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Ermal Meta: Mi chaimo Ermal e voglio fare la rockstar

Se lo incontrate, non chiedetegli una foto... lui preferisce parlare

Ven 29 Giu 2018 | di Nadia Afragola | Interviste Esclusive
Foto di 8

Ermal Meta italiano lo è solo di adozione, perché è l’Albania a dargli i natali. Eppure di diritto è stato inserito tra le penne più illuminate che l’Italia possa avere. In Puglia arriva con la madre e i fratelli, a 13 anni: gli occhi buoni di chi ha già visto. La testa piena di cose da dire, le mani abituate a maneggiare strumenti musicali e le orecchie predisposte ad ascoltare musica. Merito della madre, violinista d’altri tempi. Alla ribalta ci finisce nel 2016 dopo aver portato sul palco di Sanremo un tema che in pochi hanno saputo trattare con eguale spessore: la violenza domestica, alla quale Ermal pare non essere del tutto estraneo. Nel 2018 torna su quel palco, insieme a Fabrizio Moro, salendo sul gradino più alto del podio con la canzone “Non mi avete fatto niente”, capace di farsi nazional-popolare pur trattando temi a noi italiani sconosciuti: gli attentati terroristici. È uscito indenne da un’accusa di plagio, non le manda a dire mai, neppure ai tanti haters che popolano la rete. 

È talmente tanto in giro che, perdendosi per strada le bollette, le hanno staccato il gas a casa. Come si sopravvive al successo?
«Poi l’ho messa a posto la bolletta e ho domiciliato l’utenza sul conto! Si sopravvive continuando ad avere a che fare con la gente che stimola la tua mente. Lavoro sempre e solo con persone a cui voglio bene, che non vedono in me il cantante di successo, ma il ragazzo da cazziare senza grossi problemi se sbaglia. E sopravvivi non avendo paura di dire le cose come stanno».

Sui social la provocano, per strada le stesse persone le chiedono un autografo. Perché?
«Perché funzioniamo male. Dentro i social tutti si sentono in dovere di dire la loro opinione, scadendo spesso nel cattivo gusto. A volte ti provocano solo per avere una risposta da te e quanto poi rispondi fanno lo screenshot di quello che hai scritto per farla vedere ai loro amici, anche se magari li hai solo mandati a stendere. I social hanno massacrato la comunicazione, la gente ti si avvicina, ma lo fa in retromarcia: difficilmente ti salutano o ti stringono la mano, ti chiedono sempre e solo di fare una foto e questo mi fa incazzare. La parola “foto” ha sostituito il “ciao” e mi dà fastidio perché io avrei voglia di parlare».
 
Il primo giugno ha suonato a Tirana. Perché parla sempre poco della sua prima vita, quella in Albania, eppure probabilmente gran parte del suo spessore nasce in quel periodo?
«Le deve rispondere il ragazzo Ermal o il cantautore Ermal Meta?».
 
Entrambi. 
«Ermal le direbbe che non sono affari suoi. Ermal Meta le risponderebbe che nessuno deve guardare il suo codice sorgente. Voglio continuare a vederlo solo io e a farne poi una traduzione in musica o in altre cose. Stare lì a raccontarsi a ‘mo di piagnisteo non fa per me. Sono un musicista non un 'salottaro'».  
 
Eurovision Song Contest, com’è andata, al di là del risultato? 
«Un’esperienza bellissima. Parliamo di 43 delegazioni di Paesi diversi che si incontrano sullo stesso palco. Sembra una sorta di trofeo europeo della canzone». 
 
La Champions League della musica? 
«Se parliamo di calcio in campo scendono i migliori, in quel caso. Non so se qui sono stati i migliori rappresentanti delle rispettive nazioni a salire sul palco».
 
Perché l’Eurovision è seguito così poco in Italia? 
«A giudicare dalle bandiere in arena gli italiani erano pochi rispetto alle altre delegazioni, ma dipende anche da come il Paese vive nell’arco dell’anno l’attesa di questo festival. E comunque il Portogallo non è dietro l’angolo. Credo che la poca sensibilità verso l’Eurovision dipenda dal fatto che la musica in Italia ha una qualità più alta della media vista a Lisbona, ecco perché gli italiani gli preferiscono Sanremo. C’è più qualità».
 
Sul gradino più alto del podio l'israeliana Netta, con "Toy". Ha vinto l’esibizione? 
«Per favore non parliamo di contenuti citando Toy, ma di una esibizione energica, che colpisce l’ascoltatore. Quel tipo di presenza non può lasciare indifferenti. È tutto molto improntato su una immagine che si vuole dare ai limiti del trash, questo almeno è il mio punto di vista, parlo da italiano, poi magari le esibizioni di quel tipo in Israele sono normali. Netta ha vinto perché lo stato di Israele si è trasferito in Europa».
 
Tra i suoi brani alcuni sono entrati di diritto tra i “classici” della musica d’autore italiana. Che effetto le fa? 
«Addirittura! È una cosa molto bella, a dire la verità probabilmente non sapevo neppure di sognare tutto questo da tempo, ma è così. Ho lavorato tutta la vita non per avere delle canzoni che siano considerate dei classici, destino che mi auguro abbiano. Ho scritto tante canzoni per me e per i miei colleghi, ma quando scrivi lo fai alla cieca, senza pensare a come andrà, ma augurandoti che qualcosa arrivi. Poi accadono delle cose e capisci che hai fatto bene, che fare musica è il tuo mestiere, perché è l’unico modo che conosci per far emozionare la gente».
 
Il 2019 sarà un anno sabbatico, ha dichiarato, eppure la gente non è stanca di lei. Anzi.  
«Speriamo sia come dici tu. Ho fatto tre dischi in due anni e mezzo, sono provato e per fare un quarto disco devo impegnarmi, lavorare e scrivere tanto, ma devo anche staccare la spina e ricaricare la batteria che ho in testa e in mezzo al petto».
 
In programma un disco dai sapori orientali, da scrivere in Islanda e un libro ispirato al suo prossimo viaggio in India. Bene, da dove iniziamo? 
«Lo sapessi! Voglio fare delle cose, ma non conosco ancora le coordinate. Inizierò prenotando i biglietti».
 
Lei è uno da buon esempio. Ha iniziato da piccolo con i suoi fratelli. Adesso è un uomo, adulto. Come fa a non deludere mai le aspettative? 
«Intanto non è vero che non deludo mai le aspettative, è umano che ciò accada. Dipende poi da quante persone hai davanti, da cosa si aspettano da te. Non potrai mai accontentare tutti, ma la cosa fondamentale è non deludere mai se stessi. Sono contento e orgoglioso da sempre di ciò che faccio».
 
Sua madre era una grande violinista, in Italia però non è riuscita a seguire il suo percorso. Lo sa che probabilmente la sua musica ha riempito quel vuoto? 
«Credo che sia molto orgogliosa di me. I suoi primi anni in Italia furono difficili, non poteva pensare di fare la violinista, la musicista. Era impensabile, doveva crescere dei bambini, fare un lavoro che potesse permetterle una sopravvivenza. Ecco perchè non ha pensato più alla musica, l’ha sacrificata e mi piace pensare di aver reso giustizia a quel suo enorme sacrificio».
 
“Mi chiamo Ermal Meta e voglio fare la rockstar”: sono le parole che usò al Liceo quando la sua professoressa le chiese cosa volesse fare da grande. Cosa le disse? 
«Si mise a ridere, la ricordo con grande nostalgia. Probabilmente non mi ha creduto sul momento e anche io avrei avuto problemi ad assecondare un ragazzino di 14 anni che con estrema sicurezza e massimo trasporto mi diceva che da grande voleva fare la rockstar. Spero sia fiera di me!».
 
In tre mesi ha imparato l’italiano. L’ha definita una lingua piena di trappole. Perché?
«È difficilissima come lingua, molto musicale e in quanto tale ogni piccola variazione di tono è letale. Grammaticamente è molto ricca, ecco perché devi respirarla a fondo prima di parlarla bene. Solo in apparenza sembra facile». 
 
Cos’è l’amore per Ermal Meta? 
«Incompletezza nell’assenza»... 

 


In tour fino a settembre

Solo negli ultimi 5 anni, ha vinto 8 dischi di platino e 7 ori. Carlo Conti lo ha invitato tra i Big a Sanremo 2017 che si è concluso con il podio, il Premio Critica Mia Martini e il Premio per la miglior cover. Ad aprile 2017 è partito il “Vietato Morire Tour”, che lo ha visto protagonista su circa 80 palchi. A ottobre ha vinto il Premio per il Miglior Tour 2017. Ha vinto la categoria Best New Artist Music Awards di MTV e si è aggiudicato la Video Indie Music Like del MEI e il Wind Summer Festival. Dal 1° al 19 novembre, con 12 tappe in Europa, Stati Uniti e Canada, Ermal Meta è stato l’headliner di HitWeek, il più importante festival di musica italiana nel mondo. È stato premiato Best Italian Act agli MTV EMA di Londra. Il 2018 è partito con la vittoria al 68esimo Festival di Sanremo con la canzone “Non mi avete fatto niente”, presentata con Fabrizio Moro. Il 9 febbraio è stato pubblicato da Mescal (distribuito da Sony Music) il 3° progetto solista dell’artista, “Non abbiamo armi”. A maggio ha rappresentato l’Italia all’Eurovision Song Contest all’Altice Arena di Lisbona, in Portogallo. Anche quest’anno, come nel 2017, ha vestito i panni del giudice ad “Amici”, in onda su Canale5, e sarà in tour, in tutta Italia, fino a settembre.  

 


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