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Cambio vita: oggi sorrido di più

Sergio Mazza dal 2015 fa giocare a basket 2000 bambini kenyoti con la sua Onlus Samburu Smile

Mer 29 Ago 2018 | di Angela Iantosca | Attualità
Foto di 14

Una partenza non prevista, un volo nel cuore dell'Africa e poi la vita che cambia. Potrebbe essere l'inizio di molte storie che si concludono con un rientro, un senso di pienezza, quella nostalgia nella bocca che va sfumando e un graduale ritorno al quotidiano. Ma non per tutti è così. Sergio Mazza è uno di quelli che, una volta tornato dal Kenya, ha deciso che nel suo piccolo voleva dare un contributo, mettendo a disposizione dei bambini la sua esperienza nel mondo del basket. Anche perché a lui l'Africa e quei bambini hanno fatto tornare il sorriso. 

Quando comincia questa avventura che ha portato alla nascita della Onlus Samburu Smile?
«Nel 2011, quando ho risposto ad un invito. Un’amica mi disse che un missionario sud americano aveva bisogno di una mano in una missione abbastanza remota con i bimbi. Io lavoravo già in Italia con i bimbi (Sergio Mazza è allenatore di basket – ndr), quindi ho accettato subito senza fare troppe domande. Quella volta sono stato solo due settimane, eppure sono bastate a farmi cambiare l'idea che avevo del Continente nero. L'Africa, nell'immaginario collettivo, è dove i bambini stanno male: quando sono arrivato lì, ho incontrato molti più sorrisi e serenità di quanto pensassi. Sono poveri, è vero, ma è una condizione che non viene avvertita del tutto, perché non c'è differenza tra le persone. Sono tutti sullo stesso piano. Tranne qualche politico che gode di vantaggi, nei vari villaggi non c'è il concetto di povertà e ricchezza e non si muore di fame: sono pastori, hanno il gregge a disposizione, eppure non mangiano la carne se non in casi eccezionali. Si nutrono di latte o di sangue degli animali. Spesso salassano il sangue dell'animale e lo mischiano al riso per assumere sostanze nutritive».

Perché dopo il primo viaggio hai deciso di tornare? 
«In Italia sono un orso, un tipo solitario. Quando sono tornato a casa e ho visto le foto scattate lì, ho notato che ero più sereno, positivo e sempre sorridente! Mi sento in debito con quel popolo, i Samburu, che vivono in una regione del nord del Kenya. Così, dopo il primo viaggio, ho deciso di tornare. Era il 2013 quando ho deciso di rimanere 5 settimane e, dal 2014, due mesi. Periodo durante il quale un po' alla volta ho cercato di strutturare progetti utili ai bimbi, in prospettiva. Non mi piacciono le associazioni che portano caramelle o cioccolato: così facendo gli crei un bisogno che poi non può più essere soddisfatto. Io, in valigia, quando parto, preferisco portare palloni, divise, qualcosa che rimangia nel tempo. Con un pallone riesco a far giocare 50 bambini e ha una durata di una settimana. Anche la divisa a loro piace molto, perché sono legati al concetto di squadra. E devo ammettere che sono più legati tra loro di noi, perché le tribù creano questa unità».

Tu in Italia sei un allenatore di basket. Come hanno reagito a questo sport i bimbi africani? 
«Loro sono ex colonia inglese e quindi per loro lo sport finisce con il calcio inglese. Giocano a calcio con palloni fatti di stracci uniti con le corde: brutti da vedersi, ma che non si rompono mai. Mentre le femmine giocano di più lanciando le palle: fanno giochi particolari, quasi di abilità. Io ho portato uno sport diverso e pian piano si sono appassionati: ho portato i palloni e poi abbiamo attrezzato campi adatti a questo sport. Ma alla mia partenza, ho notato che l'attività moriva, allora ho cominciato a dedicarmi alla formazione degli adulti, presi tra coloro che non hanno un lavoro o che non vanno all'università, per farli diventare allenatori per quando io non ci sono. In Italia lo faccio per la Federazione, perché non farlo in Kenya? Qui, inoltre, provo a garantirgli un minimo di stipendio. Insomma, gli ho strutturato una Accademy: da settembre a giugno fanno le loro attività, che non sono continuative come da noi. Quando torno in estate, da luglio a settembre, riscontro dei progressi, anche se è complesso, nel corso dell'anno mantenere rapporti costanti».

Qual è il tuo obiettivo?
«Attraverso lo sport io sono interessato ad arrivare all'istruzione. In Kenya esistono borse di studio per meriti sportivi, come in America. Perché, dunque, non permettergli di costruire il loro futuro con le loro gambe? Ovviamente mettendo delle regole sulla frequenza: chi non ha buone medie scolastiche, non può far parte dell'Accademy. In questi anni, ho parlato con i direttori di molti istituti, spiegando l'obiettivo e li ho visti molto propensi. I problemi da affrontare sono legati agli orari scolastici, perché loro stanno tutto il giorno a scuola, anche se studiano poco; poi ci sono dei mesi in cui non frequentano e infine stanno a casa nel periodo delle piogge».

In che zone operi del Kenya? 
«Lavoro su tre posti diversi, nel nord: Suguta Marmar, Tuum e Lodungoqwe. Non riesco sempre a visitare tutti e tre i posti. Di solito due l'anno. Il primo è una cittadina, la più grande, e si trova sulla strada che porta alla capitale di questa regione, dove ci sono due scuole, una pubblica e una privata, con 2000 bambini circa. Le scuole delle altre due località sono formate da 700 bambini circa. Si tratta di villaggi. A Tuum non va mai nessuno: si trova ai piedi della montagna e la strada si interrompe. L'altro è nel mezzo della savana in una zona non molto ospitale».

 Che differenza hai visto tra i bambini italiani e quelli africani?
«Quelli africani sono felici per quello che gli dai. Non chiedono di più. All'inizio c'è la diffidenza. Quando sono arrivato, mi chiamavano Mzngu, uomo bianco: io ero l'uomo bianco come ne vedono pochi, ero io quello diverso, per questo venivo studiato da adulti e bambini, e anche discriminato. Ma pian piano mi sono guadagnato la fiducia dei bambini, con il gioco, e poi quella dei grandi».

Quando hai sentito che avevano smesso di scrutarti con diffidenza?
«Quando si comincia a giocare, quando i bambini fanno domande, senti che hai aperto una porta che ti permette di entrare nel loro mondo, che è diverso da quello dei nostri bambini. Il bambino lì vive di doveri, non di diritti. Nella loro scala sociale c'è l'uomo, la donna, il bambino. Dal canto mio ho sempre cercato di trattarli in modo diverso. E con qualcuno sono arrivato ad avere una certa confidenza, cosa piuttosto inusuale, perché per loro è una debolezza mostrare le fragilità». 

Quanti collaborano con te?
«A Tuum ho quattro giovani coach. A Suguta tre e altrettanti a Lodungoqwe. Mi dà una grossa mano una suora sud americana, suor Alba, che coordina un po' le attività. Non solo: a Nairobi ho delle persone che gestiscono in parte le risorse economiche che mando. Inoltre, alcuni allenatori di Nairobi, ogni due mesi vanno a fare dei piccoli incontri con allenatori locali». 

Quanti sono i bambini che fanno parte dell'Accademy?
«Sono circa 2000: 500 quelli assidui. Sia maschi che femmine, divisi al 50%. Per quanto riguarda i bimbi con difficoltà fisiche, invece, è molto difficile incontrarli: nelle tribù sono visti un po' come un errore e vengono emarginati. Alcuni vengono addirittura soppressi. Altri vengono lasciati dai genitori in centri costruiti ad hoc. C'è una associazione, “Find the cure”, che si occupa di loro, in particolare grazie al dottor Daniele Sciuto, un medico ligure che ha vissuto per anni il volontariato in Africa e che poi ha lasciato tutto e insieme alla compagna si è fatto assumere dal governo kenyota. Appassionato di basket mi ha contattato: ci siamo incontrati e siamo andati in questo centro dove questi bambini con deformazioni fisiche, disabilità mentali e bambini ciechi vengono messi e dove lui cerca di portare avanti questo programma, organizzando cose varie. Ho cercato di dargli una mano dal punto di vista delle attrezzature sportive. Gli ho portato dei palloni. Gli ho messo a posto anche i canestri».

Come vivi la partenza?
«Con ansia e incertezza. È sempre un salto nel buio. Non sempre è facile mantenere le relazioni con loro. Internet non sempre va. È complicato. Non sai mai bene quello che trovi. Di solito arrivo a Nairobi e i primi tre giorni li passo ad organizzare il periodo che trascorrerò lì… Diciamo che la parola programmazione non è nel loro vocabolario e il progetto a lunga scadenza è visto come un’utopia!». 

Cosa ti stanno insegnando?
«Mi stanno insegnando che le difficoltà non devono mai fermarci. Devono stimolarci ad andare oltre. Ti rendi conto di quanto ci lamentiamo ogni giorno, inutilmente, e allora ho imparato a non lamentarmi così tanto. E a sorridere di più. Mi viene più spontaneo lì. In Italia ogni tanto cresce la rabbia per ciò che si sente intorno, per l'indifferenza. Grazie all'Africa ho imparato a gioire delle piccole cose. Pensa che lì ho ritrovato anche il piacere della lettura, del sedermi a tavola, parlare, confrontarsi, vivere esperienze condivise». 
 

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