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Car Rapide

In Senegal a bordo di uno dei 3000 bus riciclati e colorati

Gio 27 Set 2018 | di testo e foto di Donatella Penati M. | Mondo
Foto di 16

Picchia forte sulla vecchia carrozzeria, Joff. Sembra anche lui, come il deposito dei car rapide, uscito dalla fucina del diavolo . Se Dante fosse passato da Dakar, avrebbe preso spunto da qui per la divina narrazione. Inferno e contemporaneamente Paradiso. Perché ciò che per il nord del mondo è dannazione per il sud è rinascita. E così rinascono a nuova e decorosissima vita anche i pezzi arrugginiti sui quali Joff il carrozziere picchia con maestria antica. E “ce que la n'est pas bon, ici oui" dice "qui, se l'operaio lavora bene, è molto buono, ma se non lo fa questo mezzo ne marche pas”. Questa è un 'Africa che non si piange addosso e che vuole continuare a riciclare i suoi pulmini che sono tra i mezzi più popolari di tutto il Senegal. Prezzi popolari, aria condizionata naturale, tratte anche a richiesta e la varietà di un mondo coloratissimo che sale e scende e non si annoia mai. Quindi anche un modo di visitare l'Africa. Dal finestrino di un car rapide. Ma anche qui non ci si improvvisa e le regole del marketing funzionano. I mezzi scartati da Francia e Belgio vengono inviati qui nel mitico deposito al centro di Dakar stretto tra la zona dei grattacieli delle multinazionali e quella del tribunale. Pieno centro insomma. Ma la legge dei rapides è quella che devono creare indotto e quindi dare lavoro a molte persone. Solo qui sono più di 150. Carrozzieri, motoristi, elettrauti, verniciatori e magici pittori che arabescano questi mezzi come cocchi da fiaba che non farebbero sfigurare  principesse d’alto rango. E quindi sulle fiancate, sul cofano ed ovunque viene narrata la fantasia senegalese. Ed anche la storia. Così compaiono aquile, occhi spalancati sul mondo, figure geometriche e sirene e dove i colori dominanti sono il giallo, il bianco ed il blu. E non mancano “cartoline” da Touba, città cara all’Islam e seconda per fede solo alla Mecca ed i "Santi locali", i Bamba, a protezione di mezzo e corsa e, perché no,  richiamo per i clienti anche stranieri. E così i trasporti non sono più tutta quella malinconia occidentale di sguardi o sui telefoni o alla ricerca di noiose pubblicità o con gli occhi persi nel nulla. Sul car rapide nessuno si annoia e c'è sempre una storia da seguire o un santo da pregare. E poi queste meravigliose macchine, circa 3000 in tutto il Senegal, hanno anche una storia da raccontare, che ha inizio negli anni '60, quelli dell'indipendenza, e che da conduzione familiare  passa a vera e propria micro-imprenditoria. Lat Dior, il Colombane, sono punti storici e paradigmatici di questa Africa con la voglia di fare. E ridare vita anche a ciò che sembra non averne più. Andreas, l'elettrauto che ridà luce ai grandi occhi di questi mezzi che sembrano giochi per bimbi, mi fa osservare che qui viene tutto rifatto e nessun pulmino è uguale all'altro. Pezzi da museo quindi. Ed infatti la storia si riprende quello che aveva abbandonato. La Francia scarta, rottama e poi espone il suo dinosauro,  diventato ora una Ferrari grazie al terzo mondo, nel Musée de l’homme di Parigi. E non come un giocattolo ristrutturato ma nella zona dove si può "capire l'umano". Quasi come un'opera d'arte. Che però, ora, in un tragico contrappasso, in patria sembra incontrare difficoltà a continuare a muoversi. E così, si programma la sostituzione delle macchine vere della fantasia con anonimi pulmini di provenienza cinese ed indiana, bianchi e spogli come dopo un'esplosione nucleare. E  così anche i viaggiatori verranno irradiati dalla malinconia e dalla globalizzazione. E che ne sarà di Joff, nero d'Africa e di olio motore, e di Andreas, che accende i fari più dolci sulla notte d’Africa,  e del giovanissimo pittore di aquile, Marabutti e bandierine francesi, sempre a corto di colori dell’arcobaleno? E il tappezziere, finissimo artigiano che realizza i magici interni ad incastro (fino nei bottoni) di queste sontuose carrozze che arrivano, le sole, fino alle squallide banlieux? E l'uomo dei nastri, che accarezza le strisce di tessuto dai mille colori che finiscono di abbellire e proteggere queste mitiche civette della strada? Ma neppure i loro potenti Bamba possono proteggerli? Ma la determinazione di chi lavora e qualche santo moderno, forse sì. Così raccontano le donne che gestiscono le toilettes ed i baracchini della merce di strada alla stazione dei rapides. Tutti qui, e dal da fare che c'è posso crederci, vogliono continuare a dare vita a questo mondo di fantastica autonomia  e dignità, made in Africa. Nonostante tutte le proposte allettanti e miracolistiche. Ma per i miracoli si stanno attrezzando da anni qui. E intanto pregano tra grattacieli e car rapide.

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