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Siamo un popolo di intolleranti?

L’intolleranza, capro espiatorio dei malesseri: ma ce l’abbiamo davvero?

Lun 23 Lug 2018 | di Dario Vista | Salute
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Le intolleranze alimentari sono diventate ultimamente il fantomatico capro espiatorio del nostro malessere; se abbiamo un’intolleranza, sappiamo per cosa farci curare, sperando così di risolvere il nostro problema. E così alla ricerca disperata dell’alimento o della sostanza che causa il nostro disturbo, ci mettiamo a caccia di un’evidenza clinica che attesti chi sia il vero responsabile della nostra presunta patologia.
Di fronte a questa situazione, orde di professionisti e non professionisti della medicina e della nutrizione hanno messo in piedi un catalogo di test e analisi per determinare a cosa siamo intolleranti o allergici.
Il Salvagente ha analizzato i test che propone il mercato per valutare la relativa veridicità dei risultati. Ma prima di raccontarvi i risultati è necessario fare chiarezza sulla differenza tra allergie e intolleranze.

Allergie e intolleranze, non è lo stesso
Un’allergia è una reazione negativa mediata dal nostro sistema immunitario a seguito del contatto con una particolare sostanza libera o, nel caso delle allergie alimentari, contenuta in un alimento che in immunologia è definita “antigene”. L’intolleranza invece è una reazione negativa dell’organismo che però non coinvolge il sistema immunitario. 
Già da questa generica definizione è possibile immaginare come le cause e i meccanismi di azione di un’intolleranza, possano essere talmente vari da rendere difficile diagnosticare i motivi per i quali si presenti. Eppure numerose farmacie e studi professionali propongono sui loro espositori e siti web i test per le intolleranze alimentari.
Il più diffuso è quello mediante prelievo di sangue capillare sul polpastrello e il successivo dosaggio degli anticorpi mediante metodi enzimatici.
È evidente che non si tratta della ricerca di un’intolleranza bensì di un’allergia, poiché quello che cerchiamo è un anticorpo, nello specifico le immunoglobuline IgG, componenti del sistema immunitario. In effetti, la produzione di IgG è un fenomeno del tutto “fisiologico” e dipende da una normale produzione di anticorpi in conseguenza dall’assorbimento delle proteine alimentari.

I test “non convenzionali”
Sono molto diffusi e talvolta completamente privi di basi scientifiche. In ordine di diffusione decrescente partiamo dal Test EAV (Elettroagopuntura secondo Voll o Vega Test o altri) che si presenta come una metodica di “medicina bioenergetica” e già questa definizione è sufficiente per far rabbrividire l’intera comunità scientifica mondiale. Premesso che il suo costo si aggira intorno ai 150-180 euro, il test viene svolto mettendo nella mano del paziente un manipolo di ottone o una fiala contenente la sostanza sospetta o addirittura fiale di riferimento che a seguito del passaggio di corrente elettrica sarebbero in grado di restituire informazioni su un’eventuale “disfunzione d’organo”. L’attendibilità è facilmente immaginabile.
Un altro saggio viene definito Dria Test. Il paziente seduto ha una cinghia collegata alla caviglia e, dopo la somministrazione dell’alimento sospetto per via sublinguale, viene misurata l’eventuale perdita di forza sulla trazione della cinghia. La causa di ciò sarebbe l’intolleranza alla sostanza somministrata. Il Dria Test costa minimo 150 euro e si può fare a meno di scrivere considerazioni sull’attendibilità.
L’analisi del capello, tra i test per le intolleranze alimentari più diffusi, ultimamente sta avendo un discreto successo in termini “economici”, così come l’iridologia, che possiamo definire nel vero senso letterale del termine un’analisi fatta “ad occhio”.
Ne esistono tanti altri di queste prove e tante ne nasceranno, ma purtroppo se le premesse “scientifiche” restano queste, è dubbio che i risultati siano attendibili. 

La via di uscita
Per capire se realmente una sostanza o un alimento sia responsabile di un evento avverso nel nostro organismo, il metodo più efficace è quello di non assumerlo e valutare se i sintomi scompaiono, successivamente riassumerlo e vedere se ritornano.
Questo metodo viene definito “dieta a esclusione” ed è realizzabile secondo diversi protocolli riconosciuti; certo non è “semplice” e “rapido” come i test precedentemente descritti in quanto richiede una particolare e meticolosa attenzione da parte del paziente, quella che nel gergo medico è detta “compliance”, ma di certo può garantire risultati più attendibili e probabilmente può far risparmiare anche diversi soldi.
Un diario alimentare e la puntigliosa annotazione di ogni evento, anche al di fuori della dieta, sono lo strumento più efficace a supporto del professionista per effettuare un’affidabile e “onesta” diagnosi.         
                             
 
 


In collaborazione
L’articolo è a cura della Redazione de “Il Salvagente”, mensile in edicola e anche on line, leader nei test di laboratorio contro le truffe ai consumatori. Info: www.ilsalvagente.it
 

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