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Che ghianda sono?

Da Radio Deejay alle terre selvagge di “Into the Wild”: il viaggio dentro se stesso di Frank Lotta

Ven 29 Giu 2018 | di Angela Iantosca - foto di Mauro Turatti | Attualità
Foto di 8

 La gavetta e poi un sogno che si realizza, il trasferimento a Milano, il lavoro a Radio Deejay, la popolarità, le serate. Eppure c’è qualcosa che non funziona. Insoddisfazione, inquietudine, ricerca di un baricentro: neanche Frank Lotta sa definire il suo stato d'animo. Finché qualcosa lo richiama verso le terre selvagge e quel Chris McCandless che negli anni Novanta, dopo la laurea, ha lasciato tutto per intraprendere un viaggio lungo due anni. Viaggio che in tanti hanno ‘vissuto’ grazie a “Into the Wild”, film che ha spinto molti a porsi domande esistenziali: qual è la mia strada? Qual è il senso di questo viaggio? Cosa è la condivisione? 
Da qui prende vita la necessità di percorrere lo stesso sentiero, di andare in Alaska, al confine della civiltà e forse della vita, per poi tornare con nuove domande e con la consapevolezza che il senso è proprio nel cammino attraverso una via frastagliata. 

Da dove comincia il tuo viaggio? 
«Era il 2010 e arrivavo da una forte spinta legata alla realizzazione di questo sogno, la radio. Finalmente ero riuscito a cominciare a lavorare in un'emittente nazionale, Radio Deejay: un bel traguardo! Soprattutto questo è avvenuto dopo aver mandato in giro curriculum a chiunque, anche a radio Lodi, la radio gestita dalla parrocchia (Ride - ndr). Dopo essere arrivato lì, tuttavia, ho vissuto una profonda crisi, invece di godermi la gioia. Ma io sono uno che non se la gode: quando finisco un viaggio, penso sempre al prossimo. Ed è così che è cominciato il viaggio in Alaska sulle tracce di Chris, non come fan invasato, ma per respirare quell'aria e capire cosa sarò». 
 
Un viaggio che poi è diventato un libro, “Ritorno alle terre selvagge” (Sperling&Kupfer), nel quale racconti questa avventura. Perché la necessità di questo libro?
«Io sono fortunato: faccio un lavoro che coincide con una passione e che mi permette anche di viaggiare molto. Volevo dare questa chiave di lettura a chi vive un quotidiano più standard. L'idea di una possibilità di staccarsi dal presente, dall'ufficio».
 
Quindi per respirare la vita bisogna allontanarsi dalla vita stessa?
«Più che allontanarsi dalla vita, bisogna provare ad allontanarsi da ciò che accade tutti i giorni, dalla comfort zone. Siamo troppo ingabbiati, abbiamo solo questa di vita e forse sarebbe uno spreco riempirla di cose che sembrano dare la felicità. Parlo spesso degli aperitivi e di Ibiza: non si può ridurre tutto a quello. Ma capisco che è difficile dire di no. Soprattutto per chi come me fa per lavoro il dj: dire di sì ti fa essere più popolare. Per questo sono stato contento di parlare di queste cose in un libro, anche se non sono tante le persone che leggono… è importante dire di no! Anzi voglio dire che non me ne frega niente degli aperitivi e delle feste. Su Instagram posto spesso le foto delle mie biciclettate».
 
Cosa ci serve per vivere?
«Come per vivere abbiamo bisogno di nutrire il corpo, così dobbiamo svuotare la mente. Perché la verità è che è il cervello che ci frega. Quello che voglio fare io è allontanarmi da tutto ciò che è fake, falso…». 
 
Secondo Chris il senso del viaggio era nella condivisione. Anche tu la pensi così? 
«Il senso è nella condivisione, ma la frase non è legata alla condivisione del viaggio. Vuol dire: ho fatto la mia esperienza e non vedo l'ora di parlarne. Chris era pieno di gioia e quella frase non significa che, tornando indietro, avrebbe rifatto il viaggio in compagnia, invece che da solo. Ma che voleva raccontare a tutti quella sua esperienza. E lo dimostra anche l'ultima foto scattata che è piena di gioia: lui nella solitudine ha capito cosa voleva portare nel mondo. E forse la sua ‘missione’ era proprio quella: diventare strumento di riflessione per tutti con la sua storia».  
 
È cambiato il tuo modo di fare radio dopo questo viaggio?
«Una cosa è concatenata all'altra. Ora lavoro da solo e c'è una nuova dimensione che spero si senta».
 
Cosa è la paura?  
«La paura coincide con l'insoddisfazione. Non è il timore di farsi male o di non riuscire ad attraversare il fiume. Potrebbe essere una considerazione più generica: si vive e ci si rifugia in picchi di felicità che possono essere la discoteca, i week end. E va bene. Ma perché non proviamo a non essere insoddisfatti creandoci delle alternative anche nel quotidiano? Ognuno deve ricercare come combattere… e lo dice uno che è figlio di un operaio dell'Ilva e che a 18 anni è riuscito ad iscriversi all'Isef, a Urbino sentendosi un miracolato…».
 
“Quando ci si mette in viaggio non arrivano mai risposte, solo altre domande”, scrivi nel libro. Quali altre domande sono arrivate? 
«Avevo mille dubbi quando sono partito. Lavoravo solo nel weekend e mi domandavo cosa volevo fare, se mi andava bene. Erano domande pratiche le mie. Viaggiando, mi sono accorto che quelle domande non ricevono risposte. Ma io ho acquisito più convinzioni sulla strada che sto percorrendo, che è una stradina che mi porta verso la meta. Prima non lo sapevo…”.
 
C'era un limite che avevi posto nel tuo viaggio o avevi messo nel conto anche la morte?
«Assolutamente no. Prima di qualsiasi esperienza, dalle Dolomiti all'Alaska non ho un riferimento di paure. Non mi preoccupo e questo mi porta ad essere avventato, lo ammetto. Lascio sempre una parte di insicurezza, di incoscienza del percorso. Prima di partire per l'Alaska ero agitato, perché stavo facendo una esperienza alta, ma mai avrei pensato di ritrovarmi in una situazione rischiosa. Certo con il senno di poi... Ma organizzare tutto al dettaglio, toglierebbe la bellezza dell'imprevisto, sembrerebbe troppo una vacanza, toglierebbe lo stupore».
 
Nel libro parli della teoria della ghianda, secondo la quale ognuno di noi è venuto al mondo con una sua unicità, con qualcosa di innato e per quanto tu tenti di allontanarti, di deviare da quel percorso, se sei ghianda, un giorno sarai per forza quercia. Che ghianda sei o che quercia sarai?
«Non lo so. Magari lo sapessi. Ma la mia strada è questa, è il viaggio!».
 
L'Alaska e il Cammino di Santiago non sono stati gli unici viaggi da te compiuti. Ce n'è uno che ti ha colpito in modo particolare?
«Il deserto, in Giordania. Stare con i beduini, capirsi in lingue diverse, essere io lo straniero. Comprendere stando lì, perché spesso si vedono gli stranieri con le ciabatte ai piedi, capire le scale di riferimento diverse tra noi e loro. Per questo è importante viaggiare».
 
Il prossimo viaggio?
«Non faccio programmi. Aspetto coincidenze». 



RITORNO ALLE TERRE SELVAGGE
Francesco Frank Lotta, dopo una lunga gavetta nelle radio pugliesi, nel 2010 viene scelto da Linus come conduttore per Radio Deejay. Il cammino di Santiago, fatto nel 2013, lo ha spinto a creare Deejay On the road, la sua trasmissione (giunta alla terza edizione), nella quale racconta la parte più intima ed emozionante dei lunghi viaggi in solitaria. Da allora è stato sullo Stampede Trail in Alaska e nel deserto del Wadi Rum in Giordania, ha percorso l’Islanda in moto e l’Australia in bicicletta. Tra uno spostamento e l’altro prova ad andare in onda, ovviamente su Radio Deejay. Ha pubblicato a marzo 2018 per Sperling&Kupfer “Ritorno alle terre selvagge”.

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