acquaesapone Attualità
Interviste Esclusive Viaggi Editoriale Inchieste Io Giornalista TV/Cinema A&S SPORT Zona Stabile Rubriche Libri

Speciale guerra

Mar 27 Mar 2018 | di Nadia Afragola | Attualità
Foto di 17

Il giornalista Domenico Quirico ci racconta le ‘sue’ guerre e il baratro di Aleppo

C’è la drammatica quotidianità dentro, c’è lo studente, il cecchino, il maestro di scuola, la giovane donna, la famiglia di migranti. C'è il baratro in cui è caduta Aleppo, città millenaria il cui centro storico era stato proclamato Patrimonio dell'Umanità. C'è il dolore di poter solo osservare nella mostra "Aleppo. Come è stata uccisa una città" aperta ad Asti all’interno della Fondazione Palazzo Mazzetti, con la quale il giornalista Domenico Quirico sintetizza i cinque anni di guerra che hanno coinvolto Aleppo, città moderna, motore economico della Siria, con una popolazione di quasi due milioni di abitanti, che nel 2011 aveva abbracciato i venti di rinnovamento della Primavera Araba, prima che tutto degenerasse in una brutale guerra civile. Sequestrato dai soldati di Gheddafi in Libia nel 2011 e dai jihadisti siriani nel 2013, Domenico Quirico è il giornalista dei Paesi del male, una penna unica che come nessuno racconta la guerra.                                            

 


Come è stata uccisa una città

Chi è Domenico Quirico?
«Un inviato de La Stampa che ha scritto qualche libro. Sono un viaggiatore, mi pagano per viaggiare. Vivo luoghi complicati, perché credo che le cose interessanti da raccontare siano lì».
 
Perché si sceglie di raccontare una guerra?  
«Nella guerra apprendo tutto quello che devo sapere dall’uomo. Sono un viaggiatore non un volontario, non scelgo dove andare, altri decidono per me, anche se negli ultimi anni non è stato difficile scegliere. Le guerre appartengono a due categorie: etniche/tribali e parlo dell’Olanda, Sierra Leone, Libia o legate al fanatismo religioso, al Califfato, le guerre del XXI secolo, determinate quasi sempre dall’Islam e in questo caso siamo in Cecenia, Siria, Iraq, Libia, Nigeria, Somalia».  
 
È un mestiere che toglie più di dare? 
«Mi ha dato più che tolto. Sono quello che scrivo, le persone che ho incontrato. I bilanci si fanno quando ciò di cui parli è defunto, il giornalismo forse fa parte di questa categoria. È molto cambiato il modo di fare giornalismo e mi rifiuto di fare il nostalgico pronto a parlare dei tempi d’oro della stampa, quando si vendevano i giornali, e chi faceva il mio lavoro era un vate depositario della conoscenza collettiva. Non è mai esistita quell’età dell’oro, al massimo era dorata. Chi fa la guerra non vuole vedere i giornalisti: meglio tenerli lontani dal fronte per non correre il rischio che raccontino cose scomode, ma la guerra non la puoi raccontare se non ci vai dentro. Oggi dobbiamo fare i conti con la concorrenza, finta, che costa meno, parlo di internet e di tutto quel ciapa ciapa che rimbalza sui siti, senza alcun controllo delle fonti. I giornali oggi sono pieni di cattivo giornalismo».  
 
È possibile mantenere il distacco quando si racconta la guerra?  
«Il distacco nel giornalismo è negativo contrariamente a quanto insegnano i maestri. Non faccio nulla senza mettere dentro passione ed esplicita volontà di filtrare le cose attraverso ciò che provo. Chi dice di essere al di sopra dei fatti sarà un pallidissimo narratore della cronaca e della vita, ed è anche un ipocrita, non c’è essere umano capace di stare al di sopra delle cose».
 
Come fate a capire chi sono i buoni? 
«Quelli che perdono sono i buoni. Oggi i buoni e i cattivi non esistono perché c’è una percentuale di cattiveria e di violenza, di ferocia in entrambe le parti. I buoni, gli innocenti veri sono i morti, le vittime, i civili delle guerre caduti sotto i colpi di una guerra che quasi mai capiscono o vogliono. È la morte ad attribuire loro la totale qualità dell’innocenza. I buoni e i cattivi esistevano nella Seconda Guerra Mondiale. In Vietnam chi erano i buoni?». 
 
Come torna alla normalità dopo la guerra?  
«Non è detto che ci torno. La dilatazione del tempo in guerra è doppia, i minuti sono eterni ma anche cortissimi. Il tempo non si rallenta, spesso si ha la percezione che acceleri. Non è facile tornare, ti sembra di compiere un atto di tradimento tornando alla vita di sempre, quasi come se la dimensione vera fosse l’altra».
 
Cambia la prospettiva sul mondo? 
«Se frequenti alcuni posti del mondo, i valori cambiano, la gradazione della sofferenza risulta modificata, ma ci sono anche in Italia delle persone che soffrono terribilmente e non parlo di chi è malato. Non c’è una scala Mercalli per valutare il male di vivere. Non sono un grande conoscitore del mio Paese però vorrei fare un viaggio tra i poveri in Italia, anche se nessuno mi ha mai chiesto un simile reportage. Dalle periferie italiane sono certo che verrebbero fuori delle terribili sorprese, che sfuggono ai dati degli economisti e dei sociologi». 
 
Crede in Dio?
«Altroché».
 
Anche quando i terroristi la rapirono?  
«Ovviamente. Non ho mai pensato mi avesse abbandonato, anzi quando sento la sua lontananza mi accorgo che quello è in realtà il momento di maggiore vicinanza».
 
Foto-giornalismo di guerra: l’orrore va fatto vedere? 
«Voltare la testa dall’altra parte è sbagliato. Il mio strumento di narrazione è la parola, non mi sono mai posto il problema di scattare una foto o girare un film. Il mio problema è riuscire con uno strumento artigianale come la parola a raccontare in modo adeguato quanto ho visto. Circolano foto che mostrano degli aspetti estremi dell’errore e intorno vedo il dibattito che si innesca sulla legittimità o meno di farle vedere. Trovo più orrore in tante foto in cui non si vede neppure una goccia di sangue, ma sono talmente piene di angoscia da bucarti il petto. Ricorda: conta solo il mondo in cui fermi il tempo». 
 
Cosa non si racconta in un reportage di guerra? 
«L’articolo è il frutto di una selezione e nella costruzione del racconto non dovrebbero esserci censure, ma aspetti secondari. L’unico criterio che deve valere sempre è la tua memoria, tutto deve passare nel filtro della tua esperienza, sensibilità e commozione».
 
Cosa significa la guerra per i civili? 
«È la grandine del contadino. Non puoi fare nulla per allontanarla. Ti viene addosso, provi a ripararti, aspetti che la bufera passi. Porta allo smembramento di popolazioni quasi sempre già povere con poco da difendere e conservare. I civili diventano profughi e la loro vita si trasforma in qualcosa di provvisorio».
 
Noi la guerra non ricordiamo cosa sia. Questo cosa comporta? 
«Una totale incapacità di comprendere la sofferenza degli altri. Non è cattiva volontà, indifferenza, cinismo, è che non hai idea di quanto le immagini in tv cambino se sei nella storia. Vedi nubi di fumo in tv che si alzano in mezzo alle case e dopo aver visto quella nube devi trovare la forza per iniziare a scavare tra le macerie, mentre la nube si posa e iniziano a farsi largo macchie rosse e pezzi di carne. Era questo Baghdad».
 
Perché non si pensa abbastanza agli effetti collaterali? 
«I militari considerano una cosa per volta, se hanno l’ordine di bombardare non possono, neppure volendo, pensare a cosa accade intorno. Per fare una buona frittata devi rompere le uova! Adesso vanno di moda gli attacchi con i droni: erano nati per evitare morti dalla parte di chi li impiegava, ma ogni volta che Obama tirava un drone si assumeva il rischio di ammazzare gente che non c’entrava nulla. Questo è un crimine contro l’umanità». 
 
Come si uccide una città?
«Infliggendo ferite fino a fargli cedere il cuore: le città muoiono insieme agli abitanti che ci sono dentro».
 
Cosa è oggi Aleppo? 
«Una parte della mia vita. La mostra parla di come, dal 2011 al 2016, centinaia di migliaia di uomini si sono scontrati in una vera arena, all’interno della quale se avevi il coraggio di andare a vedere cosa stava accadendo ti accorgevi di avere davanti ai tuoi occhi una delle maggiori tragedie del XX secolo». 
 
E la sua famiglia, i figli, una moglie… come si riesce a conciliare tutto? 
«Le scelte che ho fatto, il mio lavoro, non si conciliano con niente, è impossibile». 
 
È felice? 
«Dicessi sì il mio sarebbe un atto di arroganza, ma dicessi no sarebbe una grande mancanza di umiltà e altrettanto deprecabile come risposta».   
                
 


LE VITTIME SONO I CIVILI

Lanciata la campagna ‘Stop bombing town and cities’ e una rete internazionale per sensibilizzare sul tema

di Angela Iantosca

Sono i civili le vittime delle guerre, i bambini, le donne, gli anziani. Chi rimane a casa e prova a condurre una vita normale. I dati parlano di un 80% di vittime tra i civili. E le cause sono molteplici: l’uso di ordigni esplosivi sempre più distruttivi su aree urbane, che ormai contano spesso milioni e milioni di abitanti riuniti in un’area relativamente piccola (con una densità abitativa che supera facilmente le 20.000 persone a km quadrato) è la prima e principale causa del devastante impatto dei conflitti sui civili nel mondo contemporaneo. Ma oltre ai danni diretti alle persone, non va sottovalutato il fatto che la distruzione degli edifici e delle infrastrutture ha delle gravissime implicazioni di lungo termine sulla salute pubblica e sullo sviluppo futuro dell’area interessata, dato che i bombardamenti disseminano il territorio di ordigni la cui pericolosità rimane una minaccia per decine e decine di anni. Non va dimenticato, infine, che anche il fenomeno della migrazione è fortemente legato alla distruzione dei centri abitati, costituendo esso molto frequentemente l’evento che dà il via alla fuga dalla propria terra. 

LA RETE INTERNAZIONALE
Nonostante l’unanime condanna, a livello di opinione pubblica, allo stato dell’arte nel diritto internazionale non vi sono regole generali che riguardano in modo specifico i bombardamenti sulle aree densamente popolate. Esistono importantissimi trattati internazionali sulla limitazione nell’uso di certe armi, come le mine antiuomo, le bombe a grappolo, le armi incendiarie, ma essi non sono ancora stati sottoscritti da tutte le Nazioni e inoltre riguardano solo indirettamente la protezione dei civili nelle aree densamente popolate. La mobilitazione su questo tema ha portato alla costituzione di una rete internazionale, International Network on Explosive Weapons, che ha lanciato una campagna per sensibilizzare le Nazioni e gli organismi sopranazionali, al fine di poter ridurre in modo significativo le sofferenze prodotte dai bombardamenti sui centri abitati, campagna riassunta nello slogan “Stop bombing town and cities”.
La campagna si rivolge ai singoli stati e agli organismi sopranazionali, chiedendo di:
• riconoscere che l’uso di ordigni esplosivi nelle aree popolate tende a causare gravi sofferenze alle persone e alle comunità, sia in modo diretto sia per i danni create alle infrastrutture vitali;
• impegnarsi per rivedere e rendere più stringenti le regole e le prassi nell’uso delle armi esplosive, rendendo altresì disponibili i dati sul loro utilizzo e sui loro effetti;
• attivarsi per garantire il pieno rispetto dei diritti delle vittime e dei sopravvissuti;
• individuare dei principi universalmente accettati, per proibire o limitare l’uso di armi esplosive nelle aree densamente popolate.
Alla rete INEW hanno aderito numerose organizzazioni non governative e associazioni, tra cui Campagna Italiana Contro Le Mine, Human Rights Watch, Save the Children ed anche l’Associazione Nazionale Vittime Civili di Guerra.          

 


“Sono cieco per colpa di un ordigno”

Nicolas, cinque anni fa, insieme a due amici, è stato ferito in Val di Susa da una bomba a mano inesplosa della Seconda Guerra Mondiale 

Ha solo 20 anni Nicolas Martorino e quando parla è diretto e crudo come solo i giovani sanno esserlo. 
«Cinque anni fa, insieme a Lorenzo e a Stefano, ero in un campo per seminare delle patate, in Val di Susa. Ad un certo punto abbiamo trovato un oggetto rosso e argentato che ci ha incuriosito. Era una bomba a mano della Seconda Guerra Mondiale. È esplosa e mi ha portato via la mano e la vista. A Lorenzo ha rubato la vista e tutti e tre abbiamo riportato ferite sul corpo».
Diventato socio ANVCG, Associazione Nazionale Vittime Civili di Guerra, da anni gira nelle scuole per sensibilizzare sul tema della pace.
«Cosa dico sempre? Cercate di evitare che ciò che è successo a me succeda ancora, non solo in Italia, ma nel mondo. La guerra fa schifo, è morte, è dolorosa e continua ad esserci per sete di potere e interessi economici. Mentre la pace continua a rimanere un’utopia. Ma il lavoro che si sta facendo di sensibilizzazione sull’uso degli ordigni è un primo grande passo».
Cosa vuoi dire ai ragazzi? 
«Informatevi e siate attivi sul tema delle guerre, non sentitevi esclusi. Siamo in pace, ma non potrà essere sempre così se non c’è qualcuno che continua a lavorare per la pace. Mentre voi siete in giro che vi cagate sotto perché avete perso il cellulare, magari c’è un bambino in Siria che si alza, sempre che si alzi, e che si trova senza casa e magari anche senza una gamba e che deve imbarcarsi e venire in Italia, dove rischia di trovare anche qualcuno che lo prende a bastonare. Studiate perché la guerra è frutto dell’ignoranza».                         

 


UN CALCIO ALLA GUERRA

Nei campi profughi del Libano si disputa un campionato di calcio ufficioso tra Siria e Palestina. Francesco Furiassi ha deciso di raccontarlo in un documentario

C'è il calcio che è sinonimo di soldi, divertimento e mondanità. C'è il calcio dei mondiali, delle grandi coppe e della serie A. Poi c'è il calcio della strada, quello che sa di polvere, ma anche di rivincita e riscatto. È il calcio che si gioca nei campi profughi, quello che non si ascolta in radio, quello che non va sulla tv a pagamento, che non rispetta sempre le regole, che si forma su campi improbabili, tra le macerie dell'anima. Un calcio che Stefano Fogliata, Dottorando in Studi Umanistici Interculturali all’Università di Bergamo, racconta da tempo, dopo essere stato quattro anni in Libano e aver giocato anche in due squadre di calcio e che oggi il documentarista Franceso Furiassi sta traducendo in immagini, grazie ad un lavoro che speriamo presto vedrà la luce.
«Un giorno, parlando con una ragazza, ho scoperto che c'era questo studioso di Bergamo che negli ultimi anni era vissuto a Beirut, che aveva scelto di risiedere in una zona abitata da libanesi, imparando perfettamente l'arabo. Lui è il mio gancio, la base di partenza di questo lavoro documentaristico, perché il suo studio è incentrato sulla convivenza nei campi profughi tra palestinesi e siriani e sull'importanza del calcio nei campi in Libano, dove si disputa un campionato ufficioso accanto a quello ufficiale, con tanto di federazione, coppe e divise!».
 
Sono un milione e 800mila i profughi ospitati dal Libano, concentrati in più campi, ognuno dei quali ‘contiene’ 35-40 mila persone. 
«Campi nei quali si trovano palestinesi arrivati nel 1948, profughi arrivati in seguito a diaspore più piccole dei palestinesi e infine profughi della diaspora più violenta del 2011, quando è cominciata la guerra in Siria. Ma la grandezza dei campi profughi non è cambiata, è mutata l'altezza...». 
 
Una convivenza non sempre semplice in contesti piccoli e sovraffollati in cui, ormai, il 50% della popolazione è formata da siriani e il 50% da palestinesi. Che cosa rappresenta il calcio per loro?
«Il calcio permette a queste persone che non hanno documenti validi di girare fuori dai campi, anche se a norma di 'legge' dovrebbero rimanere confinati in questi mega ghetti. Invece queste persone, in una logica di squadra, con una t-shirt e dei pantaloncini e una sacca di palloni, non vengono fermati dalle guardie che controllano i confini dei vari campi e vengono lasciati andare, perché c'è una legge non scritta in base alla quale, se appartieni ad una squadra legata ad uno sport, puoi girare facendo partite a Beirut, fuori dal campo, o anche nel resto del Paese».
 
Quali storie hai raccolto? 
«Ci sono testimonianze incredibili e sono due quelle che mi hanno colpito molto. Una è la storia di Jamal, un ragazzo palestinese che vive nel campo di Shatila (il più noto di Beirut): inseguendo il pallone ha trascorso l'infanzia nel campo di Burj el Barajneh con addosso la maglia della squadra dell'Al-Aqsa. Ha 27 anni Jamal e avrebbe potuto essere un decoroso giocatore in Italia e che invece, scappato dalle sigle terroristiche e dall'esercito di Assad, è entrato in Libano nel campo nel quale lavoriamo noi. Qui ha intrapreso la carriera nel campionato palestinese».
 
Altra storia?
«Quella di un ragazzo che, stanco delle dinamiche nel suo Paese, il Libano, ha comprato in Sudan un visto per la Libia. Ma è stato fermato a Istambul e dopo un lungo tira e molla è stato rimandato a Beirut. Ora gioca con un documento falso nella lega dei professionisti libanesi, nella serie A ufficiale. Ma gioca anche nel campionato ufficioso. In tutto questo una settimana al mese va a fare il riservista, andando a combattere per cercare di liberare la Siria contro l'Isis…».
 
A che punto è il documentario? 
«Le riprese sono cominciate lo scorso ottobre. Ad aprile torniamo per l'ultima giornata del campionato libanese».
 
Come aiuta il calcio a leggere ciò che sta accadendo?
«La demarcazione nelle tifoserie non è così netta come sembra. È come se l'evento sportivo avesse la capacità di far trascendere le divisioni. Guardando le tifoserie, dunque, si può leggere meglio la società libanese. Addirittura quando ci sono i derby più complicati tra i campi profughi più astiosi si va a giocare nei campi messi a disposizione dalle Nazioni Unite. Sì, proprio l'Onu, perché conviene a tutti far vivere questi campionati. Spesso alle partite vanno ad assistere allenatori del campionato ufficiale, che provano a trovare dei fuoriclasse in quel bacino. Quello che a me interessa è provare proprio a raccontare questa linea che unisce e divide due mondi che si incontrano, uno 'legale' e l'altro no, ma accomunati da una comune passione…».
 
Lo sport non riguarda solo gli uomini.
«Non è solo una cosa per maschi: recentemente è stata creata anche una accademia di basket per ragazze! Ma per farti capire quanto è importante lo sport e il calcio nei campi profughi, pensa che nel 1975 iniziò in ritardo di una settimana la guerra civile perché si doveva disputare una partita di calcio. E da due-tre anni è uscito dal completo anonimato il campionato ufficioso ed è stato approvato anche da Ramallah».
 
Dove si allenano?
«Per esempio, nel campo profughi di Burji Barasneh ci sono 44mila persone stipate in un chilometro quadrato! Non ci sono strade, ma solo vicoli. E al centro di quell'agglomerato c'è un campo di calcio in cui si possono allenare: un'ex fabbrica di mattoni trasformata in uno stadio, l'unico tra tutti i campi del Medio Oriente non finanziato da una grande agenzia ONG, ma creato grazie ai microfinanziamenti degli abitanti».
 
Quanti di loro parlano di futuro?
«Ti rispondo con una domanda, dalla cui risposta si può comprendere chi dei profughi pensa ad un futuro. Un allenatore domanda ai bambini chi di loro è in grado di tornare a casa in quel labirinto di strade che è un campo profughi: mentre tutti i bambini palestinesi sanno tornare abbastanza facilmente, i siriani non lo sanno fare. I primi sono arrivati negli anni Quaranta, quella è la loro casa, non sanno immaginare un altro posto. I siriani no, per loro il sogno di tornare è ancora vivo».    

Condividi su:
Galleria Immagini