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AZZARDO: 6 miliardi di danni

Cresce l’epidemia: 6 miliardi l’anno i costi socio-economici. Stato impreparato a curare i malati che esso stesso provoca

Lun 30 Apr 2018 | di Francesco Buda | Attualità
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Non si ferma l'epidemia di azzardo in Italia. L'anno scorso ha raccolto 8 miliardi e mezzo di euro al mese, 102 miliardi in tutto. Oltre tre manovre di bilancio dello Stato per lo stesso anno. Almeno stando alla cifra indicata da Marco Dotti sulla rivista “Vita”. Somma non smentita da nessuno, mentre scriviamo. «All’inizio di aprile saranno disponibili i dati 2017 sul nostro sito www.aams.it», ci ha scritto l’ufficio stampa dei Monopoli: a metà mese ancora niente... Se confermato, sarà il nuovo inquietante record dopo quello del 2016, quando, tra slot, gratta e vinci e scommesse varie, l'industria dell'azzardo nel Belpaese ha raccolto 96,1 milioni di euro dai cosiddetti giochi. Quest'ultimo dato è stato ufficializzato dall'Agenzia delle dogane e dei monopoli. Ma non è dato comunque sapere il vero totale, visto che non vengono rese note le somme 'giocate' ai casinò on line legalizzati. 


COME IMPOVERIRE IL PAESE
In 20 anni, da quando cioè chi governa il Paese ha avviato l'industria dell'azzardo di massa, l'Italia è diventata una bisca a cielo aperto. Dal 1998 al 2016 – calcola l'associazione Avviso Pubblico - sono aumentate del 669% le puntate sulle varie modalità di cosiddetto “gioco”: viene anche definito consumo di azzardo. I burocrati delle scommesse la chiamano raccolta, distinguendola da quella che invece chiamano spesa (i soldi “giocati” meno tasse e premi erogati). Ebbene, se è vero che l'anno passato i “giochi” autorizzati hanno raccolto 102 miliardi di euro, il consumo medio pro capite si attesta sui 1.683 euro. Ma la cosa è più grave se consideriamo che l'azzardo in Italia resta proibito ai minori (ai quali comunque basta andare su internet per farsi spennare) e a scommettere sono o dovrebbero essere soltanto i maggiorenni. Perciò se riferiamo il dato a questi ultimi, la raccolta di quattrini attraverso slot, gratta e vinci, lotterie, scommesse eccetera, viene fuori che nel 2017 la media sale a circa 2.012 euro a persona dai 18 anni in su. Questo senza considerare l'azzardo illegale, spesso e volentieri parallelo a quello autorizzato. 

VAMPIRAGGIO SLOT  
La metà degli enormi flussi di denaro “giocato” passa per le slot, nelle due categorie videolottery o Vlt  e new slot Awp, che sono oltre 407mila in tutto il Paese. Una cinquantina di miliardi l'anno, ormai le Vlt accettano banconote fino a 500 euro, ma pure carte prepagate e puntate minime da 10 centesimi, così da poter raschiare il barile e ingrossare la platea dei polli da spennare anche con gli spiccioli. La strategia si può riassumere così: ridurre il costo di ogni singola puntata, aumentare le “giocate” e le possibilità di “vincite” (solitamente contentini inferiori alla spesa), facendo crescere la sensazione di vincere (vedi immagine del cervello qui sotto). Una macchina spietata che offre la possibilità di azzardo ovunque e a qualunque ora del giorno e della notte, progettata per sedurre e magari indurre dipendenza: si imitano i meccanismi cerebrali della gratificazione, ingannando l'apparato cognitivo, fino ad annientare la volontà quando subentra l'azzardo patologico. Meccanismi ben noti alle neuroscienze, a chi è chiamato (con poche risorse) a curare i malati di slot, grattini e scommesse. Lo spiegava al Parlamento l'allora Ministro delle Finanze, Visco, nella relazione sullo svolgimento delle lotterie nazionali 1996-1998, alla vigilia del lancio del Bingo: «V'è da notare che più delle tradizionali, le lotterie istantanee (gratta e vinci, ndr), necessitano […] premi più diffusi anche se di minore entità. In effetti, la migliore spinta all'acquisto è data dalla frequenza delle vincite e dall'osservazione che di tale frequenza hanno i giocatori». 

COME CAVIE DA LABORATORIO
È il modello del condizionamento operante studiato da Burrus Skinner negli anni '50 del secolo scorso: il piccione o il topolino aziona la leva e riceve, non sempre, un po' di cibo. Viene così condizionato a ricercare compulsivamente una gratificazione incerta. Anche se ha mangiato a sazietà. 
Solo che qui al posto degli animali da laboratorio si tratta dell'intera popolazione italiana. I neuroscienziati la chiamano dipendenza senza sostanza: invece che alcol, eroina o cocaina, la “droga” è l'azzardo. 
Il Dipartimento delle Politiche Antidroga stima un numero di giocatori patologici tra i 300mila e un milione e 300mila (i tossicodipendenti sono circa 393.000). L'apparato è impreparato: una ricerca dell'Istituto superiore di sanità pubblicata nel 2016 ha censito solo 184 strutture di cura in Italia. 
Soltanto dal marzo 2017 lo Stato riconosce il disturbo da azzardo patologico tra le patologie che la Sanità pubblica deve curare. «Di sicuro su tre nuovi pazienti in cura presso i Servizi per le dipendenze delle Asl, due sono per azzardo e mano a mano che che aprono nuove strutture per curarli, il numero aumenta.», afferma il prof Maurizio Fiasco, eminente esperto in materia, membro dell'Osservatorio per il contrasto e la diffusione del gioco d'azzardo presso il Ministero della salute. A tale organismo, per curare, prevenire e contrastare l'azzardo di massa, lo Stato ha destinato solo 50 milioni di euro da ripartire tra le Regioni. Elemosina poi bloccata dal Tar per un pasticcio burocratico e scarsa trasparenza. Per la pubblicità su tv e radio, giornali, cartelloni eccetera, nel 2016 sono il comparto azzardo ha speso invece 71,6 milioni, il 40% in più rispetto all'anno prima. 

IL BLUFF DEL GUADAGNO PER LO STATO
Il ritornello usato per legittimare il disastro dello Stato biscazziere è che le casse pubbliche ci guadagnano. Altro abbaglio cognitivo, altro bluff politico-affaristico. «Lo Stato è diventato dipendente alle entrate annuali del gambling», sottolineano il prof Leonardo Becchetti, che insegna Economia politica all'università Tor Vergata di Roma con Gabriele Mandolesi, studente della Libera università della Santissima Assunta, nel recentissimo libro Lose for Life (ed. Altreconomia, a cura di Claudio Forleo e Giulia Migneco). Lo Stato, per ottenere qualche dose nuova di entrate dal settore, deve somministrare sempre più azzardo a pioggia. Ma senza ottenerne aumenti nelle entrate fiscali proporzionali rispetto ai soldi “giocati” dagli italiani. La quota del  “guadagno statale” si è progressivamente ridotta, nonostante il continuo aumento dei soldi raccolti dai “giochi”. Nel 2004, dopo la svolta delle slot legalizzate nei pubblici esercizi, lo Stato si prendeva quasi un terzo del  malloppo scommesso: 7,3 dei 24,8 miliardi di euro raccolti. Nel 2017, stando sempre ai dati pubblicati da Vita, l'incasso per il Fisco è sceso sotto il 9%, con 9 miliardi su 102 puntati (secondo la rivista Vita). Sui ‘giochi’ on line è ancora più basso: 1,13% in media, con picchi verso il basso del 2 per mille, come denunica lo studioso Maurizio Fiasco. Impiegati in altro modo, darebbero uno sprint enorme all'economia nazionale. Il Prof Becchetti fa due conti: se gli oltre 96 miliardi scommessi nel 2016 «fossero depositati in un fondo di garanzia per il credito agli investimenti, con un moltiplicatore standard di uno a quindici, potrebbero alimentare investimenti per 1.460 miliardi di euro (l'87% del Pil)». Non solo, «l'azzardo determina una perdita di prelievo fiscale di circa 400 milioni l'anno che va sottratta ai benefici per lo Stato». 

6 MILIARDI DI COSTI SOCIO-SANITARI
«Nell'insieme le voci dei costi dell'azzardo vengono stimate in 5-6 miliardi di euro l'anno, tra costi sanitari e crollo della capacità lavorativa», ricorda il Prof Becchetti, citando Marco Dari Mattiacci (La Dea Bendata. Viaggio nella società dell'azzardo). 
«Al di là di queste voci strettamente economiche, ve ne sono altre meno facilmente quantificabili ma determinanti. Un altro elemento da considerare è l'impatto sull'investimento in capitale umano dei giovani, essenziale da moltissimi punti di vista (rendimenti, scolarizzazione, produttività, salari futuri e aspettativa di vita)», mentre «la povertà di senso della vita è vero e proprio fattore di rischio della salute e ha un impatto aggiuntivo sulla mortalità di circa il 4 per mille all'anno». Ora se i dati ufficiali ci dicono che in un anno lo Stato ha incassato 9 miliardi da questa industria, e se autorevoli studiosi ci dicono che questo introito produce danni almeno oltre i due terzi di tale somma – senza considerare altri costi non quantificabili - dov'è tutto questo guadagno?                                                                            



 

I  numeri dell’azzardo in Italia

102 miliardi di euro raccolti nel 2017

1.650 euro a testa consumati in azzardo nel 2017

5 - 6  miliardi di euro i costi dell'azzardo (sanitari + perdita capacità lavorativa)

70,2  milioni di giornate lavorative è il tempo impiegato nel “gioco” nel 2015

60%  degli incassi delle slot arriva dai “giocatori” patologici
 


 

CHI ‘GIOCA’ DI PIÙ?

86,7% dei cassintegrati 

80,2% dei precari

73,0% dei disoccupati

70,8% degli occupati a tempo indeterminato

Fonte: ricerca “Pensieri magici” di Iorio e Zironi

 

 

Malati di azzardo: dati sconosciuti

Lo Stato biscazziere, a fatica e tra mille resistenze, dal marzo 2017 riconosce l'azzardo patologico (cosiddetta ‘ludopatia’) come malattia da curare a spese del servizio sanitario nazionale. Ma non analizza nella sua interezza il fenomeno per curarlo. Quanti e chi sono i malati di scommesse, slot e altri “giochi”? Non si sa. Esistono solo stime. L'anno scorso sono partite due ricerche affidate all'Istituto superiore di sanità, una sui maggiorenni e l'altra sui minorenni nelle scuole. «Le informazioni vengono rilevate tramite un questionario destinato alla popolazione generale e non a popolazioni cliniche. Presumibilmente i dati saranno disponibili a giugno 2018», fa sapere alla rivista Acqua&Sapone la dottoressa Roberta Pacifici, direttore Centro nazionale dipendenze e doping dell'Istituto, che conduce le due ricerche. «Ciò non può essere definito indagine epidemiologica, in letteratura si definisce tale un modello che studia una popolazione in conclamata condizione clinica, cioè malata, confrontata con una corrispondente popolazione in situazione non clinica  – tuona il prof Maurizio Fiasco, dell'Osservatorio nazionale contro l'azzardo patologico del Ministero della salute -. È un sondaggio proiettivo di opinione pubblica e di auto-rappresentazione. Da due anni chiedo che l'Osservatorio acquisisca metodologia, strumenti e domande della ricerca per poterli validare. Non c'è stato verso finora di avere la benché minima informazione (fino a marzo). Il progetto è finanziato con soldi dell'Agenzia dei monopoli – affonda l'esperto -: è come fare indagini sui tumori finanziate da chi fabbrica sigarette. È uno scandalo e un pasticcio. I risultati saranno inaccettabili».  
 

 
 

Tra compulsione e vergogna

La ludopatia e l’incapacità delle frustrazioni
 
Emanuele Tirelli
 
«Non importa quanti soldi giochi, ma quanto sei in grado di resistere all’impulso di farlo». La riflessione è dello psicologo e psicoterapeuta Roberto Malinconico, responsabile dell’unità operativa Dipendenze Comportamentali dell’Asl di Caserta, e autore del libro “Il gioco senza sorriso” per Edizioni Melagrana.
Nel 2013, il DSM-5 (il grande manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) ha spostato il gioco d’azzardo patologico dal versante delle patologie psichiatriche a quello delle dipendenze, cambiando naturalmente visione e approccio.
«Abbiamo a che fare con un comportamento compulsivo, quasi sovrapponibile a quello del consumatore di cocaina. Non c’è quindi dipendenza da una sostanza, ma il modus operandi è molto simile, anche nella gestione del rapporto con la dipendenza stessa».
 
Chi gioca di più e come?
«La popolazione di ludopatici è generalmente molto matura, anche anziana, perché il “consumo” del gioco avviene prevalentemente attraverso slot machine, centri scommesse, i vari gratta e vinci, 10eLotto, bingo… che esercitano una forte attrattiva su una fascia più matura, spesso sola. Non che quella giovane ne sia esente, ma usa maggiormente Internet e i giochi online: presto avremo una vera esplosione. Gli uomini si dedicano di più a centri scommesse e a slot in bar e tabaccherie. Sono luoghi e angoli frequentati prevalentemente da loro, che le donne evitano per concentrarsi invece su gratta e vinci e simili». 
 
Qual è l’ostacolo più grande alla guarigione?
«C’è una grande vergogna che favorisce un tasso di suicidi ben più alto di quello presente nella popolazione normale. Abbiamo avuto per anni un immaginario collettivo del tossicodipendente fortemente negativo, non tanto per il consumo di droga, ma per gli atti di microcriminalità necessari a procurarsi la sostanza, e per una vita precaria e trascurata. Per la ludopatia non è così. Colpisce anche le persone della porta accanto, per le quali abbiamo avuto sempre stima o simpatia, persone che non hanno mai creato problemi. Questa dipendenza le costringe a sperperare economie e le trascina nella povertà. Cercano allora di arrangiarsi con prestiti, spesso usurai. Vogliono sbarcare il lunario, mettere semplicemente il piatto in tavola, continuare a giocare nell’illusione di rifarsi e recuperare quello che hanno perso. Questa spirale rende, allora, più faticosi il riconoscimento della dipendenza e la richiesta d’aiuto ai servizi pubblici per il trattamento».
 
Cosa bisogna fare per uscirne?
«Modificare il comportamento, lo stile di vita, lo schema organizzativo della propria giornata. Non è facile e non è breve, ma è necessario e possibile».
 
Occorre risolvere anche certe dinamiche interne che hanno favorito la ludopatia.
«Tutte le dipendenze hanno dei crateri da riempire. Mi chiedo se tutti i nostri crateri, tutti i nostri atti mancati debbano essere sempre colmati in questo modo, perché altrimenti l’intera popolazione sarebbe dipendente da qualcosa. Si tratta di un incrocio multifattoriale, favorito sicuramente dalla possibilità di incontrare l’oggetto della dipendenza. Ma c’è anche un malfunzionamento delle antennine d’allarme, che non hanno frenato certi comportamenti. C’è una rete familiare e di amici poco attenta, non necessariamente per volontà. C’è soprattutto una società che punta al risultato e nasconde la frustrazione, dimenticando il valore dei “sì” e dei “no”. È una società sempre più incapace di insegnare a gestire l’insuccesso, che sul piano educativo e pedagogico aiuta invece a una crescita sana, a imparare a posporre la ricerca del risultato, a mettere un tempo giusto tra l’idea del voler fare e il riuscire a fare».          
 

 
Il gioco senza sorriso
 
Nel suo libro edito da Edizioni Melagrana, Malinconico accompagna il lettore in un viaggio nel mondo del gioco d’azzardo patologico (GAP). Ci sono storie di familiari e di giocatori che lo hanno frequentato sulla propria pelle. C’è la descrizione di una quotidianità fatta di numeri in crescita, racconti spesso sommersi e vite strette dalla morsa della dipendenza. E c’è la possibilità di uscirne, anche attraverso lo strumento terapeutico utilizzato da Malinconico e dal suo staff.  
 

 

Un giorno alla volta grazie ai Giocatori Anonimi

Alessandra: “Per salvare mio padre sono finita nella spirale”
 
Emanuele Tirelli
 
Ci sono gruppi tutti i giorni, in posti e orari diversi. C’è anche quello telefonico. E il programma è quello degli Alcolisti Anonimi, con i suoi dodici passi nei quali basta sostituire la parola “alcol” con quella “gioco”. Alessandra frequenta il gruppo da tre anni. Dice che è un posto nel quale «ti specchi nella testimonianza degli altri e non sei più brutto, sporco e cattivo. Non sei più da solo, perché la condivisione alleggerisce e aiuta». Per otto anni ha giocato forte. In quattro giorni metteva nelle slot machine tutto lo stipendio, lo scoperto della banca e la carta di credito. «Ma non esiste una definizione in termini economici. Se guadagni cinquecento euro al mese, ne spenderai cinquemila. Se ne hai cinquemila, perderai trentamila».
 
Come ci sei finita dentro?
«Mio padre è stato sempre militaresco, rigido. Quando è andato in pensione, è entrato in una di queste sale slot dalle quali non è ancora uscito. Gli sono corsa dietro per capire cosa stesse facendo, perché trascorresse le sue giornate in quel modo. E ci sono caduta pure io, tant’è che per anni abbiamo giocato entrambi. All’inizio gli ho detto che giocavo, poi che giocavo tanto, come a cercare una reazione. Ma lui mi foraggiava. Pensavo che la mia istruzione, la crescita in una famiglia borghese e di professionisti, in un bel quartiere, mi avrebbero protetta, salvata da questo guaio. Ma l’intelligenza non serve a niente, perché non è una questione di razionalità». 
 
Cosa è successo in quegli otto anni?
«Adesso lo so. Ma durante avevo la sensazione di giocare e di non fare nient’altro. Non c’era consapevolezza di nulla, solo di voler entrare in quella sala. Avere questo rapporto con il gioco vuol dire non stare comodi nella propria realtà e fare qualcosa per dimenticarsene. L’hanno definita una malattia emozionale che va a coprire un vuoto. Eppure, apparentemente, avevo tutto: una casa, un lavoro, un fidanzato, mi piaceva il mio corpo. Mi sono ritrovata senza relazioni sentimentali e con le amicizie incrinate, con quindici chili in più, a non piacermi, a non curarmi, con un’auto vecchia e una casa triste e trascurata, proprio come lo ero io. Sono arrivata a vendere anche gli ori di famiglia. Erano tanti. Il ricavato è durato due giorni. Vivevo solo per il gioco e nient’altro».
 
E poi?
«L’ultimo anno è stato orribile. Avrei voluto morire. Entravo tutti i giorni nelle sale e mi lamentavo del gioco, piangevo. Volevo uscirne, ma non sapevo come. Uno dei giocatori mi disse che ero l’unica a lamentarsi così tanto. «Perché non fai qualcosa? Ho sentito parlare dei Giocatori Anonimi (www.giocatorianonimi.org, ndr)». Così ho telefonato e ho iniziato a frequentare gli incontri. Ma per i primi cinque mesi continuavo comunque a giocare. Poi ho smesso. Mi sono sentita accolta e non giudicata. Ho visto uno spiraglio per uscire da una vita che non volevo, fatta anche di persone che si prostituiscono per giocare, di annullamento e distruzione di quello che hai. Così ho iniziato a seguire i famosi dodici passi, che con il gioco non hanno nulla a che vedere quasi da subito, perché si concentrano su un modo migliore di pensare sé stessi e di vivere». 
 
Adesso non puoi più entrare in un luogo dove si gioca.
«Non posso perché non sono in grado di affrontarlo in modo sociale e sporadico. E con grande sofferenza ho dovuto interrompere i rapporti con mio padre. Ma sono riuscita a conservare il lavoro, credo per una questione di fortuna, ho cura di me e ho estinto uno dei due prestiti che avevo chiesto alla mia banca. È come essersi levati una benda dagli occhi e tra le spinte c’è stata sicuramente quella di entrare ai primi incontri piangendo e uscirne invece più felice. Pensare a un giorno alla volta fa in modo che i giorni possano diventare tanti».  

 


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