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Quel “quid” che fa la differenza

Un brand di moda etico che propone capi lavorati da donne vittime di violenza, di tratta, invalide, ex detenute, ex tossicodipendenti

Gio 27 Set 2018 | di Nadia Afragola | Attualità
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Dal 18 al 24 settembre, Milano e l’Italia intera hanno acceso i riflettori sulla settimana della Moda, con le anteprime delle collezioni della stagione primavera/estate 2019: 170 collezioni, 60 sfilate. Lustrini e paillettes, passerelle e nomi che hanno fatto la storia tutta italiana dell’alta moda. Ma c’è dell’altro. C’è il Progetto Quid, nelle vetrine di Vivienne Westwood, in Corso Venezia, capace di unire bellezza, innovazione sociale e sostenibilità ambientale. Un brand di moda etico e sostenibile che propone capi di abbigliamento e accessori in edizione limitata, rigorosamente made in Italy. Le collezioni nascono da tessuti di fine serie, messi a disposizione da prestigiose aziende. La differenza la fanno le mani che lavorano quei tessuti. Mani di persone con trascorsi di fragilità, l’80% delle quali sono donne dai 20 anni in su, vittime di violenza o della tratta, ex tossicodipendenti, invalide, ex detenute. Un’occasione di riscatto, in cui si ridisegna la moda, un vestito alla volta. Il presidente è una donna, Anna Fiscale: “Cosa faccio? Creo storie di bellezza”.
 
Chi è Anna Fiscale?
«Un’imprenditrice sociale». 
 
Il progetto Quid cosa è?
«Un progetto di moda etica che vuole dare delle opportunità di lavoro e di riscatto, soprattutto alle donne, con dei vissuti di fragilità. Un’occasione di riscatto per quanti farebbero fatica a trovare lavoro. I tessuti utilizzati per la produzione sono eccedenze di aziende, che in qualche modo hanno scelto di affiliarsi a noi o frutto di donazioni». 
 
Quando parlate di vissuti di fragilità cosa intendete? 
«Lavoriamo con donne vittime di violenza, della tratta, ex prostitute, detenute, alcoliste, tossicodipendenti, persone invalide. Abbiamo aperto due laboratori nel carcere a Verona, superato i 100 dipendenti… poi abbiamo aperto 6 mono marca e inserito le nostre collezioni in altri 100 negozi multimarca. Un braccio etico che passa dall’integrazione sociale, all’imprenditoria».  
 
Come vi trovano? 
«Con il passaparola e poi siamo in una rete di Associazioni del territorio, sia pubbliche che private. Tramite l’Ufficio per il Collocamento, l’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, San Patrignano, sono loro a segnalarci persone che potrebbero fare al caso nostro, con esperienza nel settore o una buona manualità».  
 
La moda può essere etica?
«Basiamo la nostra missione su questo: creare moda etica, giusta, equa, dove viene valorizzato il lavoro che c’è dietro. Il tessuto non viene prodotto con nuove risorse, ma recuperato e impiegato nel territorio. Mi auguro che possa diffondersi sempre di più in modo da poter indossare capi con un senso, frutto di una filiera sostenibile».
 
Ha lavorato nella cooperazione internazionale in India e Haiti, con un focus sull’empowerment femminile, prima di fondare Progetto Quid a 25 anni. Cosa resta di quegli anni? 
«L’entusiasmo nel fare qualcosa che può cambiare la mia vita e quella degli altri. Restano i frutti concreti dei tuoi progetti, la voglia di creare cose belle e grandi». 
 
Offrite opportunità di impiego stabile e crescita lavorativa. Qual è la fascia di età maggiormente coinvolta?   
«Parliamo di 17 diverse nazionalità (70% italiane), di donne di età compresa tra i 19 e i 70 anni, con una maggioranza tra i 40 e i 50. Un 10% sono uomini».
 
Dal 2014 avete un laboratorio sartoriale nella sezione femminile del carcere di Montorio (VR).  
«Da pochi mesi abbiamo un laboratorio anche nella sezione maschile. Le ragazze, finita di scontare la pena, possono decidere se proseguire il lavoro con noi, nel laboratorio reale non quello ricreato in carcere e diventare così nostre dipendenti. Formiamo quelle donne, ma diamo loro anche una concreta opportunità di lavoro. A loro è affidata parte della produzione degli accessori che saranno in vendita nei nostri negozi».
 
Lavorate sul desiderio di riscatto. C’è una storia che più di altre merita di essere raccontata? 
«Una ragazza, conosciuta a Verona, straniera. Aveva un trascorso di grande violenza, era scappata dalla schiavitù. Ha iniziato con un tirocinio, poi è passata a fare l’apprendistato e adesso lavora a tempo indeterminato per noi: è la referente del laboratorio. Abbiamo creato una possibilità di inserimento lavorativo, sociale e da poco si è sposata e si è riscattata anche a livello umano».
 
Tanti i riconoscimenti, compreso il Momentum For Change delle Nazioni Unite e il Civil Society Prize della Commissione Europea Impiego e Affari Sociali. Progetti per il futuro? 
«Ampliare la rete di vendita, coinvolgendo altri partners. Sono tante le linee di moda che potrebbero sedersi al nostro fianco, come ha fatto Intimissimi. Vorremmo vendere anche ad una rete estera, diventando così il player di moda etica europeo di riferimento, dandoci la possibilità di inserire sempre più persone».
 
Nel 2017 avete fatturato 1.9 milioni. Nel biennio 2018-20 è previsto un fatturato di 4.5 milioni. Da dove inizierete? 
«Chiuderemo il 2018 sui 3 milioni di euro di fatturato. La formula vincente? Creare un prodotto bello con una storia da raccontare, che sia etico, ma con un suo design, ad un prezzo competitivo, accessibile e di tendenza».
 
Lavorate con le eccedenze di produzione. Come siete riusciti a farvi dire sì da Calzedonia, Intimissimi…?
«Siamo partiti dal basso, abbiamo bussato alla porta delle aziende, scritto mail, telefonato e ritelefonato, abbiamo raccontato il nostro progetto e invitato la gente a venire a trovarci. Tante porte rimanevano chiuse, tante si aprivano. L’impatto è reale, concreto». 
 
Alla collaborazione con Vivienne Westwood, designer e mente geniale come siete arrivati? 
«La verità? Ci hanno cercato loro. Ero in maternità, e chi se lo dimentica! Avevano in mente un’idea di progettualità condivisa e così sono nati degli accessori, per il momento delle fasce per i capelli con il loro marchio, i loro tessuti ma le nostri “mani”. È un grande onore per noi essere al fianco di un brand di moda internazionale, avere la loro attenzione, ci permette di farci conoscere ad un altro livello».  
 
Entro il 2020 creerete dei programmi per richiedenti asilo, rifugiati. Si possono aprire le porte di casa nostra anziché alzare muri o chiudere i mari?
«È possibile certo ma il tutto deve essere fatto con un piano e dei progetti concreti, finalizzati a creare delle opportunità, dare stabilità. Chiudere le porte o alzare dei muri non è una soluzione. Accogliere è importante».          
 

 


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