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La narrazione che si fa verità

Basta poco perché i fatti reali vengano manipolati con fini strumentali

Gio 25 Ott 2018 | di Angela Iantosca | Editoriale

Si dà più credito alla narrazione che si fa verità, piuttosto che alla verità stessa. Anche se le 'verità' narrate non sempre corrispondono alle verità reali. Perché basta un verbo, un aggettivo, una pausa, un'intonazione per cambiare il senso di un accadimento. E troppo spesso si lascia che il potere dell'affabulazione sia più forte del potere della vita. è così che i fatti rischiano di soccombere sotto il peso delle luci della tv, degli effetti scenici, delle rappresentazioni mediatiche. 

Me ne sono resa davvero conto la prima volta che ho dovuto scrivere un pezzo per un servizio in tv su un fatto di cronaca. Mentre scrivevo continuavo a cancellare virgole, sostantivi, perché ogni pausa, ogni puntino sospeso, ogni segno di interpunzione avrebbe potuto ‘condannare’ o ‘assolvere’ la persona di cui dovevo parlare…  Che responsabilità che abbiamo noi giornalisti! Enorme. 

Eppure, ahimè, accade spesso che ce ne dimentichiamo. Accade e diventa strumentalizzazione politica, senza che chi legge o ascolta se ne renda conto. Accade per distrarre dal reale, dai problemi veri (quelli che forse non si vogliono risolvere), dalle verità positive e per far concentrare tutti sul dettaglio in grado di smuovere le masse, condizionare gli umori, giustificare scelte… 

E alla fine, anche quando ci si accorgerà che la verità è diversa, nell’aria continuerà a rimanere quell’alone di diffidenza. Anch’esso obiettivo della manipolazione del reale. 

 


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