che muore presto a causa di una malattia. Gaetano prende su di sé la famiglia: dà vita ad una impresa che si occupa di movimento terra e poi ad un impianto di calcestruzzo. Vince diversi appalti, ma la 'ndrangheta presto reclama la sua parte e sottopone Saffioti a richieste estorsive che sfociano in minacce, intimidazioni, danneggiamenti. Nel 2002, dopo aver per anni registrato gli incontri e le minacce subite, denuncia il tutto alla magistratura. Da allora vive sotto scorta. Nel 2017 il giornalista Peppe Baldessarro ha pubblicato “Questione di rispetto” (Rubbettino) vincitore del premio Paolo Borsellino 2017. 

 


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