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Senza memoria non c'è futuro

Antonio Nicaso: “La consapevolezza è importante, ma, per combattere le mafie, delinquere non dovrebbe essere conveniente”

Mer 28 Feb 2018 | di Angela Iantosca | Attualità
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 Nascere in alcune terre può far la differenza. Per l'aria che respiri, le opportunità, il contesto sociale. Come può far la differenza il banco che scegli il primo giorno di scuola. Antonio Nicaso è nato in Calabria, nella Locride, ed è uno di quelli che si è sempre seduto dalla parte giusta, rifiutando il compromesso, rinunciando anche alla sua terra pur di continuare ad essere un uomo libero. Giornalista, professore universitario, massimo esperto di mafie al mondo, scrittore di bestseller e di decine di libri con il procuratore capo di Catanzaro Nicola Gratteri, da anni vive tra Stati Uniti e Canada. 
 
Marzo è il mese della Giornata nazionale della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime delle mafie: quanto è importante ricordare? 
«Diceva Oscar Wilde che la memoria è il diario che ognuno di noi porta sempre con sé. Siamo ciò che ricordiamo di essere stati. Purtroppo, nella lotta alle mafie, la memoria, quella collettiva che insegna la fecondità del sacrifio, l’abbiamo sempre tradita. Mi viene in mente Lucien Febvre: sosteneva che gli storici non sono coloro che sanno, ma coloro che cercano. Anche noi dobbiamo cercare nel nostro passato le croci dei martiri, l’anelito di riscatto delle vittime, la loro testimonianza e il loro insegnamento, perché senza memoria non c’è futuro».

Lei ha incontrato alcune di quelle persone che ogni 21 marzo vengono ricordate: cosa le hanno insegnato?
«Mi hanno insegnanto l’importanza della coerenza, dell’impegno civile, della tensione morale, ma soprattutto il rifiuto di ogni forma di compromesso. Molti di quegli uomini sono stati costretti a morire perché se ne apprezzasse interamente il valore. Sapere come e perché sono morti aiuterebbe questo Paese a voltare pagina». 

Da otto anni ha dato vita al festival “Noi Comuni e Cittadini Reggiani contro le Mafie”: perché la scelta dell’Emilia Romagna?
«L’Emilia Romagna era una di quelle terre che credeva di avere gli anticorpi per resistere alle infiltrazioni mafiose. E invece le mafie avevano messo radici da tempo: la ‘ndrangheta nel reggiano, la camorra nel modenese. Forse qualcuno, per questione di marketing territoriale, ha preferito non vedere». 

Com’è cambiata la percezione delle mafie in questa Regione, anche grazie al vostro lavoro, e in generale nel Nord Italia?
«Ricordo le prime conferenze sulla possibile esistenza di isole felici e il tentativo per far comprendere come le mafie più che un modo di essere fossero un modo di fare e, pertanto, un modello in grado di riprodursi grazie a silenzi, collusioni e contiguità con il mondo della politica, dell’imprenditoria, della finanza. Poi c’è stata una presa di coscienza, la voglia di resistere, di combattere, di scegliere da che parte stare. Oggi Reggio Emilia è un esempio virtuoso per il resto del Paese, grazie al lavoro nelle scuole, alla determinazione della Provincia, all’attivismo dei Comuni del comprensorio».

Il Processo Aemilia ha confermato l'importanza del lavoro in quel territorio: cosa sta accadendo? 
«Il Processo Aemila ha scoperto ciò che altri magistrati avevano già individuato in regioni, come il Piemonte, la Lombardia, la Liguria. Ha rilevato la pervasività della ‘ndrangheta, la sua capacità relazionale, il riciclaggio di denaro, gli investimenti. Un mondo che per troppo tempo è stato sottovalutato». 

Ci sono molti progetti, dibattiti, libri, che ci parlano delle mafie: cosa manca ancora?
«C’è tanto ancora da fare. La consapevolezza è fondamentale, come pure la conoscenza del fenomeno. Ma, per combattere le mafie, non sono sufficienti manette e sentenze. Bisognerebbe investire nello studio e nella  ricerca, promuovendo l’antimafia sociale e dei diritti. Per combattere le mafie è opportune creare condizioni alternative di sviluppo. Lo sviluppo offerto dalle mafie presuppone ricatti e condizioni. I circoli viziosi devono essere sostituiti da quelli virtuosi. Bisogna avere il coraggio di sedersi attorno a un tavolo e porre mano a quelle riforme necessarie per rendere sconveniente delinquere, come sostiene da tempo il procuratore Nicola Gratteri». 
 
Quanta responsabilità abbiamo noi, la cosiddetta società civile? 
«Questa è la domanda che spesso mi sento fare. Ognuno di noi può fare qualcosa per combattere le mafie, impegnandosi nel proprio lavoro, rifiutando ogni logica di compromesso. Bisognerebbe riproporre quella questione morale di cui parlava nel 1981 Enrico Berlinguer, che non riguardava i tanti casi di disonestà e illegalità anche allora commessi nei partiti, nel mondo delle imprese e nella classe dirigente nel suo complesso. Quanto, invece, l’occupazione delle istituzioni da parte dei partiti. Insomma, la politica dovrebbe essere servizio, difesa del territorio, ricerca del bene commune e perseguimento della felicità».

Lei da decenni si occupa di mafie nel mondo: c'è una ricetta possibile per combatterle?
«Le mafie si sono globalizzate, l’antimafia no. Bisognerebbe proporre un’azione comune di contrasto, promuovendo la collaborazione tra stati, polizie e magistratura. Purtroppo, i soldi delle mafie fanno gola a molti. Tanti Paesi fanno finta di non vedere. Ormai la corruzione è diventato una strategia di insediamento. Non c’è bisogno di sparare. Le mafie hanno compreso l’importanza di muoversi sotto traccia, avvalendosi di professionisti per investire gli enormi proventi dei traffici illeciti». 

Qual è il giro d'affari delle mafie?
«Non è possibile quantificarlo. Solo in Italia supererebbe i cento miliardi di euro». 

C'è ancora qualcosa che la stupisce quando legge le carte delle inchieste?
«La capacità con la quale le mafie riescono a investire i soldi sporchi nell’economia legale. Ormai dappertutto sembra imporsi la legge di Gresham, secondo cui la moneta cattiva scaccia quella buona». 

Come possiamo recuperare quel vantaggio che sembrano avere le mafie?
«Per recuperare lo svantaggio bisognerebbe trovare la giusta volontà politica a capire gli errori del passato, a fare luce sulle tante trattative tra Stato e mafie e a far diventare prioritaria la lotta alla criminalità organizzata. Spesso nei programmi dei partiti politici di lotta alla mafia non c’è traccia. Eppure, viviamo in un Paese a sovranità limitata, ma facciamo poco per spezzare quel grumo di potere che lega le mafie a politici senza scrupoli e a faccendieri di ogni tipo».

Spesso c'è una rappresentazione dell'estero migliore dell'Italia. Lei da anni vive all’estero e studia il fenomeno a livello mondiale: sono migliori gli stranieri o anche lì sarebbe necessario un lavoro più serio?
«All’estero, l’immagine delle mafie è ancora legata ai tanti stereotipi creati da Hollywood. Nelle scuole si fa poco per comprendere questo fenomeno. I corsi che studiano le mafie sono pochissimi e spesso affidati a gente che non ha la minima idea di che cosa siano le mafie». 

Quanto la sottovalutazione dei governi stranieri favorisce le mafie?
«Le mafie si nutrono di silenzi e di colpevoli sottovalutazioni. La ‘ndrangheta ne è un esempio. Oggi è l’organizzazione più ricca e più potente, ma è cresciuta nel silenzio, considerata per troppo tempo una mafia stracciona, una versione casareccia di cosa nostra». 

Di cosa hanno bisogno le nuove generazioni?
«Di esempi, non di parole. Di una classe dirigente in grado di far seguire alle parole i fatti. Al Sud bisognerebbe combattere le mafie con continuità e determinazione, mettendo a disposizione delle forze dell’ordine tutte le risorse necessarie per rendere sconveniente delinquere. Poi bisognerebbe partire dalla storia e dalla geografia per creare occupazione e sviluppo. Non ci sono terre belle quanto le nostre, ma purtroppo facciamo poco per valorizzarle». 

Quali sono le domande più difficili a cui rispondere?
«Sono quelle che riguardano l’occupazione, il futuro. Mi viene in mente una conversazione attribuita a un boss di Cosa nostra. In riferimento ai progetti sulla legalità nel suo territorio, diceva al suo interlocutore: “Fateli fare. Tanto quando avranno bisogno di un posto di lavoro verranno da noi”. Dovremmo impegnarci di più nella gestione delle risorse pubbliche, nella difesa del territorio, nella soluzione della secolare questione meridionale. Con le mafie non è possibile convivere. In Italia lo facciamo da oltre 150 anni».
 
C'è qualche domanda a cui non è riuscito a trovare ancora risposta?
«Sono continuamente alla ricerca di risposte. Non ho certezze, ma dubbi».

Come sono cambiati i ragazzi da quando lei era un giovane studente?
«Hanno molta più consapevolezza, tanta rabbia. Ma spesso non basta. Le stragi di Palermo hanno rappresentato uno spartiacque. La politica non è ancora riuscita a interpretare questa voglia di cambiamento. Le logiche a cui risponde sono legate al potere, non certo alla rappresentanza coerente e onesta degli interessi e delle esigenze del territorio. Basta guardare come vengono composte le liste. Spesso i criteri di selezione sono quelli dell’appartenenza, non della competenza. È un continuo farsi del male». 

La Calabria è la terra che le ha dato i natali: cosa è necessario che accada perché ci sia una presa vera di coscienza?
«È già accaduto tutto. Purtroppo, la lezione non è servita a nulla. C’è gente che non prova alcun rossore. Spesso sono le forze dell’ordine e la magistratura a scoperchiare le malefatte della politica. Dovrebbe essere la politica a selezionare i candidati migliori, a fare pulizia al proprio interno. Non è un problema solo della Calabria, ma dell’intero Paese». 

Spesso i ragazzi si sentono sopraffatti dalle notizie negative e pensano che  nulla cambierà mai: cosa si può fare per dare speranza?
«Corrado Alvaro diceva che la disperazione peggiore di una società è il dubbio che vivere onestamente sia inutile. Dobbiamo fare di tutto per evitare questa pericolosa deriva, rimettendo al centro del dibattito politico la questione morale. Solo così sarà possibile respirare la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell'indifferenza, della contiguità e quindi della complicità. Le parole di Borsellino sono di una straordinaria attualità».                                    
 


NOICONTROLEMAFIE 2018

Dal 16 al 21 aprile torna a Reggio Emilia e provincia “Noicontrolemafie”, il festival che coinvolge le Amministrazioni e i ragazzi delle scuole e che per una settimana vede alternarsi molte firme prestigiose del giornalismo, della magistratura e del mondo universitario. Direttore scientifico è Antonio Nicaso. Responsabile educativa è Rosa Frammartino. 

 


Dalla locride al canada

Antonio Nicaso, nato a Caulonia (Rc), oggi vive tra Stati Uniti e Canada. Giornalista, scrittore, professore universitario e studioso dei fenomeni criminali, è autore di decine di libri. Con il procuratore capo di Catanzaro Nicola Gratteri ha scritto, tra gli altri, “La mafia fa schifo” (Mondadori 2011), “Acqua santissima” (Mondadori 2013), “Oro bianco” (Mondadori 2015), “Padrini e padroni (Mondadori 2016), “Fiumi d'oro” (Mondadori 2017). Dal suo libro del 2015 "Business or Blood: Mafia Boss Vito Rizzuto's Last War", scritto con Peter Edwards, è stata tratta la serie tv “Bad Blood”.

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