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Lavoro… questo sconosciuto

Ha senso festeggiare o è tempo di prendere coscienza dei nostri diritti?

Lun 30 Apr 2018 | di Angela Iantosca | Editoriale

Era un appuntamento fisso da ragazzi: il concerto del primo maggio in piazza San Giovanni a Roma. Una giornata che si trasformava ogni anno in un rito: bastavano uno zaino, un panino, il vino, le scarpe da ginnastica, per sentirci pronti a saltare e urlare per ore quegli slogan che ci facevano sentire parte integrante della vita. 

Si festeggiava il lavoro, parola a noi allora sconosciuta.


Poi abbiamo smesso di andarci, perché mentre i nuovi giovani ripetevano sempre gli stessi riti, quelli che erano stati nostri, noi abbiamo cominciato a capire il significato di lavoro. Che è sinonimo di passione, impegno, futuro, ma anche di disoccupazione, mancanza di norme, stipendi non pagati, buste paga inesistenti, morti bianche (che poi proprio bianche non sono se si muore perché qualcuno non ti ha messo in regola). Solo in Italia in 10 anni sono morte così 13mila persone. Senza contare le vittime di caporalato, non solo quelle nei campi, di cui tutti parlano, ma anche quelle nei call center e quelle nelle redazioni e nelle fabbriche e anche negli studi degli avvocati. Perché è caporalato anche quando ti dicono che devi portare il caffè e fare le fotocopie, mentre sei stato ‘assunto’ per altro, o quando ti dicono che se non ti stanno bene 5 euro per un articolo c'è un altro giovane pronto ad accettarne 4; o quando per lavoro ti fanno anticipare spese di viaggio che ti restituiranno non come spesa, ma come guadagno…

Allora, invece di andare a saltare in piazza per cantare i “soliti accordi” (ok il concerto è gratis e almeno quello non incide) forse noi lavoratori o aspiranti tali per primi dovremmo dire di no, unirci nella protesta, pretendere diritti che sino ad ora ci sono stati negati o abbiamo accettato di non avere.
 

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