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Il golpe degli inceneritori, caso Italia alla Corte europea

Potenziare i 79 mega-forni esistenti e farne altri 9: i cittadini chiedono di eliminare l’operazione architettata dal governo Renzi e mai revocata dai successori

Mer 29 Ago 2018 | di Francesco Buda | Energia
Foto di 10

È  finito davanti alla Corte di Giustizia europea il “golpe” per bruciare anziché riciclare i rifiuti. Con il cosiddetto decreto Sblocca Italia, del settembre 2016, e con un decreto attuativo dell'agosto successivo - firmato anche dal Ministro dell'ambiente Gian Luca Galletti e dal sottosegretario Claudio De Vincenti - il dismesso rottamatore premier Renzi ha imposto di puntare su questi giganteschi forni. Vorrebbero incenerire anche il 10% dei materiali provenienti dalla raccolta differenziata. Un’operazione lasciata in piedi dai successivi governi, finora. È la vecchia e sospetta ricetta per risolvere il problema dei rifiuti con giganteschi impianti, inquinanti e antieconomici. 

Il Tar del Lazio ha girato la causa ai colleghi europei, perché quelle scelte fanno a cazzotti con la legge non solo nazionale, ma anche comunitaria. Si tratta del ricorso con cui i cittadini chiedono di annullare i due provvedimenti governativi. Una mobilitazione notevole, che va sotto il nome di “Movimento legge rifiuti zero per l'economia circolare”, con il supporto dell'Associazione medici per l'ambiente Isde Italia e dell'ex giudice costituzionale Paolo Maddalena. 

BRUCIARE ANZICHÉ RICICLARE
La manovra contestata prevede tre operazioni: 1) potenziare i 40 inceneritori esistenti, per totali 79 “linee”, cioè forni, alcuni già oggetto di clamorose indagini giudiziarie per traffico illecito di rifiuti, truffa ai danni dello Stato, inquinamento e altri reati con decine di arresti; 2) costruire o avviarne altri 5 (con 9 linee) già autorizzati: è il caso dei due forni di Malagrotta, a Roma; 3) costruirne 8 nuovi da autorizzare. L'esatto contrario delle più aggiornate linee guida che puntano alla economica circolare: rimettere in circolo le risorse, anziché distruggerle. “Gli Stati membri adottano le misure atte a promuovere la prevenzione, il riciclo, la trasformazione dei rifiuti e l'estrazione dai medesimi di materie prime ed eventualmente di energia, nonché ogni altro metodo che consenta il riutilizzo dei rifiuti”. Ce lo chiede l'Europa (stavolta è vero) da 43 anni. Direttiva 442 del 1975: incenerire, è l'ultima “eventuale” opzione, con le discariche. Questa è la gerarchia delle priorità nella gestione di questo delicato settore, ribadita dalle successive direttive in materia, nel 1998 e nel 2000, e dal Codice dell'ambiente italiano del 2006. 

INCENERIRE DIVENTA “STRATEGICO E DI PREMINENTE INTERESSE NAZIONALE”
La Corte di giustizia europea è chiamata a verificare una lunga lista di storture e forzature. Norme scavalcate o aggirate, strani calcoli sulle quantità di rifiuti prodotte e da trattare, fabbriche anti-economiche, obsolete e inquinanti fatte passare come moderne tecnologie utili all'ambiente e indispensabili alla nazione, ma anche il mancato svolgimento di obbligatorie verifiche delle conseguenze su ambiente e salute. In particolare, hanno ribaltato la gerarchia delle priorità nella gestione del settore, dichiarando gli inceneritori come “infrastrutture e insediamenti strategici di preminente interesse nazionale, che attuano un sistema integrato e moderno di gestione di rifiuti urbani e assimilati e che garantiscono la sicurezza nazionale nell’autosufficienza”, “anche  allo scopo di superare e prevenire ulteriori procedure di infrazione per mancata attuazione delle norme europee di settore”. 
Non hanno invece dato la stessa “etichetta” agli impianti per il riciclo e riuso dei rifiuti, “pur essendo tali due modalità (riciclo e riuso, ndr) preminenti nella gerarchia dei rifiuti di cui alla richiamata direttiva (2008/98/CE, ndr)”, notano i giudici del Tar. Ciò suggerisce una domanda: perché non classificare come strategici e necessari per il Paese altri tipi di impianti, innovativi ed ecologici?

LA BUFALA DEL RECUPERO ENERGETICO
«Il magheggio – spiega Massimo Piras, coordinatore di Legge Rifiuti Zero – è anche nel fatto che la massima parte degli inceneritori funzionanti in Italia sono autorizzati per il solo smaltimento, senza nemmeno il recupero di energia». Infatti, questi mega-forni possono generare un po' di elettricità e calore, ricevendo enormi sussidi statali. È la bufala alimentata anche dalla frode linguistica attraverso la parola “termovalorizzatore”: si tirerebbe fuori “valore” dall'immondizia sotto forma di energia. Sono gli inceneritori targati R1. Mentre gli altri hanno il marchio D10. 
Il decreto Renzi dell'agosto 2016, che individua le quantità di rifiuti prodotte in Italia e quindi il numero, la capacità e la localizzazione dei 'nuovi' inceneritori, in automatico riclassifica come R1 tutti i 40 inceneritori già attivi. Roba da Totò e Peppino, insomma. Il tutto, per bruciare un milione e 831mila tonnellate di rifiuti e materiali ogni anno. Un’enormità: significa incenerire oltre il 63% di materiale in più rispetto a quello che gli inceneritori in esercizio possono bruciare.

LA SVISTA SULLE VERIFICHE SANITARIE E AMBIENTALI
Ciò senza prevedere la pur obbligatoria Valutazione ambientale strategica. Come se far bruciare tutta quella roba con quei giganteschi impianti sia indifferente per l'ecosistema e la salute. Non a caso i giudici del Tar, Carmine Volpe, Ivo Correale e Roberta Cicchese, sottolineano il parere pro veritate reso in giudizio dai medici della “International Society of Doctors for Environment” (ISDE Italia)”: queste fabbriche producono “una serie di rifiuti secondari e di polveri nocive assai significativa nonché di sostanze velenose, quali il tallio e l’ossido di azoto”. 
E anche i numeri presentati a Renzi & C. per giustificare il Brucia Italia non convincono: «Il presunto “fabbisogno residuo”, cioè quel milione e 818mila tonnellate l'anno di rifiuti da incenerire – affonda Piras di Rifiuti Zero – è ottenuto con una base di calcolo errata: è un numero gonfiato ad arte, interpretando male i dati dell'Ispra. l'Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale». Perché ciò che inquina ed è antieconomico salverebbe l'Italia e ciò che invece aiuta l'ambiente e fa sana economia circolare no? Ancora una volta ad interpretare ed esprimere il buon senso devono essere i giudici e non i governanti.

 



Dove vogliono farli


Ecco dove sono previsti gli otto 'nuovi' inceneritori indicati nel decreto attuativo dello Sblocca Italia, firmato Renzi – Galletti – De Vincenti: 3 nel Centro Italia per un milione e 731mila tonnellate annue di rifiuti complessivi, precisamente uno in Umbria, uno nelle Marche (dove la Regione li ha vietati a  giugno scorso) e un terzo, il più grande, nel Lazio. Altri due al Sud: uno mastodontico in Campania da 300mila tonnellate e l'altro in Abruzzo. 
Inoltre, è previsto il potenziamento dell'impianto attivo a Statte, in provincia di Taranto. Per aiutare le Isole maggiori, vogliono fare un altro megaforno da 101mila tonnellate in Sardegna, dov'è previsto anche l'aumento di 20mila tonnellate l'anno dei materiali da bruciare nei due inceneritori già in esercizio a Macomer e Capoterra. In Sicilia prevedono due impianti monstre per bruciare complessivamente 690mila tonnellate l'anno. 
È la geniale risposta al fatto che la maggior parte dei rifiuti siculi e sardi finisce ancora in discarica. Entrambe le Isole sono già sotto procedura d'infrazione europea per i rifiuti, insieme a Campania e Abruzzo. Quale miglior modo di affrontare le violazioni europee facendo il contrario di quanto indica la normativa UE?  

 

 

Le Regioni possono opporsi

 

Lo spillo che ferma il perverso ingranaggio possono metterlo le Regioni. L’esempio concreto di come evitare l’incenerimento arriva dalle Marche: il Consiglio regionale ha approvato il 28 giugno una legge che vieta questa modalità di smaltimento dei rifiuti.  Il divieto riguarda anche il CSS, cioè quei rifiuti che mandano avanti i cementifici. 
 

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