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Un tesoro in quella casa

La pastora e pittrice ultranovantenne Bonaria Manca ci apre le porte delle sua casa di Tuscania, un'esposizione permanente di quadri e murales che vengono a visitare da tutto il mondo

Mer 29 Ago 2018 | di testo di Paola Maruzzi Foto di Nicolay Ivanov | Interviste Esclusive
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Questa è la storia di un'amicizia tra un vecchio casolare e la sua curiosa abitante, una pastora sarda di 93 anni. Due umili creature figlie del tempo arcaico, in cui le donne filavano la lana e tessevano arazzi; due protagoniste naïf finite, loro malgrado, sul palcoscenico internazionale dell'arte contemporanea.
Siamo nel cuore della Tuscia, nel piccolo borgo di Tuscania. Da più di mezzo secolo Bonaria Manca vive in quella che passerà alla storia come la Casa dei simboli, un'esposizione permanente di quadri e murales che vengono a visitare da tutto il mondo. Eppure a guardarla da fuori nessuno direbbe che lì dentro è nascosto un tesoro.
Varcare la soglia è come entrare in un mondo visionario: pareti e soffitto di ogni singolo ambiente, dal portico alla cucina, sono completamente affrescati. Il modesto arredo si confonde nel turbine di colori e di pennellate ruvide. 
Scene di vita rurale, sketch della sua infanzia, figure totemiche e immagini bibliche guidano lo sguardo: Bonaria ha raccontato se stessa attraverso le mura domestiche, creando un'opera unica nel suo genere. Corteggiata da importanti galleristi, continua a vivere un'esistenza quasi in incognito nella quiete della campagna che circonda il casale, ai piedi della chiesa di San Pietro. 
«All'inizio ricamavo e a un certo punto mi sono detta che se sapevo ricamare potevo anche dipingere», spiega molto candidamente. Così nel 1996 comincia la folle impresa di animare le stanze: si arrampica sui mobili con colori a olio e gessetti, dando forma alla sua personale mitologia. 
L'ultimo affresco risale al 2004. «Queste sono le creature della luna, sono gli antichi etruschi che hanno abitato questi posti prima di me», dice indicando due grosse figure stilizzate che sovrastano la poltrona su cui siede. Secondo i critici d'arte Bonaria avrebbe dipinto, senza averne piena consapevolezza, i Lari, cioè gli spiriti protettori degli antenati defunti che avevano il compito di vegliare sulla casa. 

ANALFABETA E AUTODIDATTA
Lei, analfabeta e autodidatta, non ha mai cercato la notorietà, ma l'arte ha bussato alla sua porta e lei sostiene di averla accolta come un dono divino. «Ho fatto senza sapere. È venuto tutto spontaneamente», è la prima cosa che dice e che continua a ripetere durante la nostra chiacchierata. Questa incredibile donna, con il volto solcato dalle rughe e la fronte fasciata dai suoi inseparabili fazzoletti colorati, oggi trascorre le sue giornate in compagnia della gentilissima Barbara, la badante, e dei tanti curiosi che vengono ad ammirare le sue opere. «Soprattutto d'estate c'è un bel via vai, arrivano dalla Svizzera, dalla Germania, dal Nord Italia». La pittrice li accoglie silenziosa, lascia che i visitatori entrino nel suo privato senza fare domande. La sua gratitudine per l'altro la dimostra cantando parole che le vengono dal cuore. Lo fa anche durante la nostra intervista e senza preavviso intona "una preghiera", come la chiama lei: «Rinasci ogni giorno, dimentica ieri, strada più bella di quella non ce n'è...». 

NON MI VERGOGNO DI ESSERE UNA PASTORA
Bonaria nasce nel 1925 a Orune, nel nuorese, penultima di tredici figli. C'è qualche alone di mistero sulla sua storia che però sciogliamo subito. Qualcuno dice, infatti, che abbia lasciato la sua terra per sfuggire a una faida familiare. In realtà, come chiarisce lei stessa, nel 1956 emigra nell'Alto Lazio per raggiungere il fratello Ciriaco. Successivamente, in occasione della figlia Pasqualina, sarebbe arrivata anche la madre Speranza. La sua è una famiglia di pastori e la prima rottura delle convenzioni di Bonaria sta nella scelta di badare al gregge, un mestiere che in Sardegna era esclusiva prerogativa  degli uomini. Anche quando cambierà vita, dedicandosi totalmente all'arte, Bonaria non svestirà mai i panni della pastora, tanto che all'inaugurazione di una sua mostra a Viterbo si presenta con le ricotte fresche da distribuire all'uscita. «Non mi vergogno di quello che ho fatto. Sono una persona umile, ho sempre chinato il capo per lavorare».

LA SPREGIUDICATA
Ma oltre a guadagnarsi da vivere con il sudore, a Tuscania Bonaria fa cose a dir poco bizzarre per i suoi tempi: se ne va in giro con gonne sgargianti con ricami di matrice sarda, cavalca a pelo e va persino in motocicletta, come testimonia un suo autoritratto chiamato, appunto, "La spregiudicata". 
Capiamo che senza questo suo coraggio sprezzante dei giudizi la sua vena artistica non sarebbe mai venuta fuori. «Mi sono conquistata la mia libertà e nessuno può impormi la sua volontà. Dar forma alla propria intelligenza, alla propria follia, alla propria vita: è questo ciò che conta».

NON CHIAMATEMI FEMMINISTA
Eppure, nonostante la sua lotta per affermarsi, Bonaria non si è mai definita femminista. Se da un lato è anticonformista, dall'altro sembra essere l'incarnazione di uno spirito arcaico, custode di gesti e tradizioni millenarie, come quella del ricamo. Ha provato a fare la donna di casa, sposandosi a quarant'anni, ma il matrimonio non è durato molto. Il marito non la comprendeva e di lì a poco ognuno prese la sua strada. Alla fine degli anni Settanta, a seguito della morte della madre e del fratello, Bonaria rimane sola. Ed è questa solitudine a segnare la sua rinascita da pittrice. Libera dai vincoli e dalle convenzioni che la famiglia le imponeva, svolta pagina e impugna i pennelli. «Nella solitudine mi hanno fatto compagnia la semplicità, il canto e la pittura».

MISTICA CUGINA DI CHAGALL
Il primo a notare l'arte di Bonaria Manca è stato Jean Maria Drot, regista e direttore di Villa Medici a Roma, che la definisce la "mistica cugina di Marc Chagall" e acquista alcuni dipinti, poi entrati a far parte della sua collezione privata d’arte naïve e d’arte vudù. Inizia così l'escalation di successi e di riconoscimenti internazionali. Espone nei Paesi Bassi al De Stadshof Museum di Zwolle, a Parigi al Musée de la Halle Saint Pierre, alla 54° Biennale di Venezia. Pubblica un libro in quattro lingue in Repubblica Ceca. Diventa ambasciatrice dell'Unesco, riceve il premio "Standout woman award" dedicato alla valorizzare di donne speciali e coraggiose. Artista outsider, pittrice primitiva e spirito medianico sono alcune delle etichette che rimbalzano nei cataloghi delle mostre. Di tutto ciò Bonaria non sembra curarsi. Si limita a ripetere che non ha cercato nulla, ha solo tirato fuori ciò che le ardeva dentro. 

IL CUORE DI GIOTTO
Durante le cerimonie pubbliche spesso si affida al canto per esprimersi. E lo fa anche davanti a Vittorio Sgarbi, nel 2015, in occasione della mostra curata da Catia Monacelli “I Pittori dal cuore sacro. Da Ivan Rabuzin a Bonaria Manca” a Gualdo Tadino, in Umbria. È stato proprio Sgarbi a volerla tra i 25 artisti provenienti da tutto il mondo. «Può essere avvicinato a Bonaria Manca solo chi ha il cuore e il volto di Giotto», ha detto il critico. 

AL CIMITERO NON MI PORTO NULLA
Quando chiedo a Bonaria cosa accadrà alla sue opere una volta che lei non ci sarà più, risponde con un lucido giro di parole: «Al cimitero non mi porto nulla. Quello che fatto l'ho messo in vista tutto, non ho nascosto niente. Lascio quello che ho fatto. Perché niente è di nessuno. E tutto è di tutti». A questo punto è Paola Manca, una delle nipoti che le sta vicino e si occupa di lei, a raccontare il preoccupante retroscena della casa-museo. 
«Alcuni degli affreschi e dei mosaici sono a rischio. Con l'avanzare degli anni e a causa dell'umidità si stanno sgretolando ed è necessario agire tempestivamente se si vuole salvarli. L'Università degli Studi della Tuscia, in accordo con la Soprintendenza ai Beni Culturali, ha già pianificato un intervento di conservazione e restauro. Ma affinché il cantiere parta bisogna prima risanare e mettere in sicurezza l'edificio, quindi bonificare il portico ricoperto d'amianto e rifare il tetto. Sulla pagina Facebook dedicata a Bonaria Manca abbiamo lanciato a tutti l'appello a contribuire con delle donazioni». 
Tempo fa il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali ha dichiarato la casa-museo di Bonaria Manca un patrimonio da proteggere. In seguito è nata un'associazione senza fini di lucro con l’obiettivo di promuovere e tutelare l’artista e la sua opera. «Seguendo la volontà di mia zia – continua Paola – vogliamo che la casa rimanga per le generazioni che verranno, ma per far questo è necessario mettere a sistema una vero e proprio progetto museale». 
Chiedo a Bonaria se qualche volta pensa alla morte e se ne ha paura. «Tutte le cose vengono e passano – dice –. Creiamo molte cose che rimangono. Ma ho la sensazione che non esistiamo in realtà».                                             
 
 

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