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Rosamund Pike: Mamma coraggio

La prova più straziante della carriera di Rosamund Pike arriva con il western “Hostiles”, dove esplora il dramma di una mamma che perde tutti i suoi figli

Mar 27 Mar 2018 | di Alessandra De Tommasi | Interviste Esclusive
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Ci vuole coraggio per mettere in scena le proprie paure. Davanti a tutti. Su un grande schermo.  Rosamund Pike ne ha da vendere e “Hostiles – Ostili” ne è la dimostrazione. Il film è arrivato in sala il 22 marzo dopo aver già conquistato l’attenzione mondiale, come apertura sia del Dubai International Film Festival che della Festa del cinema di Roma. È proprio nella Capitale che avviene l’incontro con la protagonista, Rosamund Pike, ma non lasciatevi ingannare dall’aria eterea e dall’eleganza innata: dietro le sembianze da bambolina si cela una grinta da guerriera. Proprio come la sua Rosalie, che perde marito e figli in un attacco indiano, e deve ricominciare a vivere, lottare e sperare.

Qual è la lezione imparata da “Hostiles – Ostili”?
«Innanzitutto ho capito meglio la cultura dei nativi americani, che racchiude una grande saggezza, secondo la quale noi tutti siamo spiriti con esperienze umane e non il contrario. Mi ha totalmente capovolta la prospettiva di vita, soprattutto la scelta finale di Rosalie è una grande lezione sul dolore e sulla perdita, su cosa voglia dire abbracciarlo e lasciarlo andare».

Le sembra un manifesto femminista?
«Parliamoci chiaramente: qui non si tratta di forza femminile contrapposta a quella maschile, ma di qualcosa che ci accomuna tutti come esseri umani. Rosalie è dotata di compassione, spirito di osservazione ed empatia, quindi la sua forza sta proprio nel comprendere i personaggi dei soldati e, soprattutto, il loro comandante, interpretato da Christian Bale, per dar loro la possibilità di connettersi con le proprie emozioni».
 
Nel film alcuni indiani le sterminano la famiglia e Rosalie viene appunto portata in salvo da questi soldati per poter ricominciare a vivere. Con lei in viaggio c’è una famiglia nativa americana di un’altra tribù che fa ritorno a casa, anche se Blocker (Christian Bale) li lascerebbe volentieri a marcire in galera. Crede che sia l’amore ad averlo “salvato”?
«Qui si va oltre il concetto d’amore: è riconoscere la sofferenza dell’altro. Rosalie si sentirà sempre in colpa per essere sopravvissuta e al tempo stesso aver desiderato di essere morta con la sua famiglia. Quando la conosciamo non ha più alcuna voglia di vivere, ma poi le cose cambiano e a me ha fatto vedere quanto grande sia il fardello emotivo che l’animo umano può sopportare».

Le ha fatto paura confrontarsi con un tale senso di perdita?
«Era talmente terrorizzante da farmi sentire sopraffatta tutto il tempo, al punto che non potevo aprire il copione quando ero a casa mia. Ho dovuto affittare un appartamento in cui andare e leggerlo, sperimentare lo strazio di tenere tra le braccia un figlio morto e scavargli la fossa (inizia a piangere - ndr)».
 
Conosce qualcuno che ha sofferto per disturbo post traumatico da stress?
«Non personalmente, ma ho parlato con chi ha sofferto di una perdita simile, che diventa anche un dolore fisico. Il corpo è fatto di terminazioni nervose e in quel momento è come se fosse fuori sincrono: ad un certo punto Rosalie sa che il bambino è morto, ma cerca disperatamente di tenerlo in vita quando guarda la sua casa data alle fiamme dagli indiani. È in fase di negazione e in un certo senso l’accomuna a Bale, il cui soldato ha sperimentato lo stesso disturbo, anche se a quell’epoca non aveva ancora un nome medico».
 
Durante il suo viaggio Rosalie incontra una mamma indiana e il loro rapporto passa dalla diffidenza alla solidarietà. È un inno alla forza delle donne?
«Le donne per tradizione competono a livello biologico per conquistare un compagno, è la parte animale della natura, ma con l’evoluzione ora sono libere dai condizionamenti o almeno cercano di esserlo, anche se ci sono battaglie diverse. Comunque le donne hanno un rapporto con la maternità diversa da quella che hanno gli uomini e non cambia con il tempo, perché i papà tendono a non avere le stesse ansie delle mamme».
 
Qual è allora il senso del film?
«Racconta cosa voglia dire lasciare andare la paura e lo capisco: per me è una battaglia quotidiana mandarla via. Quando lascio i miei figli a casa ho il terrore di non tornare, è qualcosa di irrazionale. Purtroppo viviamo in un’epoca in cui la gente usa la paura come arma per entrarti nella mente e annichilirti. Il viaggio di Rosalie è quello di tutti noi, quello fatto di odio e terrore, che porta alla libertà. Raccontiamo una mamma single con un figlio adottivo, cosa c’è di più moderno?».

 

 

ANGELO BRITISH

 
Rosamund Mary Elizabeth Pike, classe ’79, è un’attrice inglese dai mille talenti: figlia di due musicisti, suona il violoncello, parla fluentemente tedesco e francese, ha una laurea in letteratura inglese a Bristol e dal 2009 fa coppia con il matematico Robie Uniacke da cui ha due figli, Solo (5 anni e mezzo) e  Atom (tre anni e mezzo). Il grande debutto arriva come Bond Girl ne “La morte può attendere” e da allora è inarrestabile: interpreta Jane Bennet in “Orgoglio e pregiudizio” accanto a Keira Knightley, prosegue con “The libertine” accanto a Johnny Depp e “Il caso Thomas Crawford” con Anthony Hopkins e “Jack Reacher – La prova decisiva” con Tom Cruise. La rivelazione arriva tuttavia con “L’amore bugiardo – Gone Girl” con Ben Affleck per cui riceve moltissimi riconoscimenti, tra cui la nomination all’Oscar. Con “Hostiles”, che ha aperto il Dubai Film Festival e la Festa del cinema di Roma, conferma la grande versatilità (per inciso, nel cast anche Thimothèe Chalamet, una nomination all’Oscar per “Chiamami col tuo nome” di Guadagnino). Ha in cantiere sette progetti, tra cui “Three seconds” con Clive Owen e il doppiaggio della serie cartoon “Moominvalley” con Kate Winslet.

 

 

 


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