acquaesapone Attualità
Interviste Esclusive Viaggi Editoriale Inchieste Io Giornalista TV/Cinema A&S SPORT Zona Stabile Rubriche Libri

SPECIALE CAMBIO VITA

Dal ballerino siriano che sfida l’ISIS per coronare il suo sogno, al motociclista che non si arrende dopo la perdita delle gambe, a chi molla tutto per darsi all’agricoltura

Lun 23 Lug 2018 | di Angela Iantosca | Attualità
Foto di 17

Non sono eroi. Non sono persone speciali. Sono solo uomini, donne, bambini, adolescenti, anziani che hanno deciso di non arrendersi, di individuare in una difficoltà un punto di forza, di andare oltre quei limiti che troppo spesso confezionano le nostre esistenze in scatole ben impacchettate, ma prive di autenticità. Le parole che usano, l’energia che sono in grado di trasmettere sono le parole e l’energia di chi non vuole ripiegarsi su se stesso, di chi non accetta un “no”, di chi è alla ricerca della propria verità, di chi nonostante la guerra, la perdita di una gamba e di un percorso segnato decide di ribaltare  tutto per essere completamente se stesso!                                                                  

 


IL BALLERINO CHE HA SFIDATO L'ISIS


Prima le botte del padre, poi le minacce dei fondamentalisti. Ahmad Joudeh: da Damasco all’Olanda e al sogno con Bolle

testo di Manuela Mareso 

La stampa internazionale l’ha soprannominato "il Billy Elliot siriano", ma nella storia di Ahmad Joudeh, classe 1990, ballerino e coreografo di origine siro-palestinese, c’è molto di più di un ragazzino che insegue i propri sogni contro il violento ostruzionismo di un padre e contro i pregiudizi discriminatori di una cultura retrograda. C’è il fuoco della passione che diventa ribellione contro il fondamentalismo, ma anche speranza di salvezza per le vittime di una guerra atroce. E c’è il lieto fine degno di un’opera cinematografica, ma non scontato, sospeso. Il futuro di Ahmad, oggi in Olanda al Dutch National Ballet, è ancora tutto da scrivere. 
Ha 8 anni Ahmad quando, nel corso di una recita scolastica, resta incantato dai movimenti di alcune bambine che si esibiscono sulle note de “Il Lago dei Cigni” di Tchaikovski. Da quel giorno la sua vita non sarebbe più stata la stessa. 
Tornato a casa, nel campo profughi di Yarmouk, ai confini di Damasco, confida il suo entusiasmo alla famiglia. Per il padre, discendente di palestinesi sfollati nel 1948, insegnante di musica, la notizia è un terremoto: mai avrebbe acconsentito a iscrivere il suo primogenito maschio a una scuola di danza. La madre invece capisce, ma tace: sarebbe stata lei a sostenerlo, allenandolo di nascosto con le sue conoscenze di insegnante di ginnastica. Ahmad avrebbe fatto il resto da solo, guardando per ore su youtube i filmati del suo idolo, l'étoile Roberto Bolle, studiandone i passi e cercando di ripeterli. A 16 anni si presenta totalmente autodidatta ad un’audizione dell’Enana Dance Theatre, il principale balletto di Damasco, dove riconoscono il suo talento e lo arruolano nella compagnia, facendogli frequentare i corsi che lo avrebbero portato al diploma. Il padre non può accettare l’affronto, cerca di rinchiuderlo in casa, lo percuote sulle gambe per impedirgli di danzare, ma Ahmad resiste e persevera nonostante la violenza. Sentendosi sconfitto, il signor Joudeh abbandona la famiglia, lasciando tutta la responsabilità di tre figli sulla madre. Ahmad allora lavora, studia e insegna finché un altro ostacolo si frappone tra lui e il suo sogno: lo scoppio, nel 2011, della guerra in Siria, tutt’ora in corso. Oltre all’orrore che ogni conflitto bellico porta con sé, Ahmad subisce una persecuzione personale: la sua arte disturba i miliziani dell’Isis, che lo minacciano di morte. Ma lui, per tutta risposta, insegna danza ai bambini traumatizzati dalla guerra per offrirgli uno strumento di elaborazione dei lutti e si fa tatuare dietro il collo la scritta “Danzare o morire”, proprio nel punto in cui i fondamentalisti islamici affondano il coltello per decapitare le loro vittime: «Se mi uccideranno, sarà l'ultima cosa che vedono». 
Poi la svolta: il giornalista olandese Roozbeh Kaboly scopre la sua storia e nel 2016 gira un documentario su di lui, seguendolo nella sua quotidianità e riprendendolo danzare tra le rovine abbandonate del favoloso teatro di Palmyra, patrimonio dell'Unesco poi distrutto dall'Isis ad inizio 2017. 
«è stato un colpo al cuore quando l'ho saputo. Ho pianto due giorni di seguito, non riuscivo a fermarmi». Trasmesso sulla tv olandese, vede il documentario il direttore del Dutch National Ballet, Ted Brandsen, che decide di fare qualcosa di concreto per lui, attivando una raccolta fondi per permettergli di approdare ad Amsterdam ed entrare nella compagnia. Proprio ad Amsterdam Ahmad, incredulo, conoscerà Roberto Bolle, che, profondamente colpito dalla sua storia, vorrà divulgarla anche in Italia e per questo lo inviterà a ballare con lui in prima serata sulla Rai per il Capodanno 2018.
 
Ahmad, la tua vita ha avuto un colpo di scena inaspettato. Come è stato arrivare in Europa dopo anni vissuti in guerra?
«Per me è stata una seconda nascita, è esattamente questa la sensazione. Mi ci sono voluti mesi per abituarmi all'idea. Ora sono in Europa da un paio d'anni, ma ancora non mi sembra vero».
 
Qual è il tuo primo pensiero quando ti svegli?
«Penso ai miei impegni, all'agenda della giornata. Ho bisogno di riempirmi la testa con la danza, ho bisogno di lavorare, perché appena mi fermo i ricordi della guerra mi assalgono e il pensiero di mia madre e dei miei fratelli ancora laggiù mi angosciano. Quando il direttore del National Ballet di Amsterdam mi ha offerto la possibilità ero titubante, ma è stata mia madre a spingermi, ancora una volta. «Salvati almeno tu, potrai aiutarci stando fuori di qui», mi ha detto».
 
Che cosa è stato più complicato al tuo arrivo?
«Oltre ad abituarmi al fatto di essere al sicuro, è stato far capire ai miei nuovi amici, ai miei colleghi che cos'è la guerra. Loro vedevano in me un ballerino come loro, non riuscivano a comprendere che fino a pochi giorni prima vivessi tra le macerie, nella devastazione, con gli aerei che mi bombardavano sopra la testa, con scene di sparatorie e uccisioni. Non concepivano come fosse possibile indossare per anni di seguito la stessa tuta da danza, perché non se ne hanno altre. Con molti è difficile far comprendere la fortuna inestimabile di vivere in un paese in pace. Vedo dare per scontate le cose davvero fondamentali e purtroppo non lo sono. Ho visto morire bambini davanti ai miei occhi, hanno distrutto la mia casa, di cui resta solo un cumulo di detriti, ho patito la fame. So che cos'è la vita».
 
Che cosa ti porti della tua esperienza con i bambini orfani della guerra?
«È stata un'esperienza importante, mi mancano. Erano distrutti, alcuni avevano assistito all'esecuzione dei propri genitori o dei propri fratelli. Non dimenticherò mai un bambino che per lo shock aveva smesso di parlare. Ballare lo ha aiutato a prendere contatto con il mondo, a ritrovare la parola».
 
Hai continuato a studiare, a ballare, a lavorare sotto i bombardamenti. Com’è possibile mantenere una quotidianità in uno stato di guerra?
«Lo fai perché devi farlo, altrimenti è come essere già morti. Ricordo che una volta iniziarono a bombardarci mentre facevo le ultime prove di uno spettacolo. La sala in cui mi ero recato era al piano terra di un palazzo abitato da molte famiglie, che fuggirono dalle loro case per rifugiarsi da me. A un certo punto ricevetti la telefonata dal teatro perché ero in ritardo per la prima. Provai a dire che mi era impossibile uscire perché eravamo sotto attacco, ma alla fine mi decisi, non volevo più stare ad aspettare. Trovai un soldato che mi puntò il mitra in fronte: era dei nostri per fortuna, gli chiesi di aiutarci a uscire perché ero certo che il palazzo da lì a breve sarebbe crollato. Organizzai i soccorsi e mi precipitai in teatro, dove  quella sera stessa ballai di fronte al pubblico. Tornato a casa, mia madre mi confermò che nel frattempo l'edificio era crollato. Ebbi un brivido».
 
Quali sono i tuoi progetti per il futuro?
«Vorrei portare in Europa la mia famiglia, anzitutto. Voglio costruirmi una carriera di ballerino, essere autonomo, per diffondere il mio messaggio di pace ovunque. Voglio aiutare i rifugiati a ricostruirsi una vita e gli artisti come me a trovare la loro strada. L'arte è ricerca della bellezza, può fare molto per la pace. E poi voglio arrivare a cambiare la mentalità secondo cui un uomo non può ballare. Non dimenticherò mai quando sono stato vittima dello scherno da parte di un gruppo di soldati mentre danzavo. Mi umiliarono, ma uno mi aveva ripreso con il cellulare mentre ancora stavo ballando e mi si avvicinò per dirmi in modo riservato che se volevo il filmato me lo avrebbe inviato, confidandomi che sarebbe piaciuto anche a lui ballare, ma suo padre si era opposto. Oggi con il mio mi sono riconciliato. E allora penso che se sono riuscito a far cambiare idea a lui, forse anche tanti altri padri possono cambiare mentalità. Vorrei lottare anche per questo».                                 

 


SONO NATO DUE VOLTE


Nicola Dutto, dopo la perdita delle gambe, torna in pista e nel 2019 sarà il primo concorrente paraplegico in moto nella storia della Dakar

testo di Nadia Afragola

Nicola Dutto fa parte di quella categoria di eletti ai quali è concesso nascere due volte. Nel 1970 per merito di sua madre e poi ancora nel 2010 quando a Pordenone, durante il campionato europeo Baja ad una velocità di 150 km/h non vide un ostacolo e saltò. Volò in aria, con la sua moto, le sue gambe. Per tornare a terra, sulla terra, a pezzi. Nicola è un motociclista e da quel 20 marzo è anche un paraplegico. Il midollo spinale fu irrimediabilmente lacerato, compromesso, spezzato, come le sue gambe e a nulla serviranno 10 ore di intervento e 4 trasfusioni. Nicola è l’uomo che più di ogni altro ha dimostrato cosa voglia dire la parola coraggio. Perché si è rotto, dicevamo, ma dopo appena due anni è tornato a correre la Baja Aragon in Spagna, divenendo il primo pilota paraplegico a gareggiare assieme ai normodotati in un mondiale Desert Race. Il suo prossimo obiettivo sarà la Dakar, l'edizione numero 41 che si svolgerà dal 6 al 17 gennaio 2019 in Perù. Nicola sarà il primo concorrente paraplegico in moto nella storia della Dakar.
 
Chi è Nicola Dutto? 
«Un ragazzino di 48 anni con tanta voglia di andare in moto e di vivere, soprattutto dopo l’incidente. Perdere le gambe mi ha insegnato ad apprezzare il bello della vita».
 
Cos’è la moto per lei?  
«Ho iniziato a correre che avevo 20 anni, tardi rispetto ai canoni. Nella mia famiglia hanno provato a mettermi i bastoni tra le ruote. Guidavo i fuoristrada, ma al di là della passione a 25 anni ho capito che nel campionato italiano di enduro avrei trovato lo spazio per esprimermi al meglio. Ero in testa alle classifiche regionali e da lì è partita la mia carriera nel mondo del rally e la mia esperienza in Spagna».
 
10 ore di intervento, 4 trasfusioni. L’ora più buia. Lei più di altri l’ha vissuta e si è rialzato. Cosa resta? 
«Ci penso spesso a quel giorno, quando sono a letto soprattutto, sarà per via della lunga degenza in ospedale che feci. Torni con la mente a quello che è successo e alla fine è stato un giorno come un altro, un po’ sfortunato. Era destino che succedesse, se non avessi corso in moto magari avrei avuto un altro tipo di incidente. Sono fatalista, ma rimane la consapevolezza che alla fine mi è andata bene». 
 
In che senso? 
«Sono qui, con te, a raccontare della mia vita. Doveva capitare, l’importante è aver trovato la forza per superare i giorni bui».
 
La forza per tornare in sella dove si trova? 
«Non so se si è trattato di forza o di curiosità. La moto mi aiuta a gestire la carrozzina, l’equilibrio. Con la moto devi affrontare degli ostali, evitarli e chi come me è costretto su una carrozzina quegli ostacoli se li trova davanti tutti i giorni della sua vita. La moto allena la mia mente alla vita. Ma la sedia a rotelle ti permette anche di fortificare certe parti fisiche come le braccia e le spalle e questo mi ha aiutato a tornare in moto. A due anni dall’incidente volevo capire se mi divertivo ancora su una moto, se era possibile andarci più che altro. Ho provato, mi è piaciuto, mi sono divertito tanto, ho deciso così di tornare a correre. Speravo di provare ancora delle emozioni, che ho poi sentito amplificate all’ennesima potenza. A sei anni dalla ripresa, a 8 dall’incidente continuo a vedere dei miglioramenti e un rinnovato feeling con la mia moto. Ecco perché continuo ad andare avanti. Continuo a correre… non saprei fare altro».
 
A Pordenone è più tornato? 
«Si, tre anni dopo l’incidente su un’auto a fare da apri pista e nel 2015 ci sono tornato gareggiando con i normodotati, in occasione della 22esima edizione dell’Italian Baja, prima tappa valida per la Coppa del Mondo Fim Bajas. Ho pensato: leviamoci il dente, vediamo com’è! Si correva su due giorni. L’impatto emotivo il primo giorno è stato grandissimo, ma l’ho spuntata… quell’anno la prova speciale iniziava 200 metri prima del luogo in cui è successo il mio incidente».
 
La sua moto rispetto a quella degli altri cos’ha di speciale? 
«Poche cose. Noti lo schienale e il sellino contenitivo. Devo essere incastrato lì dentro e devo proteggere le gambe, sono praticamente legato alla mia moto. Poi alcune accortezze tecniche compresa una frizione automatica che non vedi, ma che fa in modo che con la marcia inserita la moto non mi trascini via».
 
Com’è per un disabile vivere in Italia?  
«Un inferno. Non c’è rispetto per le regole. Ero a Milano per una cena organizzata da Mediolanum, a San Babila e non c’era un parcheggio per disabili libero, perché quelli dedicati erano occupati indebitamente. Per non parlare del parcheggio selvaggio sui marciapiedi che blocca il passaggio di una sedia a rotelle. Questo menefreghismo totale della gente amplifica la nostra disabilità».
 
Parliamo di sensibilizzazione. 
«Basterebbe metterli a sedere per una giornata intera su una carrozzina e fargli provare cosa vuol dire vivere dal nostro punto di vista. Quando dico di farli accomodare su una sedia a rotelle, voglio dire di legarli, per obbligarli a stare lì. A quel punto capirebbero la difficoltà che in Italia incontra un portatore di handicap».
 
È stato il primo pilota paraplegico a gareggiare assieme ai normodotati. Le barriere come si abbattono? 
«La mia non è neppure una categoria paraolimpica! Non l’ho deciso a tavolino, una volta che sono tornato in moto ho pensato che avrei potuto provare a fare non qualcosa di speciale, ma semplicemente quello che ho sempre fatto, il pilota, avendo delle accortezze, in fondo sono sempre io. Mi fa piacere correre con i miei vecchi avversari, alcuni sono diventati nel frattempo compagni di team o sono i ghost rider che mi accompagnano nelle mie gare. Il mondo dei rally, dei fuoristrada, è speciale, siamo avversari è vero, ma l’avversario principale è il cronometro non il pilota che abbiamo dietro di noi. Corriamo nel deserto e il primo soccorritore quando cadi è il pilota che hai dietro di te. Sono dinamiche che rafforzano i legami umani più che sportivi, perché alla fine cos’è un pilota se non un uomo che va più veloce degli altri!». 
 
“Madre mia, non me lo credo”: erano queste le parole che ripeteva il suo meccanico Bosso.  
«Ho anche un filmato della sua reazione alla mia prima gara, in moto, senza l’uso delle gambe! Mario oltre che un meccanico è un mio amico. Era con me a Pordenone il giorno dell’incidente, ha seguito la mia riabilitazione, i miei viaggi in Spagna, a correre le gare di punta della nostra specialità. Mi ha detto che il rumore della mia moto che tagliava il traguardo gli rimbombava dentro al cuore».
 
E poi c’è lei… Elena, sua moglie. Lei c’è sempre.  Chi è più tenace dei due?
«Cavolo se ce la giochiamo. Ci sosteniamo a vicenda, dove cedo io c’è lei e viceversa. Fare una gara è dura per entrambi. Siamo una bella coppia, siamo insieme 24 ore al giorno, lavoriamo insieme, gestiamo la famiglia, la nostra è una situazione veramente particolare e non ho mai pensato di riuscire a vivere con serenità senza di lei. Siamo insieme da 9 anni, la cosa magica è che ci siamo conosciuti nell’autunno del 2009 e nel marzo del 2010 ho avuto l’incidente. Chi lo avrebbe mai detto che saremmo arrivati sin qui? Ci davano per finiti in una situazione come la mia, eppure spesso la vita riesce ancora a stupirti».
 
Il suo prossimo obiettivo è la Dakar 2019. Parliamo degli allenamenti. 
«Quelli mirati sono iniziati a gennaio, in palestra, alleniamo la forza, poi la resistenza. C’è la bicicletta, la piscina. Poi ti devi abituare a stare tante ore in moto, a far bene nelle gare tecniche, le stesse che ti aiuteranno ad affrontare quelle veloci. Sono previste in autunno sessioni di allenamento in Marocco, sulle dune di sabbia, il mio tallone d’Achille. Senza poter posare i piedi per terra rischio di rallentare troppo, ma ci lavorerò su».  
 
Alimentazione. Com’è la sua? 
«È importante quanto il resto dell’allenamento. Adesso mangio quasi tutto poi quando sono sotto gara faccio una dieta dissociata, che mi permette di stare più leggero: carboidrati durante il giorno e proteine la sera. Mi sono accorto però che quello che mangiavo da normodotato non lo digerisco stando legato ore e ore ad un sellino. E allora spazio alle barrette, senza cioccolato, alla frutta disidratata e a pochi sali minerali».
 
Ha mai paura?
«Bisogna sempre avere paura, è lei che non ti fa fare stupidaggini. Le paure però vanno affrontate: gli obiettivi si raggiugono e gli ostacoli si superano… fidatevi di uno che ne deve superare a centinaia ogni giorno».                                                                           

 


Da consulente informatico ad agricoltore


Metti un terreno in Toscana, un Gat e 80 piccoli imprenditori...

testo di Domenico Zaccaria

GAT. Potrebbe sembrare il titolo di una nuova serie televisiva americana e invece è l’acronimo di Gruppo Acquisto Terreni, un innovativo modello di gestione economica di un’azienda agricola secondo principi etici ed ecosostenibili. L’idea è quella di supportare gruppi di cittadini per l’acquisto condiviso di una tenuta e per la sua conduzione con metodi moderni e rispettosi dell’ambiente; cambiare radicalmente il proprio progetto di vita. è il caso del GAT Società Agricola “Le Piane” di Scansano (Grosseto), che ha preso vita 7 anni fa nel cuore della Maremma Toscana: il capitale della società è composto da 100 quote da 12.500 euro appartenenti a circa 80 soci; l’unica legittima proprietaria del casale e del terreno annesso è la società stessa, che ha affidato ad alcuni “soci lavoratori” la gestione del progetto. Uno di questi è Emanuele Carissimi, 46 anni e un passato da consulente informatico: dal 2011 vive con la compagna in questo piccolo angolo di paradiso che si è trasformato in una moderna azienda agricola a produzione biologica, autosufficiente dal punto di vista energetico, e in un agriturismo con 12 posti letto ospitati nel casale completamente ristrutturato.
 
Com’è nata l’idea di cambiare vita in maniera così radicale?
«Ho studiato agraria e scienze naturali; quindi, pur facendo un altro lavoro, non ho mai abbandonato l’idea di dedicarmi stabilmente alla terra. Nel 2000 mi sono trasferito da Bergamo a Modena e lì ho conosciuto la mia compagna; continuando ad occuparci di altro, abbiamo cercato un terreno che ci consentisse di cambiare radicalmente le nostre vite: per ben 6 anni non abbiamo trovato nulla che fosse sostenibile per le nostre tasche. Alla fine ci siamo innamorati di questo terreno nelle campagne toscane, e tramite il GAT, siamo riusciti a coronare il nostro sogno».
 
È stato difficile doversi “inventare” agricoltore e imprenditore? 
«Mi occupavo di clienti in tutto il nord Italia e percorrevo più di 100mila chilometri l’anno: all’inizio è stato divertente e stimolante, ma a lungo andare anche questa vita sempre in viaggio si è trasformata in routine. Avevo una mia azienda, quindi diventare imprenditore - sia pur di un’impresa agricola - è stato un passaggio facile. Certo, in campagna è tutto diverso: sei in una realtà dove molte delle cose che dai per scontate non ci sono e per ottenerle devi rimboccarti le maniche. Qui non abbiamo nemmeno un acquedotto!».
 
Quali sono i maggiori problemi, pratici e burocratici, che hai dovuto affrontare?
«Quelli pratici fanno parte del gioco. Tutto l’aspetto burocratico, invece, ci ha creato tantissime difficoltà: abbiamo perso 5 anni solo per ristrutturare il casale a norma. Le tempistiche della burocrazia italiana spesso sono inconcepibili e danno vita a dei paradossi: una volta raccolte le quote dei soci, avevamo una buona capacità economica, ma abbiamo dovuto aspettare per delle inutili trafile».
 
In un progetto del genere, conta più l’etica o il portafogli?
«Dal punto di vista etico, conta il fatto di poter lavorare a contatto con la natura e di provare a cambiare le cose, nel nostro piccolo, non solo a parole, ma anche con i fatti. Dal punto di vista economico, è convinzione di molti che tenere i soldi fermi in banca sia ormai poco remunerativo, mentre noi abbiamo dato vita a una realtà che ha tutelato gli investimenti». 
 
Siete partiti avendo obbiettivi di sostenibilità.
«Siamo diventati autosufficienti dal punto di vista energetico e ormai abbiamo bisogno di pochissima legna, il che ci consente di salvaguardare i boschi che ci circondano. Abbiamo installato inoltre un impianto fotovoltaico da 17 KW, grazie al quale produciamo, durante il giorno, un quantitativo di energia equivalente a 4 volte il nostro fabbisogno». 
 
È possibile entrare nel vostro GAT?
«Bastano carta d’identità e codice fiscale, oltre al versamento della quota. Non ci sono obblighi societari, ma chiediamo a ognuno di partecipare alle attività aziendali. Chiunque decida di unirsi a noi in questa splendida avventura è il benvenuto!».                                                        

Condividi su:
Galleria Immagini