acquaesapone Attualità
Interviste Esclusive Viaggi Editoriale Inchieste Io Giornalista TV/Cinema A&S SPORT Zona Stabile Rubriche Libri

Flavia Rizza: da vittima di bullismo a testimonial della Polizia postale

Dopo essere stata vessata alle Elementari e alle Medie, viene scelta dalla Polizia Postale per raccontare la sua storia a lieto fine

Ven 29 Giu 2018 | di Angela Iantosca | Attualità
Foto di 3

«Ero stata insieme alla mia scuola alla proiezione di un documentario sulla storia di Andrea, il ragazzo che, a soli 14 anni, nel 2012, si è tolto la vita perché vittima di cyberbullismo, lo chiamavano “il ragazzo dai pantaloni rosa”. Il documentario era stato realizzato dal regista Luca Pagliari, al quale, alla fine della proiezione, mandai un messaggio dicendo che era stata una mattinata interessante e che anche io ero stata vittima di bullismo, ma che ne ero uscita. Luca allora mi chiese di vederci e alla fine sono stata scelta come testimonial della Polizia Postale, perché la mia era una storia a lieto fine e positiva e che avrebbe potuto dare coraggio ad altri». 
Flavia Rizza oggi ha 19 anni, frequenta l'Università ed è una ragazza solare. Ma il sorriso, per colpa dei bulli, ha rischiato di perderlo quando frequentava le scuole elementari e medie di Ostia.
«Tutto è cominciato alle scuole elementari. Mi prendevano in giro perché ero un po' cicciottella e andavo bene a scuola. A me è sempre piaciuto studiare e sinceramente non mi vedevo così grassottella. Ne ho sempre parlato con i miei, soprattutto all'inizio. Raccontavo che mi malmenavano, che mi prendevano in giro, che non mi lasciavano in pace e loro mi sono sempre stati accanto! In particolare, all'inizio, a tormentarmi era un ragazzino: veniva da una famiglia difficile ed io ero il suo bersaglio preferito».
 
Gli insegnanti?
«Con il senno di poi dico che avrebbero potuto fare di più, avrebbero potuto riprenderlo di fronte a tutti, avrebbero potuto far comprendere che sbagliava. Credo sia necessaria una presa di posizione».
 
Cosa è successo poi?
«Speravo che le cose sarebbero migliorate una volta arrivata alle scuole medie. Invece mi sono ritrovata in classe quello stesso compagno che ha cominciato a fare comunella contro di me con alcuni compagni, che erano stati bocciati più volte. In classe avevamo ragazzini anche di 15 anni, mentre noi, in prima media ne avevamo 11. è stato terribile!». 
 
Tu come ti sentivi?
«Se alle elementari ero riuscita a non farmi toccare troppo da quella situazione, pian piano ho cominciato a non sorridere più come una volta. Ero sempre stata una ragazzina spensierata e stavo cominciando a non esserlo più. Ho sempre amato studiare, ma ad un certo punto facevo fatica, studiavo di notte senza farmi accorgere dai miei». 
 
Cosa ti facevano?
«Subivo di tutto: mi rubavano gli oggetti dal tavolo, mi coloravano l'astuccio, quando uscivamo da scuola, mi spingevano in strada mentre stava per passare una macchina o un pullman. Ero terrorizzata, tanto che avevo cominciato ad andare e tornare da scuola a piedi: preferivo farmi 4 km piuttosto che prendere il bus. Avevo cominciato ad essere chiusa, anche a casa rispondevo male, ero tesa, imbronciata».
 
Tu eri l'unica vittima?
«In classe colpivano me, poi una ragazza moldava, che era un genio della matematica, e una ragazza di colore… Poi, ad un certo punto, la ragazza di colore, forse per evitare di rimanere nella situazione in cui si trovava, ha cominciato a bullizzarmi on line, insieme ad un'altra ragazzina».
 
Quindi oltre ad essere vittima di bullismo, hai cominciato ad essere vittima di cyberbullismo?
«Sì. E l'ho scoperto per caso. Io non avevo Facebook all'epoca. Fu una insegnante ad informarmi dicendo che su un profilo avevano postato una mia foto in cui mi prendevano in giro. Poi altri due ragazzi hanno aperto un mio falso profilo con il quale lasciavano commenti pesanti su persone che conoscevo».
 
Cosa hai fatto a quel punto?
«Ho parlato con la mia famiglia e con il profilo di mio padre abbiamo scritto a questo falso profilo dicendo che se non avessero tolto le mie foto e se non lo avessero chiuso, avremmo fatto una denuncia alla Polizia Postale. Il giorno dopo non c'era più».
 
I compagni?
«Nessuno ha parlato». 
 
Fino a quando è andata avanti questa situazione?
«Fino alla fine delle scuole medie. Poi alle superiori li ho persi tutti e sono piano piano tornata a respirare. Tranne per un episodio che mi è capitato quando ho aperto una mia pagina Facebook: immediatamente qualcuno ha pensato di aprire un profilo usando le mie foto. Anche in quel caso, con la mia famiglia, ho scritto, dicendo che li avremmo denunciati e alla fine lo hanno chiuso. Ma tutto questo mi ha fatto diventare molto chiusa, diffidente. Tanto che non ho parlato a nessuno di quanto mi era successo, fino a quando non sono diventata testimonial della Polizia Postale».
 
Ultimamente si sente parlare di violenza sui professori da parte di alunni e genitori: cosa ne pensi?
«Non capisco cosa stia succedendo e in che direzione stiamo andando».
 
Cosa ti senti di dire alle vittime di bullismo?
«Di parlare, di non vergognarsi, di confidarsi con i genitori e gli insegnanti. Da adolescenti si ha la presunzione di poter fare tutto. Ma non è così. Abbiamo bisogno di una mano, di qualcuno che ci aiuti a risolvere i problemi».
 
E agli adulti?
«Ai genitori vorrei dire di imparare ad ascoltare i segnali. A osservare i propri figli, a non sottovalutare gli atteggiamenti, i cambi di umore ingiustificati».
 
I bulli che ti hanno colpito provenivano da famiglie disagiate?
«Non tutti. Tra coloro che mi hanno colpito c’erano anche figli di avvocati o di Forze dell'Ordine. Non c'entra lo stato sociale della famiglia da cui si proviene. I problemi si annidano ovunque e spesso gli stessi bulli a loro volta sono vittime! Da quando giro l'Italia incontro tante storie: sono molti quelli che mi scrivono o i ragazzi che si avvicinano alla fine del dibattito per raccontare la loro esperienza. In questi casi avverto subito i professori e li sollecito a porre maggiore attenzione ad alcuni alunni...».                                                            

Condividi su: