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Un Paese di raccomandati

Secondo Istat e Ixè il 72% degli under 35 ha trovato lavoro grazie ad amici e conoscenze: scandali e crisi non scalfiscono le vecchie abitudini all'italiana

Mer 30 Mag 2018 | di Barbara Savodini | Attualità
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Ogni giovane in cerca di lavoro ha mandato in media 14 curriculum nell'arco dell'ultimo anno, ma quasi la metà ha trovato occupazione grazie a una raccomandazione: i tempi cambiano, ma le cattive abitudini restano, a quanto pare, nonostante il nepotismo in salsa italiana sia diventato proverbiale in tutto il mondo. Dall'Italietta di giolittiana memoria, insomma, sembra essere cambiato poco o niente e a mettere nero su bianco quanto era già piuttosto chiaro dall'esperienza comune è ora un doppio studio. Da una parte l'Istat,≠ che, dalle ultime statistiche pubblicate, parla di quattro ragazzi su dieci che hanno trovato lavoro grazie alle segnalazioni di parenti, amici e conoscenti, dall'altra uno studio Coldiretti-Ixè la mette giù ancora più dura: i raccomandati sono il 72% degli under 35. Secondo l'istituto di ricerca, in pratica, tre su quattro dei ragazzi che oggi riescono a guadagnarsi da vivere devono un favore a qualcuno.   

Formula anti-raccomandazione
Dati allarmanti? Sì per chi ci guarda dall'ester(n)o, no per chi vive l'esperienza della raccomandazione tutti i giorni e ad essere scavalcato dal “figlio di” ci ha ormai quasi quasi fatto il callo. Scandali e difficoltà economiche non hanno affatto scalfito un sistema che, purtroppo, sembra ormai far parte dell'italian way of life.  L'unica consolazione, magra a dire il vero, è che i giovani non si rassegnano e insistono imperterriti fino a quando non trovano una delle due: un lavoro oppure un aiutino. «La raccomandazione – commentano Coldiretti e Ixè in una nota congiunta - si è evoluta dalla classica lettera formale a modalità più discrete, ma, ad oggi, è ancora ritenuta essere il canale più utile per “sistemarsi” anche dai giovani. L'unico aspetto positivo è che l'esistenza di questo fenomeno non scoraggia le nuove generazioni, le quali con la crisi si sono riscoperte più flessibili». Se fino a qualche anno fa, per farla breve, la pretesa di dover fare il lavoro dei propri sogni o, quanto meno, di trovare un impiego in linea con studi, esperienze, formazione e curriculum aveva la precedenza, ora la gran maggioranza della popolazione italiana è disposta ad accettare qualunque tipo di occupazione. 

Dammi un aiutino...
Un giovane senza lavoro su due, pari al 56%, ha dichiarato di accettare un posto da spazzino purché con retribuzione certa, mentre poco più della metà (51%) si accontenterebbe volentieri di un lavoro nella food delivery, la consegna di cibo a domicilio. In tempi di magra, insomma, i sogni passano in secondo piano: l'importante è guadagnare il necessario per sopravvivere e, nella migliore delle ipotesi, per farsi una famiglia. Altri impieghi fino a qualche anno fa considerati di serie b che oggi vanno per la maggiore? Il dog sitter (il 50% dei giovani ha dichiarato che accetterebbe di fare quest'attività se ben retribuita), il pony express (ha detto sì il 39%), l'operatore di call center (37%) e il badante (24%). Quest'ultimo, anche se guardando alla classifica è considerato il peggiore dei lavori di ripiego, renderebbe felice quasi un quarto degli intervistati, persone disposte a tutto pur di cominciare a guadagnare qualcosina. Il problema è che, stando alle risposte fornite dai disoccupati, anche per svolgere questi lavori di ripiego sembra necessaria l'intermediazione di un conoscente o un aiutino da parte di qualcuno che conti per davvero. 

I più raccomandati? I maschi del centro Italia
Da nord a sud la raccomandazione è una pratica largamente diffusa, ma, secondo l'Istituto nazionale di statistica, l'apice del fenomeno è al centro Italia, dove a farne maggiormente uso sono gli uomini. La frequenza con cui ci si affida a quella che l'Istat, con un termine politicamente corretto, chiama “rete informale”, decresce poi in maniera inversamente proporzionale al livello d'istruzione: più è importante il titolo di studio, in pratica, più alla spintarella subentrano fattori come lo stage aziendale, le inserzioni di lavoro o le segnalazioni delle università.    

Accontentarsi: la nuova parola d’ordine
E se non si trova nessuna spintarella? Nel 2018 la parola d'ordine per sopravvivere è accontentarsi. Emblematiche le risposte fornite su altri quattro quesiti chiave: il 46% dei giovani ha infatti dichiarato di poter cambiare città, lasciando affetti e famiglia pur di lavorare, il 25% ha ammesso di essere disposto ad accettare anche un compenso di 500 euro per qualunque tipo di impiego, il 48% non ha problemi a cambiare completamente settore rispetto alle proprie esperienze, mentre il 32% pur di guadagnare sarebbe disposto a rispolverare i libri. Anche quest'ultimo, però, è un amaro paradosso, perché, ancor più che nel mondo del lavoro, è tra Università ed esami di Stato che la pratica della raccomandazione miete il maggior numero di vittime.

Raccomandazioni positive: la filosofia della Silicon Valley 
Esistono soltanto in Italia i raccomandati? No, gran parte dei più importanti centri di ricerca e di studio acquisiscono nuove menti proprio grazie a questa tecnica. E segnalare altre persone può persino aiutare a migliorare il proprio profilo. La differenza? In Italia si raccomandano gli amici, negli Usa i più meritevoli. «Per fare carriera la cosa più importante è la lettera di raccomandazione in cui ci si fa garante del candidato – spiega Alberto Salleo, professore dell'Università di Stanford, nel cuore della Silicon Valley (nella foto)  - perché solo chi è più bravo riceve una lettera di raccomandazione». Il punto è che la credibilità di chi raccomanda è legata a doppio filo alla qualità della persona segnalata: presentare una professionalità non valida, insomma, rischia di far perdere ad un professionista il suo bene più prezioso, la reputazione.

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