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L’auto biodegradabile

Dai terreni abbandonati una rivoluzione economica davvero verde, redditizia per gli agricoltori e buona per l’ambiente

Ven 29 Giu 2018 | di Roberto Lessio | Ambiente
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È una sorta di “vendetta” tecnologica, totalmente pacifica e non violenta. Una storia di materie, materiali, colture e culture ormai pressoché abbandonate, che non hanno resistito alla concorrenza di nuovi prodotti risultati momentaneamente più competitivi, anche se eco-incompatibili, e che oggi invece, dopo un lungo oblio, rappresentano il nostro futuro. 
Prima di descrivere questa storia però, dobbiamo sgombrare il campo da un possibile fraintendimento: il rischio che le produzioni agricole per usi non alimentari e industriali possano sottrarre terreni destinati all’alimentazione umana, aggravando in tal modo il problema del fabbisogno di cibo a livello mondiale. Non è così. Anche in Italia, dove di superfici utilizzabili per l’agricoltura ce ne sono poche, rispetto ad altri Paesi soprattutto europei, si è creata una grande disponibilità di superfici agrarie che possono risolvere le grandi sfide industriali dei prossimi anni: ad esempio, la sostenibilità ambientale del settore automobilistico.  

IL NUOVO PROGRESSO PER UN’AGRICOLTURA REDDITIZIA     
I censimenti dell’agricoltura dimostrano che tra il 1970, quando la Superficie Agricola Utilizzabile (SAU) nel nostro paese era di 17,5 milioni di ettari, e il 2010 (ultimo censimento agricolo effettuato) i terreni coltivati sono diminuiti di oltre il 30%: quasi cinque milioni di ettari, corrispondenti ad una estensione grande quanto le regioni Toscana, Umbria e Lazio messe insieme. La maggior parte di queste superfici, al netto degli ettari asfaltati e cementificati, sono state abbandonate a causa dell’impossibilità per gli agricoltori di ottenere un reddito sufficiente dall’attività agricola. Ora però le cose stanno cambiando. La prossima fine dell’era del petrolio e di tutti i prodotti sintetici che ne sono derivati sta determinando sempre più la riscoperta di prodotti naturali ottenuti da produzioni agricole, con le quali si possono sostituire integralmente componenti e fabbricazioni industriali: produzioni inimmaginabili fino ad ora. 

ZUCCHERO E LINO
Una di queste sostituzioni riguarda le carrozzerie delle automobili, che in futuro potranno essere costruite con lamiere fatte di zucchero e fibre di lino, al posto delle lamiere in ferro, plastica e fibre di carbonio. L’idea è stata messa a punto non a caso in Olanda, Paese leader nella mobilità sostenibile. L'hanno partorita un gruppo di studenti dell’Università di Tecnologia di Eindhoven, realizzando la prima automobile interamente biodegradabile e riciclabile della storia industriale. 
Il telaio della carrozzeria, fatto a nido d’ape, è stato realizzato con una bio-plastica (l’acido polilattico) ricavata dalle barbabietole da zucchero, mentre il rivestimento è composto da due fogli, uno interno e uno esterno, costituiti da fibre di lino: una pianta che può essere coltivata pressoché ovunque. Le parti meccaniche in metallo sono predisposte per il riciclo, il motore è a propulsione elettrica e l’automobile nel suo complesso pesa appena 310 kg. In sostanza, si tratta del primo veicolo che non lascia alcun tipo di rifiuto alla fine del suo utilizzo. 
Il prototipo di automobile biodegradabile ovviamente è ancora in una fase sperimentale prima di essere messa in commercio: ad esempio ci sono da superare tutti i “crash test” previsti dalle norme internazionali sulla sicurezza. 

“COLTIVARE” L'AUTO DEL FUTURO
L’aspetto interessante di questo nuovo progetto comunque riguarda la possibilità di utilizzare produzioni agricole per realizzare componenti automobilistiche che potrebbero determinare, almeno a livello potenziale, un grande vantaggio economico per tutto il comparto agrario a livello mondiale, senza interferire con la produzione di alimenti. 
La coltivazione del lino nel nostro Paese negli ultimi decenni è stata in forte diminuzione (era rimasta in poche centinaia di ettari in tutta Italia) a causa della concorrenza di altri tipi di fibre, soprattutto quelle sintetiche ottenute dal petrolio. Anche la coltivazione della barbabietola da zucchero ha visto un consistente calo di produzione nel nostro Paese a causa delle politiche imposte dall’Unione Europea sulle quote di produzione spettanti ad ogni Paese membro. 
La macchina biodegradabile può ora creare un’alleanza strategica tra industria automobilistica e agricoltura che era impensabile fino a poco tempo fa, a tutto vantaggio del nostro ambiente.
 

                                      

Dagli scarti, materia prima Made in Italy
La materia prima per produrre la carrozzeria dell'auto biodegradabile può essere prodotta addirittura dai rifiuti organici che ogni giorno buttiamo. 
Il bio-polimero, cioè la plastica verde, deriva dall'acido lattico. È quel che si ottiene con la fermentazione lattica capnofilica, in sigla CLF, brevettata dai ricercatori dell'Istituto di chimica biomolecolare del CNR, il Centro nazionale delle ricerche, di Pozzuoli, vicino Napoli. Un processo in cui il batterio tipico dell'area partenopea – la Thermotoga Neapolitana - 'mangia' gli zuccheri contenuti nei materiali organici, li digerisce e produce come sottoprodotto idrogeno e acido lattico. Non solo, – spiega ad Acqua & Sapone il responsabile del progetto, Angelo Fontana – il processo è in grado di assorbire l'anidride carbonica, che aggiunta ai rifiuti fa lavorare meglio i batteri: «I nostri batteri digeriscono i rifiuti organici (scarti alimentari e vegetali) e li trasformano nel monomero acido lattico che può poi essere utilizzato per fare bio-polimeri, cioè la bio plastica». Tutte le plastiche in circolazione derivano da un processo che produce acido lattico, «ma il nostro vantaggio – sottolinea il ricercatore - è che produciamo anche idrogeno e abbattiamo la CO2, usandolo come additivo per la crescita della Thermotoga, in quanto ne fa aumentare la produzione di acido lattico». 

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