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Che paura questo colesterolo

Si incute timore per favorire la vendita di integratori?

Ven 29 Giu 2018 | di Dario Vista | Salute
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“Quando supera 200, il colesterolo in eccesso può accumularsi più velocemente e causare problemi cardiovascolari…”; l’incipit dello spot di un famoso yogurt allarma lo spettatore, che però, acquistando il prodotto e adottando uno stile di vita sano, può risolvere il problema e “salvarsi”. Ma davvero questa condizione matematica, da sola, è sufficiente a determinare un così grosso rischio?

Buono o cattivo?
Tutti avranno notato nei referti d’analisi che, oltre alla riga “colesterolo totale”, quello a cui si allude nello spot, esistono altri valori: HDL (colesterolo “buono”) e LDL (colesterolo “cattivo).
Le lipoproteine HDL rimuovono il colesterolo dai tessuti periferici, “ripulendoli”, per poi così riportarlo al fegato; quelle LDL fanno il contrario.
Il tanto temuto colesterolo in realtà ha un ruolo fondamentale nell’organismo: componente essenziale delle membrane cellulari e precursore di ormoni, acidi biliari e vitamina D. Il suo deposito sulle pareti dei vasi sanguigni però è il vero problema e il reale dato che ci permette di stimare un pericolo per la nostra salute, piuttosto che la sua concentrazione totale nel sangue, è il rapporto tra quest’ultima e la concentrazione delle HDL.
Tale rapporto è definito IRC (Indice di Rischio Cardiovascolare) e la sua soglia di sicurezza, oltre la quale vi è una situazione di pericolo, è 5 per l’uomo e 4,5 per la donna.
Se pensiamo che uno sportivo amatoriale o agonistico possiede tendenzialmente una concentrazione di HDL nel sangue molto alta, che talvolta arriva anche ad 80 mg/dl, la probabilità di avere un colesterolo totale superiore a 200 (ma un indice di rischio cardiovascolare basso) è molto alta.

La pubblicità “terrorista”
Incutere timore ponendo questo limite è assai comune, ultimamente molte aziende produttrici di integratori mettono il consumatore in allerta rispetto a questa tematica, suggerendo di assumere in autonomia tali prodotti, essendo di libera vendita senza prescrizione.
La sostanza che garantisce tale azione terapeutica è la monacolina K, una molecola molto simile al principio attivo delle statine (i farmaci utilizzati per abbassare la concentrazione ematica di colesterolo). L’azione si esplica andando a inibire il primo enzima coinvolto nella sintesi del colesterolo endogeno (ossia quel colesterolo che produciamo noi, che è 4 volte di più rispetto a quello che viene dalla dieta).
La monacolina K si ottiene dalla fermentazione del riso a opera di un lievito, il Monascus purpureus, infatti in farmacia e in parafarmacia (ma anche nei supermercati), troviamo l’integratore sotto il nome di “riso rosso fermentato”, una definizione molto rassicurante per il consumatore che leggendo “riso” crede di imbattersi in un alimento, quando invece è di fronte ad una preparazione nutraceutica.
Ma il problema non è questo. Nulla contro gli integratori alimentari. La questione è che la monacolina k, proprio perché chimicamente simile ad esempio alla Rosuvastatina (una delle statine), oltre alle sue proprietà “farmacologiche”, ha anche i suoi indesiderati effetti collaterali, che in questo caso ci stiamo procurando in modalità “fai-da-te”.
La concentrazione di “principio attivo” limite, per quanto concerne la monacolina K, che consente la formulazione di integratore alimentare e pertanto la libera vendita, è 10 mg; ne deriva che un consumatore, “non necessariamente” a rischio cardiovascolare, che vuole essere più “performante”, ingerendo 2 o 3 compresse di integratore, assume un farmaco senza la necessaria prescrizione.

Occhio agli integratori
Sugli integratori, poi, la questione riguarda un possibile rischio per la salute umana se usati in modo sbagliato.
Per quanto esistano studi e dichiarazioni istituzionali che affermano che gli effetti collaterali delle “statine naturali”, per lo più a carico dell’apparato muscolare, sono nettamente inferiori, non dobbiamo tralasciare che si sta parlando di una sostanza che va assunta quotidianamente e che in un certo senso “abitua” l’organismo, dando una sorta di assuefazione da cui è difficile uscirne e comunque la vera questione è che, se non c’è il reale bisogno, stiamo lo stesso assumendo una formulazione che contiene eccipienti che non sono di certo elementi che fanno parte della nostra alimentazione.
Tranne che per condizioni patologiche accertate sulla base dell’indice di rischio cardiovascolare e altri eventuali aspetti, per tenere i valori del colesterolo e delle lipoproteine di trasporto in intervalli ottimali, il corretto stile di vita e alcuni strategici accorgimenti dietetici sono sufficienti a garantire un rischio patologico basso.                     


In collaborazione: L’articolo è a cura della Redazione de “Il Salvagente”, mensile in edicola e anche on line, leader nei test di laboratorio contro le truffe ai consumatori. Info: www.ilsalvagente.it                                             

 


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