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Quando l’abito si fa... modest

Sara Aslaoui, direttrice per l'Italia dell'IFDC, spiega come coniugare la bellezza ad un abbigliamento che non indugia sulle forme del corpo e che rispecchia uno stile di vita modesto

Gio 30 Ago 2018 | di Angela Iantosca | Attualità
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Ha il velo che le copre il capo e le spalle, un abito morbido che nasconde, ma fa intuire le forme del suo corpo. I piedi coperti, le mani libere e curate. Il viso rivela una bellezza elegante, intima. Sara Aslaoui (nella foto a sinistra) è nata in Marocco 31 fa, ma da ventisei risiede in Italia. Vissuta a Bologna e poi a Milano, è manager presso l'Islamic Relief Italia, una Ong che raccoglie fondi destinati alle emergenze umanitarie, ed è direttrice per l'Italia dell'Islamic Fashion e Design Council (IFDC). Noi l'abbiamo incontrata nel capoluogo piemontese per parlare di questo suo impegno nel mondo della moda e del Modest Fashion, che, per il secondo anno consecutivo, ha partecipato alla Torino Fashion Week. 

Cos’è il Modest Fashion?
«Il Modest Fashion, da sempre presente nei Paesi di fede islamica o tra i cattolici o ebrei che praticano l’abbigliamento modesto, è un modo di essere, uno stile di vita, un atteggiamento che si ripercuote sulla scelta dell'abbigliamento. Si tratta della scelta di capi che non devono attirare l'attenzione sulle forme del corpo, non devono essere aderenti, né trasparenti, che ricoprono completamente il corpo. Ma poiché in Occidente le donne musulmane sono sempre più emancipate, sentono sempre più forte il bisogno di vestirsi in maniera modest, secondo i principi islamici, ma con stile ed eleganza, seguendo la moda, per sentirsi belle come qualsiasi altra donna». 
Quello del Modest fashion è un mercato globale con un potere di acquisto enorme. Secondo l’ultimo rapporto di Global Islamic Economy, nel mondo, nel 2016, sono stati spesi 254 miliardi di dollari, per un giro d’affari che si prospetta raggiungerà 373 miliardi del 2022: «Il giro d’affari è soprattutto nei Paesi del Golfo, dove il potere d'acquisto è molto interessante. Anche in Italia si registra una crescita». 

Com’è entrata in questo mondo?
«In seconda superiore, da quando ho cominciato ad indossare il hijab (velo utilizzato per corprie il capo - ndr): mi piaceva vestire in un certo modo, ma avevo la difficoltà nel trovare sul mercato ciò di cui avevo bisogno, soprattutto d'estate. Per vestirti coperta devi mettere sempre qualcosa sotto, devi combinare i pezzi e d'estate diventa poco pratica come cosa. Quindi già allora iniziavo a trovare il mio modo di coniugare modest, l'essere musulmana e il mio piacere per la moda. E devo dire che i miei abbinamenti piacevano... Poi, crescendo, ho cominciato a sviluppare l’idea di fare qualcosa per le giovani musulmane come me che stanno in Occidente. Dopo la laurea a Bologna volevo iscrivermi ad un corso di moda, ma costava troppo. Allora ho accantonato momentaneamente l’idea, mi sono trasferita a Milano per un lavoro, cominciando la mia attività nell'ambito umanitario. Poi negli ultimi due anni mi è tornato il pallino della moda. E quindi ho detto questo è il momento. Mi sono iscritta al corso di Fashion Design a Milano. Mi manca solo la collezione finale da presentare e spero di riuscire in qualche modo, anche attraverso al mio impegno con IFDC, a rispondere a questa esigenza mia e di tante altre giovani musulmane europee».     

C'è stato un cambiamento nella moda islamica? 
«L'abbigliamento segue l'evoluzione sociale, il cambiamento storico e dipende anche dal contesto, dalle regioni. Ad esempio, le donne in Occidente appena emigrate dai loro Paesi erano ancora legate alle loro tradizioni e sceglievano di mettersi la lunga djellaba o l'abaya (l'abito che copre tutto il corpo - ndr) come nel Paese d'origine, ora le vedi sempre meno perché sono donne che lavorano e hanno una vita più dinamica, escono, portano i figli a scuola e si adattano al contesto sociale. Quindi optano per un abbigliamento pratico, ma anche stiloso».

Quindi l'abbigliamento non è determinato dalla religione, ma dal contesto sociale?
«In alcuni Paesi, come l'Iran, il tipo di abbigliamento si lega al contesto storico culturale. Da nessuna parte c'è scritto che devi mettere il Burqa. Chi lo mette lo deve fare per una libera scelta. Laddove è la tradizione del Paese a dettare questo modo di vestirsi, io non lo trovo giusto».

Da che età una donna deve coprirsi?
«In maniera modest da sempre, già da bambine… non c'è la cultura di mettere la minigonna o gli shorts. Ricordo che mi vergognavo di andare al mare scoperta, anche da bambina, soprattutto se c’erano degli uomini. Mettevo sempre un pantaloncino e quando entravo in acqua lo toglievo».

Che cosa è la bellezza per una donna musulmana? 
«Il bello è quella cosa che ti emoziona, che ti attrae, ti colpisce. Io sono attirata da tutto quello che è bello sia nell'arte che nel design: mi piace poter ricercare il massimo della bellezza in ogni piccola cosa che mi circonda. Credo che il Modest Fashion rappresenti molto bene il concetto di bellezza a livello di identità, di personalità. È una categoria di moda che non ti fa indugiare sulle forme del corpo, ma che contribuisce a mettere in evidenza l'interiorità». 

Quali saranno le prossime tendenze? 
«A seconda del Paese di provenienza cambia lo stile. Anche solo il modo di mettere il velo sul capo. Per esempio, in Sud Africa si portano veli più colorati, arancioni, rossi, marroni. In Inghilterra e altri Paesi occidentali c'è la moda del turbante. La cosa bella è che nel Modest Fashion non si seguono delle tendenze. Dipende dal target, dal contesto geografico e sociale: è una moda che va fuori dal tempo».

Il 24 settembre sarete a Milano, per la prima volta, alla Settimana della Moda.
«Dopo essere stati due volte alla Torino Fashion Week, per la prima volta saremo a Milano. Per ora sono le uniche città italiane in cui abbiamo sfilato. Non sono moltissimi gli stilisti italiani che disegnano questi abiti».

Il clima che si respira a volte quanto vi danneggia?
«Sicuramente va ad influenzare le masse... Quando si verificano eventi spiacevoli che hanno come soggetto mediatico i musulmani, noti maggiore diffidenza in giro. O quando si fanno campagne elettorali contro determinate categorie. Poi dipende, io su me stessa non ho mai vissuto particolari episodi discriminatori: vedi sull'autobus qualcuno che ti guarda in un certo modo diffidente, qualcuno che non apprezza il tuo capo coperto... Per questo diventa importante creare momenti anche come questo di conoscenza, dialogo, confronto. Anche attraverso la moda si più cambiare la visione: dove c'è il bello si può vedere oltre. Se giri per strada vestita tutta di nero magari alimenti la paura; un altro conto è vedere una donna vestita colorata, ben abbinata e curata, questo può aiutare ad avvicinare chi ha pregiudizi». 

Cos’è la libertà? 
«È quella di qualsiasi altra donna. È potersi esprimere, sentendosi se stessa. Spesso vengono viste le norme da rispettare in termini di abbigliamento come restrizioni, in realtà per me sono condizioni che liberano la donna da certe ideologie di massa piuttosto maschiliste».

L'uomo rispetto questa evoluzione 'stilosa' della donna musulmana come si pone?
«Spero apprezzi! C'è chi apprezza e riconosce l'eleganza e la bellezza, c'è chi lo vede come un andare contro le tradizioni… dipende dalla mentalità dell'uomo».

Cos’è per lei il pudore?
«È qualcosa che sento come innato, è difficile spiegarlo. Direi, sentirsi a proprio agio nei diversi contesti, non percependo uno sguardo in qualche modo malizioso su se stesse: è una forma di protezione della propria intimità».
 

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