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Caso Moro: “Diedi la sua borsa a un ufficiale. E sparì”

Il commissario Castri rivela quello che vide in via Fani. Dopo 40 anni racconta il suo segreto. Ma resta il mistero di Stato. Perché?

Lun 30 Apr 2018 | di Francesco Buda e Daniele Castri | Attualità
Foto di 8

40 anni non sono bastati per fare luce sulla più inquietante, complessa e insabbiata tragedia di Stato. Il 9 maggio 1978 fa veniva ritrovato nel cuore della Capitale il corpo senza vita di Aldo Moro. Ma mai fu ritrovata la sua valigetta nera che aveva sempre con sé, anche il giorno in cui fu rapito, 55 giorni prima. Ora uno squarcio nell'omertà. Una liberazione personale e un contributo alla verità. Parla il poliziotto che fotografò il macabro set, a via Fani, uno dei primi ad arrivare sul luogo della strage e del sequestro. Il mese dopo avrebbe festeggiato il primo anno del suo bambino, a maggio avrebbe festeggiato il proprio compleanno ed erano giusto dieci anni che era entrato 19enne in Polizia. Ma un altro evento gli sarebbe piombato addosso segnando per sempre lui e la sua famiglia, sfregiando l'anima del Paese e cambiato il corso della nostra storia, non solo nazionale: l'eccidio della scorta di Aldo Moro e il rapimento del grande statista, il 16 aprile 1978. Vide la borsa del leader della Dc. 

Fotografò tutto, ma non quel reperto. Non gli diedero modo né tempo. La borsa non fu mai più ritrovata: sparì insieme a una divisa nera con tre stellette sulle spalline. Anzi, a Palazzo si dice che non c'era proprio. È uno dei feroci, inconfessabili misteri della Repubblica, chirurgicamente coperti da allora. Perché?  


DI PADRE IN FIGLIO
Lorenzo Castri quella mattina, nel cuore ha l'imminente primo compleanno del suo bambino. In testa tante delicate cose di lavoro. Arriva presto, come al solito, al quarto piano della Questura di Roma, Servizio polizia scientifica. Da un'altra parte della Capitale, il presidente della Democrazia Cristiana si prepara ad andare alla Camera dei deputati, dove è atteso il voto di fiducia al primo governo democristiano sostenuto dai comunisti. Moro è sulla Fiat 130 blu guidata dal carabiniere Domenico Ricci, affiancato dal maresciallo Oreste Leonardi. Dietro c'è l'Alfetta della scorta, guidata dal poliziotto Francesco Zizzi con gli agenti Giulio Rivera e Raffaele Iozzino. I 5 militari vengono trucidati subito. A fare rilievi e fotografie sulla 130 blu è lui, Lorenzo Castri. È lui quello in trench di pelle nera con la macchina fotografica che si vede nelle immagini dell'epoca sul luogo dell'eccidio. Da allora lo spettro di quella valigetta lo ha inseguito, incastrato tra l'integrità di uomo, di padre, marito e servitore dello Stato – come dicono i capi ai funerali e nelle occasioni solenni – e il timore di fare una brutta fine se apriva la bocca. Ha visto più di qualche caro collega coinvolto nella vicenda morire in strane circostanze, investito per strada. Il suo bambino ignorava tutto ciò. Con lui, oggi giornalista d'inchiesta, raccontiamo di quella valigetta di Aldo Moro che nessuno nelle Istituzioni ha finora voluto cercare. Nemmeno va nominata. Come il commissario Castri: convocato per tanti altri fatti criminosi in vari processi, nessuno lo ha mai chiamato a riferire sul caso Moro nelle sedi istituzionali. 

«SONO IO»
«Sono Lorenzo Castri, uno dei tecnici di Polizia scientifica che fece i rilievi in via Fani. Mi sono arruolato in polizia nel 1968 e nell'aprile del 1977 arrivai alla Questura di Roma, dopo l'esperienza in altri Comuni d'Italia», racconta in videoripresa l'ex agente, andato in pensione nel 2009 da vice questore aggiunto. «Quella mattina arrivai in questura come al solito alle 7. Verso le 9 sentiamo un trambusto giù nel cortile, noi eravamo al quarto piano: aperte le finestre, sentiamo che avevano rapito Aldo Moro e trucidato tutta la scorta. Allora noi tre della mia squadra - eravamo tre squadre - prendiamo di corsa l'attrezzatura e ci avviamo alle macchine giù in cortile, capitanati dal nostro dirigente, il dottor Pandiscia, e con il maresciallo Giordano. In pochi minuti siamo arrivati sul posto, dove c'era il dottor Infelisi, il magistrato che dirigeva per conto dello Stato lo svolgimento delle indagini sul luogo. Mi colpirono subito i corpi dei colleghi per terra trucidati. Li fotografai (foto qui sotto)». Per una vita il dottor Castri si è sentito fortemente tradito dallo Stato, con moglie e figlio a repentaglio. Solo ultimamente se l'è sentita di raccontare al figlio. «Circa due anni fa venni contattato dal ricercatore e giornalista Giovanni Altamura, il quale mi disse che stava facendo delle richieste molto approfondite sul caso Moro e mi chiese se io coi miei ricordi potevo collaborare con lui, almeno rispetto a questa borsa. Ne è venuto fuori il libro “La borsa di Moro”, che Altamura ha scritto con il criminologo Giovanni Ricci, figlio del carabiniere Domenico Ricci, amico e autista di fiducia di Moro stesso e ucciso a via Fani». Quella mattina non era previsto che Ricci fosse di servizio lì, qualcuno fece in modo che ci fosse anche lui. In quel prezioso libro inchiesta non c'è il nome del commissario Castri. Solo ora mentre scriviamo, dal letto della sua malattia, autorizza che si dicano certe cose. 

«LA BORSA ERA LÌ: IL GIUDICE MI DISSE DI DARLA A QUEL CAPITANO»
«Il giudice Infelisi affidò al nostro dirigente, il dottor Pandiscia, le indagini del caso: subito ci siamo messi all'opera per poter iniziare i rilievi che si sono protratti per più ore durante la giornata. A un certo punto, non ricordo l'ora, sono stato chiamato dal dottor Infelisi mentre ero intento a visionare la Fiat 130 blu dell'onorevole Aldo Moro esternamente: mi disse di dare quella borsa di pelle nera, che era appoggiata nella parte centrale del sedile posteriore, a un giovane capitano dei carabinieri che lo seguiva». 
E non era la borsa con le medicine personali e l'apparecchio per misurare la pressione di Moro, come qualcuno ha tentato di far credere. Era piena di documenti. «Io mi sono subito portato verso la macchina, ho aperto la portiera sinistra, punto dal quale forse era stato fatto uscire l'onorevole Moro. La borsa era pesante, piena di materiale cartaceo e fascicoletti – dice il dottor Castri -. Era aperta, la chiusi e la consegnai a questo capitano dei carabinieri, un tipo molto giovane, sui 30-35 anni massimo, impettito come gli ufficiali in servizio nelle alte istituzioni, se ricordo bene coi capelli sul colore castano, in divisa invernale. Consegnandola al capitano, né io né i miei colleghi abbiamo avuto modo di fotografarla e repertarla». 

40 ANNI DI INSABBIAMENTI
Le verità ufficiali non convincono, avvolte da segreti internazionali su quello che ormai tutti hanno capito: il leader dell'allora Democrazia Cristiana non è stato ammazzato solo dal delirio disperato delle Brigate Rosse. È stato fatto fuori anche dalle istituzioni, non solo nazionali, di cui era e resta uno dei migliori, lungimiranti e degni servitori. Lui con il suo progetto di dialogo e collaborazione con il Pci di Berlinguer: il compromesso storico tra bianchi e rossi, che avevano totalizzato l'80% dei voti alle ultime elezioni, la solidarietà nazionale in risposta al piombo sfascista della follia terrorista e alla strategia della tensione, ai sepolcri imbiancati grondanti sangue, per traghettare il Paese verso una risalita sociale, politica, economica. 
«Penso che quella borsa sia finita nelle mani di qualcuno dello Stato», conclude il commissario Lorenzo Castri. Ha custodito in cassaforte tutta la documentazione, compresi i rullini e i verbali delle attività svolte quel 16 aprile 1978. La sua assicurazione sulla vita, per sé e per i suo cari. Nel 2009, andando in pensione, ha riconsegnato tutto alla Polizia di Stato. Non vi è traccia della borsa di pelle nera nemmeno nell'ultima relazione (la terza) della Commissione d'inchiesta sul Caso Moro, pubblicata a dicembre scorso. 
È in corso la causa di beatificazione per Aldo Moro. Santi, Martiri e Beati uccisi quando non c'erano tante tecnologie, apparati e investigazioni, sappiamo chi li ha ammazzati. Per questo nostro contemporaneo, ancora no. Né è dato sapere chi fosse quel capitano dei carabinieri che prese la sua valigetta. 
Perché nessuno ha mai chiamato Lorenzo Castri a raccontare queste cose nei 5 processi e due Commissioni d'inchiesta sul caso Moro?                                           



’Ndrangheta e 007

«L'ipotesi è che il reale esecutore sia stato uno 'ndranghetista calabrese deceduto alcuni anni fa, tale Giustino De Vuono. Moro viene rapito anche dalla Brigate Rosse e Moro non viene ucciso dalla Brigate Rosse», ha spiegato ultimamente Gero Grassi, della Commissione parlamentare d'inchiesta sul caso Moro. Depistaggi, banda della Magliana, servizi segreti italiani, inglesi, americani, russi, israeliani e dell'allora Germania ovest: il recentissimo libro “Il puzzle Moro”, di Giovanni Fasanella, lo stesso che rivelò l'attentato fallito contro Enrico Berlinguer per mano degli stessi “compagni” in Bulgaria. “L’influenza di Moro e Berlinguer sulla politica estera italiana è forte e potrebbe avere serie ripercussioni... Il governo italiano va mantenuto sulla giusta via”, si legge in un report stilato nel 1977 dall’ambasciatore britannico a Roma Alan Hugh Campbell.                               

 

L’attentato a Berlinguer

L’altro punto di riferimento dell'Italia del 1978, interlocutore di Aldo Moro nella strategia della solidarietà nazionale, era Enrico Berlinguer. Ebbene, “qualcuno” voleva fare fuori anche lui. Accadde nella Bulgaria comunista: quando vi andò nell'ottobre del 1968, si salvo per miracolo da un terribile incidente automobilistico. L'attentato lo ha rivelato Emanuele Macaluso, uno dei grandi vecchi della sinistra italiana, autorevole dirigente del Pci, a lungo parlamentare. Lo ha confermato la famiglia di Berlinguer, in primis la moglie Letizia, e lo sostiene l'inchiesta giornalistica di Giovanni Fasanella e Corrado Incerti, che hanno raccolto anche in Bulgaria parecchie testimonianze. 
 

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