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BULLISMO

Il 50% degli adolescenti italiani ha subėto atti di bullismo. Ma il bullo č solo un carnefice o anche una vittima?

Ven 29 Giu 2018 | di Angela Iantosca | Bambini
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Bullo: “giovane arrogante, violento, teppista, bravaccio”. Questa la definizione da vocabolario. 
E questi i dati. Secondo l'Istat, nel 2014 in Italia, poco più del 50% degli 11-17enni ha subìto qualche episodio offensivo, non rispettoso e/o violento da parte di bulli, maschi o femmine, nei 12 mesi precedenti. Il 19,8% è vittima assidua di una delle “tipiche” azioni di bullismo. Per il 9,1% gli atti di prepotenza si ripetono con cadenza settimanale. Le vittime assidue di soprusi raggiungono il 23% degli 11-17enni nel Nord del paese. Considerando anche le azioni avvenute sporadicamente (qualche volta nell’anno), sono oltre il 57% i giovanissimi oggetto di prepotenze residenti al Nord. Tra i ragazzi utilizzatori di cellulare e/o Internet, il 5,9% denuncia di avere subìto ripetutamente azioni vessatorie tramite sms, e-mail, chat o sui social network. Le ragazze sono più di frequente vittime di Cyber bullismo (7,1% contro il 4,6% dei ragazzi). 

NON SOLO BULLO
Ma il bullo non è solo questo, non è solo un arrogante, non è solo un cattivo da ghettizzare, un teppista, un bravaccio, come ci suggerisce il vocabolario. È una persona che, prima di agire il male, spesso lo subisce. Una vittima, dunque, come lo sono coloro che si girano dall'altra parte, che non parlano, che supportano il “carnefice”, rimanendo in silenzio e accettando che qualcuno sia prevaricato. “Cattivi” rispetto ai quali spesso non si indagano le ragioni, non si scava, non si cerca la matrice. Chi sono quindi le vittime? E chi sono i carnefici? Dove finisce la responsabilità del bullo e comincia la responsabilità di noi adulti? Forse da questo dovremmo partire per comprendere un fenomeno che sembra in crescita, come ci dicono i dati. E che è attivo sempre, non solo durante l’anno scolastico, motivo per cui abbiamo deciso di occuparcene dopo la chiusura dei cancelli, dopo le pagelle, quando si va in vacanza. Perché il bullismo non è un tema che scade e non esiste solo quando accade qualcosa di eclatante, quando ne parlano i tg. Esiste e dobbiamo farci i conti sempre. 
Abbiamo deciso di occuparci di questo tema anche dopo aver visto “Tredici”, la serie tv la cui seconda stagione è stata caricata sulla piattaforma Netfix a maggio, mentre a giugno è stata annunciata la pubblicazione della terza serie nel 2019. Ventisei puntate che fanno discutere, ma che ci inchiodano alle nostre responsabilità, ai vuoti, alle ferite, ai silenzi, all'irrisolto e ad una mancanza di dialogo che spesso è all'origine del disagio. Una serie, dunque, da far vedere a scuola e da commentare a casa, utile ai ragazzi, ma anche agli adulti che spesso ignorano o hanno dimenticato le difficoltà dell’adolescenza. 

DAI SOPRANNOMI ALLE BOTTE
Ma quali sono le offese che vengono inferte? Le prepotenze più comuni, spiega l'Istat, consistono in offese con brutti soprannomi, parolacce o insulti (12,1%), derisione per l’aspetto fisico e/o il modo di parlare (6,3%), diffamazione (5,1%), esclusione per le proprie opinioni (4,7%), aggressioni con spintoni, botte, calci e pugni (3,8%). Il 16,9% degli 11-17enni è rimasto vittima di atti di bullismo diretto, caratterizzato da una relazione vis a vis tra la vittima e bullo e il 10,8% di azioni indirette, prive di contatti fisici.

EDUCARE ALL'AFFETTIVITÀ
In un’età particolare come quella dell’adolescenza, il comportamento dei ragazzi nei confronti dei propri coetanei è da tenere sotto controllo. Per lanciare l’allarme, basterebbe dire che il 22% degli adolescenti dai 14 ai 19 anni ammette di aver preso in giro intenzionalmente un compagno o un amico solo perché in sovrappeso. Ce lo dice un’indagine del 2017 di Skuola.net e Osservatorio Nazionale Adolescenza per conto di “Una Vita da Social”, l'iniziativa della Polizia di Stato per il corretto uso di internet, su circa 8mila adolescenti di 18 regioni italiane. 
«Da anni monitoriamo questo tipo di fenomeni e, negli ultimi anni, abbiamo osservato la loro crescita esponenziale – commenta Daniele Grassucci, co-founder e responsabile dell’area editoriale di Skuola.net –. Noi crediamo che, per invertire la tendenza, bisognerebbe far entrare l’educazione all’affettività nelle scuole. Una richiesta che gli stessi studenti ci hanno fatto in più di un’occasione. Una proposta che, perciò, è finita tra le priorità del nostro Manifesto per la scuola del futuro. Il fatto che tale impegno, nel corso dell’ultima campagna elettorale, sia stato preso dai principali leader politici ci lascia sperare che presto diventi realtà».


1 CASO SU 3 DI BULLISMO IN RETE È DI NATURA SESSUALE
Secondo una ricerca dell’Osservatorio Nazionale Adolescenza realizzata insieme a Skuola.net, già dagli 11 anni i ragazzi sono tentati dalla moda di scattarsi selfie intimi, senza vestiti o a sfondo sessuale e di inviare le immagini o i video al proprio fidanzatino, agli amici, nelle chat di gruppo. Si chiama sexting e parliamo di una pratica messa in atto abitualmente dal 6% dei preadolescenti dagli 11 ai 13 anni, di cui il 70% è costituito da ragazze. 
Tra i 14 e i 19 anni, la proporzione è di circa 1 adolescente su 10. Le ragazze sono la categoria più a rischio dal punto di vista della diffusione di materiale intimo e privato e spesso sono anche vittime della cosiddetta ‘vendetta pornografica’. Questo fenomeno si verifica quando l’ex partner si vendica per essere stato lasciato o tradito, pubblicando sui social o nelle chat materiale di natura sessuale, al solo scopo di procurare danno all’altra persona e di esporla alla pubblica gogna. 
Può succedere anche nelle amicizie, dove ci si vendica di un torto subìto inviando contenuti intimi. Per valutare la pericolosità di queste azioni, basta dire che in più di un caso ha portato le vittime al suicidio.


MALTRATTATO PERCHÉ DOWN, ORA MESSAGGERO DI PACE
Il responsabile FUNVIC Foundation Europa Prof. Antonio Imeneo (UNESCO Club BFUCA-WFUCA Latin America) ha insignito il rapper emiliano, autore del brano anti-bullismo "Siamo diversi tra noi", del riconoscimento "Messaggero di Pace 2018". Marco Baruffaldi è un giovane rapper che, come tutti i suoi coetanei, posta i suoi video sul web. Uno di questi è diventato virale. Marco è stato maltrattato tra i banchi di scuola da alcuni suoi compagni di classe e dall'insegnante di sostegno. Se la sono presa con lui, perché affetto dalla sindrome di down. E nella sue canzoni, ci racconta la sua vita senza risparmiare nulla, neanche il dolore per quei maltrattamenti: «Mi prendeva a sberle, mi pestava i piedi, mi insultava». Una storia terribile che solo la straordinaria caparbietà di Marco è riuscita a trasformare in una testimonianza per le vittime del bullismo. 

QUANDO È IL PROFESSORE AD ESSERE AGGREDITO 
Su un campione di 7000 studenti di medie e superiori, circa il 7% ha ammesso che nella propria classe ci sono stati casi di aggressione da parte di alunni nei confronti del docente. Si tratta soprattutto di violenza verbale. Skuola.net spiega che 1 su 4 delle persone intervistate dice che la reazione della classe è stata quella di fare video o foto del fatto, da far girare sui social, violando la privacy del professore e ampliando a dismisura la risonanza del fatto. 
Solo il 7% dei ragazzi dice di aver assistito a uno scatto d’ira di un proprio compagno che aveva come bersaglio proprio il docente di turno. Stiamo parlando di poco più di 1 studente su 20. E, nella maggior parte dei casi, si tratta di aggressioni verbali: il 55% degli intervistati riporta che il coetaneo si è ‘limitato’ a insulti e improperi. Più di un terzo delle volte (36%) lo studente è passato alle vie di fatto, alzando le mani verso l’insegnante. Che, in termini assoluti, si traducono in pochissimi episodi. Per il 27% degli intervistati i ragazzi che hanno assistito allo scontro si sono limitati a riprendere con lo smartphone, per scattare foto o girare video di quanto stava avvenendo, da caricare online sui social network o passarsi via chat, per ridicolizzare il docente o esaltare l’impresa. 
A cui va aggiunto un 20% che sottolinea come nessuno abbia difeso l’insegnante. 
Secondo il 16%, c’è stato chi ha preso addirittura le parti del compagno. Appena 1 su 5 conferma che c’è stato almeno il tentativo di placare gli animi.

CYBERBULLISMO 1 ADOLESCENTE SU 10 NE È VITTIMA
I fenomeni del bullismo e cyberbullismo sono in crescita tra i giovani e i giovanissimi, e si confermano sempre più strettamente legati tra loro. Sempre più connessi, purtroppo, anche a conseguenze psicologiche sulle vittime. Crisi di pianto, autolesionismo, disturbi alimentari e addirittura il pensare di farla finita possono essere le conseguenze del subire in maniera sistematica prevaricazioni. Queste ripercussioni possono arrivare ad essere anche letali. 
Analizzando la fascia del campione tra i 14 e i 18 anni, salgono al 28% le vittime di bullismo (nel 2016 erano il 20%, quindi un aumento del 40%), mentre circa l’8,5% è preso di mira sul web e sui social (6,5% lo scorso anno, quindi un aumento del 30%). Circa l’80% di questi ultimi è oggetto di insulti e violenze sia nella vita online che in quella reale. È proprio il cyberbullismo a presentare risvolti particolarmente oscuri, rispetto al corrispettivo offline. Tra le vittime sistematiche delle prevaricazioni digitali, a volte anche quotidiane, il 59% ha pensato almeno una volta al suicidio nel momento di sofferenza maggiore.
La continua violenza e i comportamenti offensivi in rete possono generare un tale dolore tra i giovani coinvolti che più della metà di loro, il 52%, confessa di provocarsi del male fisico intenzionalmente. 
Se è l’82% a dire di sentirsi frequentemente triste e depresso, circa il 71% esplode in frequenti crisi di pianto.
Quasi la metà delle vittime di cyberbullismo, il 49%, ammette di aver ridotto drasticamente il cibo. Quasi il 60% si tuffa in abbuffate talmente eccessive da indurre malessere che servono per colmare un vuoto emotivo.


 

Progetto scuole sicure 

Ciro Nutello, il responsabile del progetto, spiega il lavoro di questi sei anni nelle scuole di Roma e provincia

Angela Iantosca

A settembre 2012 la Questura di Roma ha dato avvio al “Progetto Scuole Sicure”, coordinato dall'assistente capo Ciro Nutello. Un progetto che, giunto al sesto anno, conta 883 incontri, 67mila studenti partecipanti, 6250 docenti formati e 4300 genitori coinvolti.
«Ora, chiuse le scuole – spiega Nutello – ci stiamo occupando degli anziani, facendo formazione nelle Biblioteche di Roma contro le truffe. Tutto questo grazie ad un protocollo stipulato con l'Assessorato Roma digitale».
 
Come funziona il progetto nelle scuole?
«A scuola intervengono i colleghi che sono stati preparati nei rispettivi Commissariati con cicli iniziali, intermedi e finali di formazione, organizzati Dall'Ufficio Prevenzione Generale e Soccorso Pubblico della Questura, diretto egregiamente da Massimo Improta. Dopo la formazione, ognuno organizza la propria rete territoriale. Noi non vogliamo che le cose cadano dall'altro, ma è importante che sia il collega a cercare sul territorio tutte le interfacce necessarie per lavorare nelle scuole».

Nella squadra avete anche degli psicologi?
«Il collega fa riferimento agli assistenti sociali nei municipi o ad una associazione nazionale che opera in zona o agli sportelli che a volte ci sono nelle scuole».

In questi anni quali segnalazioni avete ricevuto dalle scuole?
«Fermo restando che stiamo ultimando la raccolta dei dati relativi all'ultimo anno scolastico, rispetto agli altri anni si evidenzia un aumento delle segnalazioni di violenze sessuali. Questo non perché siano aumentate le violenze, ma perché i ragazzi hanno imparato a fidarsi e ora sanno con chi parlare».

Stesso discorso per la droga.
«Siamo su una cinquantina di ragazzi tra denunciati e segnalazioni amministrative. Questo è un dato che difficilmente aumenta. Mentre in aumento sono le denunce per maltrattamenti in famiglia. Sempre perché i ragazzi si fidano di noi».

Casi di bullismo?
«I dati sono parziali. Ma la cosa rilevante è che nel 50% dei casi abbiamo risolto le vicende con la prevenzione, cioè non intervenendo».

Ci fa un esempio?
«Il Commissariato di Frascati viene a sapere che una ragazza ha subìto atti di bullismo. I colleghi organizzano subito una serie di interventi coinvolgendo genitori, docenti e ragazzi. La cosa riscuote tanto successo che la ragazza ad un certo punto prende la parola e racconta che ne è uscita perché è stato messo tutto in rete, quindi perché non si è sentita sola, ma informata e sostenuta».

I genitori quali responsabilità hanno?
«Tutti i casi che sentiamo sono legati all'uso di social ed è evidente che i genitori non conoscono bene il mezzo, non essendo nativi digitali. Non sanno neanche che i figli non potrebbero avere una scheda fino ai 16 e che il cellulare che danno ai figli è intestato a loro, senza alcun blocco! Qual è il problema? Che agli incontri che organizziamo, quando va bene, si presenta il 5% dei genitori. Quindi gli adulti non percepiscono come loro la questione. Per questo con i Municipi stiamo cercando di inventare qualcosa che possa catturare l'attenzione anche degli adulti».

E per quanto riguarda gli insegnanti?
«Ci siamo accorti che quando facciamo una formazione seria con i docenti spesso sono loro a risolvere i problemi, prima di un nostro intervento. Ed è questo ciò a cui aspiriamo: che i docenti siano preparati ad affrontare queste situazioni».                                                         

 

Psicologia del bullismo

Il bullismo è un’anomalia del gruppo. Ma riparare è meglio che punire

Emanuele Tirelli

Fino al recente passato, nessuno gli ha mai riconosciuto una certa gravità. Quasi a dire che l’attenzione mediatica nei suoi confronti è ingiustificata perché oggettivamente eccessiva. 
«La società di oggi è complessa, con regole più sfumate e meno definite. Senza considerare il problema del cyberbullismo, che si è sviluppato negli ultimi anni con la diffusione di Internet e delle nuove tecnologie». Ersilia Menesini è docente ordinario di Psicologia dello sviluppo e direttore del Dipartimento di Scienze della Formazione e Psicologia dell’Università di Firenze, dove ha fondato lo spin-off accademico EbiCo: un gruppo di psicologi e ricercatori che studia i fenomeni evolutivi e lavora nelle scuole. «Prima si tendeva a sottovalutare la portata di questi problemi, pensando che fossero ragazzate, comportamenti che sarebbero diminuiti col tempo, quasi fenomeni evolutivi dell’essere umano. Oggi, invece, abbiamo capito che bullismo e vittimizzazione possono lasciare profonde impronte negative nella vita di chi è coinvolto». 
 
Quali sono le conseguenze?
«Le prime espressioni di sofferenza rimandano innanzitutto alla difficoltà di andare a scuola. Le vittime sono sempre più isolate, non hanno amici, manifestano reazioni psicosomatiche (mal di pancia, vomito…), fino a livelli di ansia particolarmente elevati, sentimenti di autostima sempre più bassi, depressione, forme di autolesionismo, idee suicidarie e suicidio». 

Perché è difficile parlarne e denunciare?
«Ammettere di essere vittime è la conseguenza di una riflessione molto dolorosa, che spesso fatica ad arrivare e, nel frattempo, comporta l’accettazione passiva delle vessazioni. I ragazzi non ne parlano per vergogna, per il timore di ripercussioni, perché si sentono corresponsabili e soli, perché non si sentono compresi nemmeno dagli adulti. Spesso non hanno un grande sostegno sociale e sono facili prede, tant’è che ansia e insicurezza aumentano la difficoltà di parlarne e lasciano gravi conseguenze. Ecco perché è importante fare prevenzione nelle scuole, per aumentare nei ragazzi la consapevolezza che questi problemi esistono e hanno un nome, che bisogna denunciare, chiedere aiuto, dare sostegno e abbattere un comportamento omertoso. Evitare di sostenere il bullo non basta. Occorre superare l’indifferenza e dare sostegno alle vittime». 

Come si affronta il dopo? 
«Colloqui e percorsi di psicoterapia quando è necessario. Ma il bullismo non è una patologia individuale, bensì un’anomalia del gruppo. È per questo che nelle scuole si stanno diffondendo programmi di prevenzione come il KiVa, nato in Finlandia, e particolarmente adatto alla Primaria: fornisce una “cassetta degli attrezzi” agli insegnanti per aiutare a sviluppare una certa consapevolezza nelle classi. O come il No-Trap, nella Secondaria, che si concentra sulla responsabilizzazione dei ragazzi».

E il bullo?
«Spesso non è ancora un delinquente. Forse lo diventerà. Consideriamo che delinquente è colui che commette un reato e certi comportamenti lo sono spesso, anche se i bulli non lo sanno o non se ne rendono conto. È importante fargli capire che ci sono dei limiti. Si tratta di ragazzi che presentano una serie di problematiche: hanno difficoltà ad andare a scuola (più croniche e meno acute rispetto alle vittime) e ad accettare le regole; hanno probabilità tre volte superiori agli altri di assumere condotte devianti, antisociali, di avere problemi del comportamento, manifestare aggressività, fare uso di sostanze; possono incorrere in problematiche di adattamento e di equilibrio mentale in età adulta».

Oltre a un percorso con la vittima, è necessario prevederne uno con il bullo?
«Ci vorrebbe un approccio non solo sanzionatorio. L’aspetto disciplinare è importante, ma dovremmo applicare un modello riparatorio, con il quale viene sospesa la punizione e si domanda un’assunzione di responsabilità e di pentimento, in un percorso di cambiamento».  


 

TV, maestra buona o cattiva?

“Tredici” è la serie che racconta suicidi, stupri, atti di bullismo, problemi adolescenziali come mai finora. Noi abbiamo incontrato il creatore e i protagonisti

di Alessandra De Tommasi

“Tredici” aveva già sconvolto l’America – e non solo – quando ha debuttato in libreria grazie alla penna di Jay Asher, ma poi ha continuato a far tremare il mondo con la serie tv di Netflix, che porta allo scoperto i mali degli adolescenti. La protagonista, Hannah, vittima di bullismo e abusi, decide di togliersi la vita e spiegarne le ragioni attraverso una serie di audiocassette-confessioni. Le vicende, raccontate in maniera onesta e persino cruda, hanno rivoluzionato il mondo dei teen drama e anche il Festival della TV di Monte-Carlo, che si è concluso a giugno, ne ha celebrato l’impatto sul piccolo schermo e sulla società. A Roma abbiamo incontrato il creatore e i protagonisti per guardare da vicino questo fenomeno, che spalanca una finestra su uno dei lati più oscuri della società.

BRIAN YORKEY: IL CREATORE
Brian Yorkey, 48enne creatore della serie tv “Tredici”, è convinto che i temi trattati nelle varie puntate siano un monito per ragazzi e genitori, un controverso strumento per innescare una discussione su temi delicati e purtroppo sempre più attuali.
Come risponde alle critiche ricevute per l’estremo realismo con cui descrive i mali della gioventù di oggi?
«L’obiettivo del telefilm è quello di trattare questi argomenti con l’accuratezza necessaria, consapevoli che già il libro era stato capace di lasciare il segno. Non bado alle critiche, ma mi concentro sul regalo più bello che un artista possa desiderare, le parole di persone che mi hanno scritto come “Tredici” abbia salvato loro la vita».
La stagione due era necessaria?
«Sì, perché i personaggi sono tutti archetipi e dopo aver scoperto le motivazioni di Hannah per il suicidio non eravamo pronti ad abbandonarli. Anzi, ci sembrava fondamentale chiederci: come si riprendono dopo questo trauma? E soprattutto: hanno imparato qualcosa come singoli e come membri di una comunità? Il mio augurio è che questa tragedia abbia insegnato loro ad esserci gli uni per gli altri».
Hannah si suicida e spiega tredici ragioni per questo suo atto estremo, eppure le nuove puntate puntano i riflettori su Clay, il suo migliore amico. Perché?
«Questo ragazzo ha perso la donna che ama e in questo c’è molto altro da dire. La storia di Hannah non finisce con le cassette che raccontano la sua pena, perché ha molti altri punti di vista oltre al suo».
Non crede che sia un po’ troppo?
«No: so che la prima stagione si chiude con un altro trauma, ma il nostro desiderio è sempre stato quello di mostrare come si supera una tragedia di queste dimensioni».                                                



DYLAN MINNETTE (CLAY) IL PROTAGONISTA 
Enfant prodige, Dyal Minnette (nella foto) a 21 anni vanta un lungo curriculum tra cinema e tv. Ha affrontato i problemi carcerari in “Prison Break” e il naufragio di “Lost” fino agli abusi sessuali di “Law & Order – Unità vittime speciali”. La vera consacrazione, però, arriva con “Tredici”.
Cosa rappresenta per lei “Tredici”?
«Il telefilm racconta molti ragazzi negli anni più delicati della loro vita, quelli dell’adolescenza, e permette ai teenager di tutto il mondo di identificarsi. Mette in scena le vicende di tutti coloro che crescendo si sentono soli, tristi o alienati».
Nella seconda stagione diventa protagonista assoluto. Cosa cambia per Clay?
«Clay cerca di andare avanti con la sua vita, dopo aver perso Hannah, ma il processo contro la scuola portato avanti dai genitori della ragazza riapre vecchie ferite e lo catapulta indietro tra ricordi dolorosi. Si capisce che non ha affatto superato il dolore, come crede, e ora chiede solo giustizia per la sua migliore amica».
Cosa l’ha conquistata di Clay?
«Ha un grande cuore e lo segue a occhi chiusi, a volte senza pensare e lasciandosi trascinare dalle emozioni. Mi ha insegnato che non importa quanto tu sia appassionato, devi sempre pensare prima di agire…».     


KATHERINE LANGFORD (HANNAH): LA PROTAGONISTA
Katherine Langford (nella foto) è considerata una degli astri nascenti di Hollywood, grazie al suo ritratto di adolescenti in cui i giovani si sono identificati pienamente. Dopo “Tredici” ha partecipato al film “Tuo, Simon”, un altro ritratto generazionale.
Cosa le ha lasciato Hannah?
«Come tante persone mi hanno fatto notare, Hannah è una ragazza complicata e io l’ho amata per questo, ma quello che mi ha sorpreso maggiormente è ricevere messaggi da genitori e insegnanti che si sono identificati nella storia che raccontiamo».
Come è riuscita a non farsi travolgere dal male di vivere che attanaglia Hannah?
«Non è stato facile, anzi interpretarla ha rappresentato per me la sfida più complicata della mia vita, credo sia l’esperienza più dura che possa mai sperimentare su un set. È stato decisamente il primo ingaggio migliore di sempre».
Anche lei da adolescente passava le ore davanti alla tv?
«Il mio telefilm preferito era “Freaks and geeks” (con James Franco, oggi disponibile su Netflix - ndr) e mi è dispiaciuto molto quando è stato cancellato, ma quello che mi appassionava maggiormente da ragazza riguardava il cinema e la musica, due forme d’arte che mi hanno formata e modellata».

 


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