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Fabo, prometto di perderti

Valeria, la compagna di dj Fabo, ad un anno dalla sua morte racconta cosa erano insieme, le promesse e un futuro tutto da scoprire

Lun 30 Apr 2018 | di Nadia Afragola | Attualità
Foto di 7

Tutti conoscono la storia di Dj Fabo e della sua Valeria. Tutti sono al corrente di come quel ragazzo e la sua compagna siano riusciti a cambiare le cose e a renderci tutti un po’ più liberi. Dj Fabo aveva la vita più bella del mondo, ce l’aveva per lo meno fino al 13 giugno 2014, giorno in cui un incidente stradale, provocato da una distrazione (il cellulare caduto dalle mani) lo rese cieco e tetraplegico. Cos’ha di speciale la loro storia? La forza che ha portato questi ragazzi a febbraio dello scorso anno ad affrontare il viaggio più duro. Fabiano a 40 anni ha scelto di morire in Svizzera, al suo fianco l’Associazione Luca Coscioni, che ha avviato il percorso del suicidio assistito e Marco Cappato, che ha scelto di farsi carico di una colpa, non colpa. Sullo sfondo una lotta civile che si fa politica e un paese che si è stretto attorno a questi due ragazzi. 

Valeria Imbrogno non è solo la fidanzata di DJ Fabo.  

«Valeria è una psicologa, una criminologa, un pugile che combatte per i pesi mosca (50,8 kg). Porto avanti la mia carriera sportiva di pari passo al lavoro nel carcere di Bollate. Seguo i detenuti per reati sessuali e nel mentre ho vinto un titolo mondiale con la boxe e vari titoli nazionali». 
 
Perché ha scelto il pugilato? Richiede una inclinazione così maschile!
«Solo un luogo comune. È uno sport che non richiede nulla di maschile. Ho partecipato ai campionati italiani nel 2001 per caso, avevo 17 anni e il mio fidanzatino dell’epoca faceva kick boxing. Lo seguii quasi per gioco». 
 
“Nelle mani dinamite, nella mente la furbizia”: così Fabiano la incitava sul ring. 
«Sapeva quali erano i miei punti di forza, mi ripetevo le sue parole in testa come un mantra, cercando di tenere fuori dal ring la vita. A giugno farò il mio ultimo match e poi appenderò i guantoni al muro. Sarà l’occasione per salutare e ringraziare tutti per le soddisfazioni che mi hanno permesso di vivere. Più che una gara sarà una festa, a Milano, e magari riuscirò a prendere accordi per disputare il mondiale». 
 
I muscoli sono importanti, ma mai quanto la testa: lo scrive nel libro. Lo stesso principio vale nella vita?
«Sì. Il mio equilibrio quotidiano arriva dall’equilibrio che il pugilato mi ha insegnato e dai miei studi. Alleni il corpo e la mente perché sono due cose ben distinte, due cose che devi rispettare». 
 
“Prometto di perderti” è il titolo del libro da poco in libreria: cosa c’è dentro? 
«La promessa fatta a Fabiano durante i suoi ultimi giorni di vita. Mi ha dato mille mandati e tra questi c’era anche quello di raccontare la nostra storia. Speravo che mi fosse data la possibilità di farlo. Dentro ci siamo noi, i nostri percorsi personali, gli amici e anche gli amanti, la vita di coppia, l’essere cresciuti insieme, prima come amici per poi scoprire che quella che stavamo vivendo era la vita più bella del mondo».
 
La vita più bella del mondo… com’è?
«Era la nostra, piena delle scelte quotidiane da fare, degli obiettivi pieni di libertà che ci eravamo prefissati. Avevamo raggiunto quell’equilibrio tale per cui le nostre due individualità continuavano a vivere nonostante fossimo una cosa sola. Avevamo due caratteri molto forti e la consapevolezza che per avere la vita più bella del mondo avremmo dovuto continuare ad essere quello che volevamo e come volevamo essere».
 
Com’è riuscita a fare quello che ha fatto? Ad esserci incondizionatamente?
«Altra promessa: volevo esserci, era giusto esserci se non doveroso. Il giorno dopo l’incidente dissi a Fabiano che avrei fatto di tutto per riportarlo il più possibile vicino alla vita che aveva. Mantengo sempre la parola data, ne va della mia dignità personale e poi io e Fabiano appartenevamo l’uno alla vita dell’altro».
 
È passato poco più di un anno da quel 27 febbraio 2017. Cosa è successo in questi mesi? 
«Tante cose personali legate a doppia mandata a Fabiano. La vita deve andare avanti e vivo anche per lui, oltre che per me stessa. Me lo sono ripromessa e l’ho promesso a lui». 
 
“Un giorno la sua forza si è fatta resa”, scrive nel libro. Da pugile come si affronta un simile momento? 
«Metti da parte tutto, ti metti da parte, raccogli tutta la forza che hai e provi a stare in piedi, ad affrontare la situazione, sapendo che quello che hai fatto fino a quel momento non è più sufficiente. Vivi intensi momenti di stanchezza, come in una seduta di allenamento intensiva costante. Nella vita serve avere la stessa forza».
 
Avete fatto sapere al mondo che la libertà esiste. E adesso?
«Continuerò in nome della libertà a fare quello che faccio. Il libro si apre con una dedica di Fabiano: “Sei nato selvaggio un tempo. Non lasciarti addomesticare”. Riparto da qui, da un concetto che è alla base di tutto, anche del futuro e dalla speranza che l’articolo 580 del nostro codice penale venga abolito».
 
A chi crede che siete stati egoisti cosa risponde? 
«È l’esatto opposto, perché non trattieni una persona per un tuo egoismo indipendentemente dalle sofferenze che lo affliggono. Parliamo di un gesto altruista, in cui né io né la mamma di Fabiano ci siamo permesse di metterci davanti alla sua sofferenza. Dalla bocca di Fabiano sono sempre uscite frasi importanti, legate al concetto di dignità umana, ben più profonde di una scelta egoistica di tenerlo qui». 
 
Come si accetta l’imperfezione della vita? 
«La vita è imperfetta, altrimenti non sarebbe vita. Il pugilato mi ha abituato ad affrontare la vita come un match, anche se perdi, quella sconfitta vedila come un mattone in più che ti aiuta a capire la vita». 
 
Le parole non hanno mai smesso di essere necessarie.
«Avevamo bisogno delle parole. Era improbabile rinunciare alle parole, quando è diventato cieco era l’unico modo che avevamo per comunicare. Prima dell’incidente ci capivamo con uno sguardo; dopo non è più stato possibile e abbiamo scoperto un modo più calmo e razionale di parlare che prima non conoscevamo».  
 
Ha perdonato suo padre per essersi tolto la vita? 
«Per certi versi sì ed è stato fondamentale l’aiuto di Fabiano, lui stava lottando per vivere e nonostante tutto ha trovato la forza di starmi vicino. Era assurdo vedere i suoi sforzi, continuava a ripetermi che avrebbe voluto essermi vicino e non si accorgeva di quanto le sue battaglie e i suoi sorrisi mi avessero salvato la vita».  
 
Il ricordo: qual è?
«Appartiene all’India, alla prima volta che venne con me. Era titubante a mettere il muso fuori dalla sua comfort zone e non parlava la lingua locale. Poi un giorno arrivò e mi mise in mano dei biglietti da visita, nei quali io ero il suo manager. Si era mosso da solo, in un luogo sconosciuto senza sapere l’inglese, aveva iniziato a camminare sulle sue gambe e il successo che arrivò fu il miglior riconoscimento».
 
Quando la sua vita è diventata una battaglia civile? 
«Per caso. Io e Fabiano non abbiamo niente di speciale, ci siamo limitati ad andare avanti in un percorso che passo dopo passo ha richiesto il coinvolgimento di altre persone. Solo dopo ci siamo accorti che la nostra vita era diventata la battaglia di molti per avere riconosciuto il diritto di essere liberi di scegliere».
 
Poi un giorno il biotestamento è diventato legge. Cosa ha provato? 
«Ero felice, ho vissuto il tutto come una conquista di Fabiano. Scelse di rendere pubblica la sua storia per aiutare altre persone nella sua stessa situazione. Non c’era più, ma era riuscito a fare qualcosa di bello».
 
Cosa è normale per lei? Sembra più forte di Dio. Ha contribuito a fermare una vita.
«Non sottrarsi alla fatica, portare avanti un progetto, mantenere la parola data, essere coerente, leale. È normale il credere in alcune cose e non cambiare idea solo perché qualcuno ti dice che è meglio fare in un altro modo. È normale vivere la vita sapendo di essere liberi di poter scegliere».
 
Il per sempre esiste? 
«Il per sempre vale… finché non è abbastanza! È il risvolto della medaglia».
 
Il protagonista è uscito di scena. Perché siamo ancora qui? 
«Perché me lo ha chiesto lui, ci siamo parlati e detti, in punto di morte, cose che nessuno oltre a noi due saprà mai. Io sono qui perché le parole hanno un peso». 
 
C’è stato un momento in cui ha chiesto a Marco Cappato chi glielo faceva fare?  
«Spesso ho pensato a sua moglie, a come affrontava le scelte del marito. L’amicizia con lei è arrivata dopo e ci ha poi permesso di scrivere il libro insieme. Marco è un amico e anche qualcosa in più. La sua presenza è stata fondamentale. Ha offerto il suo aiuto senza spingersi oltre, si è fatto capire molto bene e noi abbiamo apprezzato la “giustezza” dei concetti che quell’uomo ha portato avanti anche per noi».
 
Il suo processo è passato alla Corte Costituzionale. Se lo aspettava?
«Sono contenta, non me lo aspettavo in un paese come il nostro. Immaginavo la solita soluzione di mezzo, con Marco assolto ma con l’articolo che rimane lì come era».
 
Cos’è la felicità oggi per lei? E la rabbia? 
«Felicità è riuscire a vedere il bicchiere mezzo pieno sempre, ma soprattutto farlo con la necessaria serenità. La rabbia è un sentimento forte tanto quanto la felicita, perché vuol dire che stai provando ancora qualcosa». 
 
Cosa intravede nel suo futuro? 
«Non ne ho la più pallida idea. Tutto quello che ci sarà di bello o di brutto lo affronterò a patto che sia sempre una vita piena, piena di progetti da portare avanti. Spero di rimanere curiosa sempre».  
 
Fabiano ha imparato a spostare gli oggetti come in “Ghost”? 
«No, ancora no!».
 

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