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10.000 orti in Africa

Quando la rivoluzione passa dal cibo

Gio 25 Ott 2018 | di Nadia Afragola | Ambiente
Foto di 12

L’edizione 2018 - la numero 12 - del più grande evento internazionale dedicato al cibo, “Il Salone del gusto – Terra Madre”, è stata capace di coinvolgere 7.000 delegati in arrivo da oltre 150 Paesi e più di 7mila famiglie torinesi che li hanno ospitati, e di trasformare la città di Torino in capitale mondiale del Gusto. 

Il tema di quest’anno era “Food For Change”, con il fine ultimo di dare al cibo delle coordinate ben precise e cioè quelle di uno strumento in grado di avviare una rivoluzione lenta, pacifica e globale partendo da piccoli cambiamenti e dalla consapevolezza delle materie prime. Si è parlato di cibo buono, pulito, giusto e sano e noi abbiamo fatto il punto con Elvis Mbiya Tekadiomona, delegato congolese di Slow Food International, tra i principali sostenitori di “10.000 orti in Africa”, il progetto della Fondazione Slow Food nato per rilanciare l'economia rurale africana, realizzando orti “puliti”, ma soprattutto buoni nei villaggi e nelle scuole africane. 

Il progetto è nato come “1000 orti in Africa” nel 2010, all’inizio del 2014 l’obiettivo dei 1.000 orti è stato raggiunto e Slow Food ha deciso di rilanciare il progetto.

Sono orti creati da una comunità, coltivati con metodi sostenibili, nel rispetto della biodiversità; producono i semi che utilizzano, sono in rete, perché permettono uno scambio di informazioni, ma soprattutto sono aule all’aria aperta, per bambini e per adulti che imparano un mestiere, quello del contadino. 

Elvis Mbiya Tekadiomona, con cui abbiamo parlato, oltre ad essere nella rete di Terra Madre della Repubblica Democratica del Congo, si occupa di bambini disagiati e bimbi di strada nell'educazione scolastica e gestisce l'unica biblioteca disponibile nella sua zona, con una utenza di una popolazione di circa 2mila persone. 

Come è arrivato a far parte della rete di Terra Madre? 
«Ho conosciuto Terra Madre tramite un bollettino olandese del CTA, una Associazione che si occupa di agricoltura in ambito rurale. Avevo letto le informazioni su Slow Food International e ci siamo attivati per entrare a far parte della loro rete, per lo meno fare la richiesta, sperando di essere accettati. La risposta fu favorevole e dal 2015 siamo al loro fianco».

Gestisce l’unica biblioteca disponibile nella sua zona. Come è iniziato il tutto? 
«Sono un pianificatore, mi occupo di formazione, nel 1992 ho fondato l’Associazione Avolar, una ONG che attivamente vuole contribuire alla rinascita socio-economica e socio-culturale delle zone rurali più svantaggiate del nostro paese. Tra le attività di questa realtà c’è il servizio di documentazione e pubblicazione. In questo ambito è nata la biblioteca, l’unica tra le ONG. Ci sono sei università del paese che usano la nostra biblioteca, all’interno della quale c’è una grossa parte dedicata a Slow Food». 

I libri che finiscono in quegli scaffali come vengono scelti? 
«Una parte viene acquistata, ma la maggior parte provengono da donazioni. Parliamo di libri e pubblicazioni non solo dedicate all’ambito rurale, ma che spaziano a 360° in tutti gli argomenti che meriterebbero un approfondimento». 

In pratica cosa fa?  
«Ci sono tanti aspetti diversi che compongono il mio lavoro. Formiamo i ragazzi, sosteniamo a distanza i bambini più vulnerabili, gli orfani, quelli con famiglie in difficoltà, cerchiamo loro dei padrini e delle madrine che diano un sostegno e li accompagnino durante la loro crescita. Siamo il ponte tra le famiglie, i bambini e chi decide di prendersi cura di loro. Recuperiamo le ragazze madri, le formiamo professionalmente attraverso corsi di sartoria, di estetica. È il quinto anno che organizziamo corsi per sarte, il terzo per estetiste. Alla fine del percorso di studi le migliori sono incoraggiate “concretamente” ad entrare nel mondo del lavoro, ad avviare una loro attività in grado di fare ciò che noi abbiamo fatto con loro, formare altre ragazze, altre donne in difficoltà».  

E in ambito agricolo il vostro intervento dove si colloca?
«Qui entra in gioco il sostegno di Slow Food. Ci occupiamo di piccoli allevamenti, diamo aiuto alle famiglie di agricoltori e allevatori nei villaggi, provando a trasformare in reddito il loro raccolto, i frutti del loro lavoro. Lavoriamo in ambito agricolo con 14 scuole elementari, abbiamo avviato degli orti scolastici, i cui prodotti sono venduti e il ricavato è usato per aiutare dei bambini a pagare le spese scolastiche, bambini che senza quell’aiuto non potrebbero andare a scuola. Al momento il nostro intervento è in ambito scolastico non sanitario, aspetto questo in cui è molto difficile intervenire. Grazie ad un finanziamento svizzero abbiamo avviato un progetto per il recupero dell’acqua piovana attraverso la costruzione di serbatoi. Lavoriamo in ambito idrico, con le sorgenti che esistono e si sono esaurite… cerchiamo di rimetterle in sesto in modo che producano ancora acqua potabile e lo facciamo con tutta la tecnologia a nostra disposizione». 

“10.000 orti in Africa” è un progetto che segue dall’inizio. Ci racconta come è nata l’idea? 
«Ho partecipato all’idea dal principio al fianco di Slow Food, che ha i suoi partner e prova a coprire e dare una mano a tutto il territorio africano non solo al Congo, ecco perché non dovete stupirvi se vi dico che nella mia zona solo un orto è stato finanziato da loro. I 14 orti scolastici ai quali abbiamo dato vita tramite Avolar seguono l’approccio e la filosofia di Slow Food anche se sono organizzati autonomamente da noi. Non si usano fertilizzanti chimici, ma organici, insegniamo ai bambini a produrre il compost per far sì che una volta a casa, siano in grado di farlo da soli in autonomia, diventando così un valore aggiunto per le loro famiglie. Non è facile portare avanti tutto questo, c’è quasi una guerra con l’altro tipo di agricoltura diffusa, ma è importante insistere perché i progressi ci sono stati, il messaggio è passato, forte e chiaro, ma per un cambiamento culturale come questo serve tempo, tanto tempo».

Futuro. In che direzione andiamo?
«La parte più difficile in questo momento, anche per via della crisi mondiale, è mantenere costante ed elevato il sostegno a distanza di quei bambini ai quali è negata anche l’alfabetizzazione senza un aiuto che arrivi dall’esterno. Sui progetti puntuali, quelli che iniziano e finiscono, i risultati sono immediati: parliamo del foraggio, delle iniziative in ambito idrico, abbiamo da poco portato l’acqua in una cittadina di 5.000 abitanti grazie al contributo della delegazione belga di Ingegneri senza Frontiere». 

Agricoltura comunitaria. Per farla crescere cosa occorre fare? 
«Fatti concreti. Diffondete il messaggio, uniamo le forze, continuiamo a fare quello che stiamo facendo». 



Istituzione internazionale

Il CTA (Centro tecnico per la cooperazione agricola e rurale) è un'istituzione internazionale congiunta degli Stati dell'Africa, dei Caraibi e del Pacifico (ACP) e dell'Unione europea (UE). Vede l'agricoltura dei piccoli agricoltori come un'attività economica dinamica, moderna e sostenibile e punta a creare valore per i piccoli produttori, gli imprenditori, i giovani e le donne, producendo cibo a prezzi accessibili, nutrienti e salutari per tutti. Si impegna a migliorare la sicurezza alimentare, la resilienza e la crescita economica inclusiva attraverso innovazioni sostenibili in agricoltura. 

 


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