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Bali: le regine dell'acqua

L’isola delle dee che sfidano l’acqua, coltivando ancora con metodo antico il riso che qui vale più dell’oro

Ven 29 Giu 2018 | di Testo e foto di Donatella Penati M. | Mondo
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Bali, patria del fuoco e dell’acqua. Fascinosa enclave hindu, persa nel più grande territorio a maggioranza islamica, riesce a mantenere le sue antiche e vivaci tradizioni, nonostante flussi turistici in continua crescita e l’ombra sinistra e strisciante dell’intolleranza religiosa. Dalla memoria dei nativi (un monumento commemorativo ricorda il dramma) non si è mai cancellata morte e distruzione seminate dalle bombe a Kuta, nei recenti anni duemila.

Ma Bali è ancora l’isola degli Dèi. Ultimo paradiso terrestre, offre le montagne agli esseri celestiali, il mare e le acque agli infernali e le terre di mezzo, agli uomini. Come una bussola ancestrale, da’ la rotta a questo piccolo e vivacissimo mondo, dove  comunità e famiglia restano ancora i  punti cardinali.

Una società che presenta molte differenze economico-sociali, specie tra le zone rurali e quelle urbane, ma dove la divisione tra caste è molto meno rigida e la condizione delle donne è, a differenza di altri paesi limitrofi, di discreto riconoscimento sociale.
Isola, perciò, degli dèi e delle dee. E queste, quelle terrene, sfidano costantemente il regno degli inferi: l’acqua. Che avvolge nel suo grembo, come egoistica madre o come eterno incantesimo di maghi feroci. Che facilmente però si arrende alla fatica ed alla grazia delle sue Regine. Le donne di Bali.

LE DONNE DI BALI
Le donne per innato istinto conoscono come incantare il mitico “Re del Male”. Il mare, le risaie, i colorati mercati, le vedono protagoniste. Attirate da un congenito attivismo che la donna possiede, specie nelle società rurali. E non a caso una delle divinità più adorate nell’isola è Dewi  Sri, protettrice dell’agricoltura e del riso, base dell’alimentazione locale e delle offerte votive. L’amore per gli Dèi, specialmente nella tradizione orientale, non è mai completamente disinteressato.
E così le donne, con i larghi cappelli di paglia, popolano i verdi campi di riso a terrazza. Piegate, quasi in atto di preghiera per rabbonire divinità, a fatica dissodano, irrigano, raccolgono migliaia di piantine più importanti dell’oro. A queste latitudini. 
Infatti, la qualità di questo riso che sfrutta ancora metodi antichi di coltivazione è eccelsa ed è, umile chicco incosciente, regolatore della gerarchia comunitaria balinese. Nei villaggi, infatti, i coltivatori di riso costituiscono associazioni, dette Subak, che democraticamente distribuiscono acqua alle risaie. Queste Subak sono alla base dei potenti Banjar, organi direttivi e decisionali della vita quotidiana, attivi anche nei grandi centri urbani. Insomma, una “repubblica del riso”, che segue le antiche regole della coltivazione del piccolo chicco perlaceo.

PARALLELEPIPEDI DI GHIACCIO 
E l’acqua è ancora protagonista nei chiassosi mercati di ogni piccolo paese dell’isola. Quello più grande, a Denpasar, vede le Regine dell’acqua (e, in questo caso, di quella ghiacciata) sfidare freddo e gelo. Trasportano sulla testa enormi parallelepipedi di ghiaccio, che le fanno sembrare, nelle trasparenze e tra gli schizzi, protagoniste di fiabe. Favole anche tristi, dato che sforzi continui e contatto col gelo le avvizziscono precocemente, trasformandole, come in un triste incantesimo, in vecchie. E forse questa è la vendetta degli dei capricciosi.
Ma loro, instancabili, non si arrendono, e conservano così l’abbondante pescato, la rigogliosa frutta. E spaccano, triturano e sorridono, mentre le fotografo. Come regine: un sorriso per la stampa!

SORTILEGIO DI FATICA
E poi verso il Regno delle Forze del Male (Angker) ed il luogo degli incantesimi. Piccola isola che forte del suo re, il demone Jero Macaling, si affaccia, sfidandola in bellezza, di fronte a Bali. Qui le donne, le “sirene” delle alghe, non temono il signore maligno ed i demoni delle acque profonde. Infatti, con estrema cura compongono e curano incantati giardini di alghe colorate, da cui si estrae un addensante che spedito in luoghi lontani, genera prodotti del desiderio: gelati, formaggi, profumi, creme di bellezza... E forse tutto questo inganna ancora il male.
Ma non inganna la fatica delle donne, che accudiscono  questi giardini marini con grande fatica. Ore ed ore passate nell’acqua salata e sotto un sole bruciante. Cariche, sommerse da mille filamenti di gelatina, avvolte come in un sortilegio in una fatica perenne. Come spesso è il destino delle donne.

L’OMBELICO DEL MONDO
Come le raccoglitrici di sale. Il pregiato sale grigio a struttura piramidale di Amed. Costa orientale di Bali. Sotto l’“ombelico del mondo”, il vulcano Agung. La montagna Madre. Un sale artigianale sempre più richiesto  dai grandi chef. Ma poco conosciuta è la fatica di chi lo produce. E queste sono ancora le donne che passano gran parte del giorno nella raccolta, con grandi cesti a bilanciere, di sabbia di mare che poi viene travasata e fatta essiccare in recipienti  di legno (Palungan), che a centinaia, come bagnanti a ferragosto, affollano queste spiagge. E come villeggianti, si fanno “asciugare” al sole. Dall’evaporazione dell’acqua, raschiando il fondo dei Palungan, si ottiene il prezioso “oro bianco”. 
Minatrici del mare, le raccoglitrici del sale.
E sorridono tutte queste Dee dell’acqua. Sommerse dalle fatiche, offrono il frutto del loro raccolto alla comunità ed al “cielo”. 
Sul piatto tratto di mare che mi riporta da Nusa Penida a Bali, una donna getta una piccola ghirlanda di fiori come offerta agli Dei malvagi. Fa un piccolo inchino e sorride. E forse le regine dell’acqua domano così gli spiriti degli inferi. Con un tocco di grazia divina.
 

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