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Piante che si curano da sole

Strategie senza pesticidi: attirano i predatori che mangiano i loro nemici e tagliano i viveri al parassita

Mar 27 Mar 2018 | di Roberto Lessio | Ambiente
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La necessità di limitare l’uso di pesticidi e prodotti chimici in agricoltura diventa sempre più urgente con il crescere della popolazione mondiale. Come già sta avvenendo nella Sanità, con l’effetto resistenza agli antibiotici e ad altri principi di sintesi industriale, anche nella produzione di derrate alimentari si stanno registrando preoccupanti fenomeni di resistenza ai trattamenti da parte dei patogeni e dei parassiti: ogni volta bisogna aumentare la dose del trattamento per impedire la loro proliferazione, in una sorta di inseguimento all’infinito. Oltre alle tecniche di coltivazione più rispettose degli equilibri ecologici, un contributo fondamentale per risolvere alla radice il problema potrebbe arrivare dalla comprensione delle strategie che le piante attuano per difendersi da sole dagli attacchi dei parassiti. 
Esattamente come avviene nel nostro corpo grazie al sistema immunitario. L’accostamento non è casuale.
In alcuni sport, in particolare nel ciclismo, è usuale che uno o più componenti di una squadra producano uno sforzo maggiore per permettere ai compagni di arrivare con più energie e più opportunità al traguardo. Lo stesso meccanismo sembra funzionare anche nel mondo vegetale, dove l’attivazione di un’azione individuale, in presenza di uno stress competitivo, può giovare alla propria comunità. 

DIVENTANDO INDIGESTI SALVANO IL GRUPPO
È il caso delle piante dei pomodori. Solitamente utilizziamo quelli di colore rosso, ma al mondo ne esistono oltre 4.500 varietà che a maturazione hanno colorazioni molto diverse: giallo, bianco, viola e persino verde. Tutte le piante di pomodoro esistenti però hanno una interessante caratteristica comune: benché i frutti siano perfettamente commestibili, le loro foglie, gli steli e le radici sono completamente indigeste agli insetti e agli animali erbivori. Questa caratteristica ha attirato l’attenzione degli studiosi, perché in teoria dovrebbe determinare anche una progressiva diminuzione della potenzialità di impollinazione e quindi della propria capacità auto-riproduttiva. 
Di conseguenza, in base alle attuali teorie evoluzioniste delle specie vegetali, le piante di pomodoro si sarebbero dovute estinguere da tanto tempo. E invece si sono ormai adattate e sviluppate in tutti i continenti.
A questo mistero hanno dato una risposta i ricercatori americani Paul Glaum dell'Università del Michigan e di André Kessler della Cornell University. Hanno scoperto che quella del pomodoro è una tipica pianta “resiliente”, cioè capace di resistere, reagire e portare una sorta di contrattacco nei confronti dei suoi predatori, anche e soprattutto per difendere la comunità dei pomodori nel suo complesso. 

IL SEGRETO DEI POMODORI 
Sono note da tempo nel mondo scientifico alcune strategie di difesa delle piante e le loro complesse interazioni con erbivori e insetti fitofagi, che mangiano cioè le piante: ad esempio si sa che le piante attaccate da parassiti avvertono del pericolo le loro simili grazie a segnali chimici. In questo modo possono anche richiamare predatori dei loro nemici e innescare una lotta biologica per la sopravvivenza. 
Una sorta di pubblicità progresso, completamente naturale, che sostanzialmente dice a questi predatori: “guardate che qui c’è da mangiare per voi”. Nel caso dei pomodori però questa tecnica biologica difensiva è molto più sofisticata: le piante emettono un ormone vegetale, lo jasmonato di metile, che avvisa le piante simili del pericolo costituito da una particolare specie di bruchi erbivori (Spodoptera exigua – nottua defogliatrice), che di solito colpisce anche molte altre colture agricole. Le altre piante così avvertite dell’attacco aumentano a loro volta la produzione di questa sostanza biochimica volatile, inducendo i bruchi ad un comportamento autodistruttivo. Contemporaneamente, però, proprio il rilascio dell’ormone dovrebbe teoricamente far diminuire anche la visita degli insetti impollinatori, in particolare delle api. Invece i ricercatori hanno scoperto che le piante calibrano la produzione di questa sostanza ad una dose giusta che non disturba più di tanto gli insetti amici, determinando così un vantaggio reciproco: le api si prendono il polline e le piante si garantiscono la riproduzione. 

FRUTTA BATTE MOSCERINO
L’autodifesa immunitaria delle piante funziona anche in modo ancora più intelligente. Smettere di produrre semi per non farseli mangiare dalle larve dei suoi parassiti, è la tattica che usa il crespino (Berberis vulgaris), spesso utilizzato per le siepi. In tal modo limita la proliferazione del moscerino della frutta: un parassita che perfora le sue bacche per deporre le uova al loro interno. Una volta schiuse le uova, la larva inizia a nutrirsi anche dei semi, che di solito sono due, contenuti nei suoi frutti. 
A quel punto la pianta adotta delle strategie a seconda del tipo di moscerino della frutta con il quale si trova a combattere: blocca lo sviluppo dei suoi semi per non alimentare ulteriormente il parassita, oppure realizza una sorta di aborto del seme infestato, in conseguenza del quale poi muore anche la larva. In tal modo il secondo seme è salvo e così la pianta può autoriprodursi. La capacità di resistere alle difficoltà della vita quindi non è solo una prerogativa umana e del mondo animale. 
C’è ancora tantissimo da imparare per mettere in campo le strategie giuste e realmente efficaci per risolvere problemi che invece oggi vengono solo scaricati sulle future generazioni, aumentando di volta in volta la dose di un qualche prodotto di sintesi che non ha niente a che fare con la Natura.                                      

 


Cerotti antizanzara, grazie ai pomodori

Sono recentemente diventati molto noti i cerotti antizanzara naturali, senza sostanze chimiche tossiche, utilizzabili anche per i più piccoli. Le loro microcapusle contengono l'IBI-246, un composto estratto dal pomodoro selvatico del centro America, dopo che Michael Roe e altri ricercatori della North Carolina State University hanno scoperto che tale sostanza è un efficace repellente per zanzare e altri insetti. L'IBI-246 è molto più sicuro delle sostanze normalmente utilizzate a questo scopo e può rimpiazzare il N-dietil-meta-toluamide (DEET), usato nella maggior parte dei repellenti e che può essere pericoloso per adulti e bambini. Una ricerca condotta sui topi ha mostrato che l'uso frequente e prolungato di DEET provoca la morte delle cellule del cervello. IBI-246 è ancora più potente, perché tiene lontano anche  zecche, pulci, scarafaggi formiche, oltre ad alcuni insetti che causano problemi alle coltivazioni, come gli afidi.

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