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La startup che ricicla i vecchi jeans

Sostenibilità ambientale e filiera etica sono i capisaldi del progetto che abbatte gli sprechi e coinvolge donne in situazioni di difficoltà

Gio 25 Ott 2018 | di Domenico Zaccaria | Attualità
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Circa 8.000 litri di acqua consumati, ai quali vanno aggiunti i pesticidi e i fertilizzanti utilizzati nella coltivazione del cotone, oltre all’energia consumata nella fase di trasporto. è questo il “peso ambientale” che si lascia alle spalle la produzione di un solo paio di jeans. Da qui sono partiti Andrea Scaparro e Guillermo Hernandez, un fisico romano e un ingegnere messicano, per dar vita ad una startup ambiziosa, che punta a sparigliare le carte in questo affollatissimo settore di mercato.


UN SIMBOLO PARTICOLARE
Identificarsi con un paguro potrebbe sembrare una scelta singolare e, invece, il crostaceo che fa delle conchiglie vuote la propria abitazione, cambiando la corazza in base alla crescita, rappresenta a perfezione il progetto del primo jeans italiano etico e sostenibile. «Viviamo in un mondo dalle risorse limitate - spiegano - e non possiamo in alcun modo sprecarle, ma l’economia circolare ci fornisce una soluzione: vedere il rifiuto come un valore e come una fonte di crescita». Pagurojeans ha chiuso un accordo con l’azienda milanese Italdenim per dare vita a una linea di tessuto 100% cotone, riciclato al 40%. Per realizzarlo, si consuma il 60% in meno di acqua ed il 40% in meno di energia rispetto allo stesso indumento prodotto in modo tradizionale. Tutti gli elementi accessori come tasche, etichette e confezione esterna sono inoltre realizzati con cotone derivante da camicie riciclate. 

UNA NUOVA VITA AL VECCHIO CAPO
I clienti possono inviare alla società solo le misure, ma anche il proprio jeans preferito, e grazie a un algoritmo di loro invenzione i due ragazzi sono in grado di realizzarne una copia digitale, riducendo i metri di tessuto necessari per produrlo. Questo perché “non ha senso tenere un vecchio pantalone che non si indossa più nel proprio guardaroba o, peggio ancora, buttarlo. Se un nostro cliente ci invia un jeans che usa sempre meno perché troppo rovinato, noi gli regaliamo un nuovo futuro: in questo modo può acquistare un nuovo capo senza affollare il guardaroba”. Accanto alla sostenibilità ambientale, il progetto si basa anche su una forte attenzione al sociale, con una filiera di produzione etica, controllata e soprattutto corta: il viaggio di 200 chilometri parte da Inveruno (sede di Italdenim), passa da Carpi per lampo e bottoni e termina a Reggio Emilia, alla sartoria sociale Filo Rosa, dove lavorano donne in situazioni di difficoltà che, affiancate da esperti nel settore della moda, hanno intrapreso un percorso di crescita personale e professionale.


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