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INDIFESE: La condizione delle bambine e delle ragazze nel mondo

700 milioni di donne nel mondo si sono sposate prima dei 18 anni. 200 milioni di donne hanno subìto la mutilazione dei genitali

Ven 26 Ott 2018 | di Angela Iantosca | Bambini
Foto di 16

Ogni anno nel mondo circa 16 milioni di ragazze di età compresa tra i 15 e i 19 anni che vivono in Paesi in via di sviluppo mettono alla luce un bambino. Di queste, circa 2,5 milioni hanno meno di 16 anni. Si tratta di adolescenti impreparate ad affrontare una gravidanza, che, in un caso su due, non è cercata. Sono ragazze che non hanno accesso a programmi di pianificazione familiare e molte di loro sono state vittime di stupri e di matrimoni precoci. 
Si stima che ogni minuto 23 ragazze con meno di 18 anni diventano baby spose, costrette a convolare a nozze con uomini molto più grandi di loro, mettendo così a rischio il loro sviluppo personale e la loro salute. È questa la fotografia scattata dal Dossier “Indifesa” di Terre des Hommes, per far luce sulla condizione delle bambine e delle ragazze nel mondo.

I dati sono allarmanti. Da dove cominciare?
«Il lavoro è complesso – spiega Paolo Ferrara, Responsabile Comunicazione e Raccolta Fondi di Terre des Hommes Italia -. Noi lavoriamo sul livello internazionale e su quello locale. Ed è da questo che dobbiamo partire. La cronaca ci parla spesso di casi di violenza, anche particolarmente drammatici e perversi, ed è una violenza che si esercita sul corpo delle donne. Si consuma all'interno delle mura domestiche ed è frutto di una idea specifica di donna. Proprio da questa idea si deve cominciare, attraverso un intervento prima di tutto culturale. Qualche anno fa abbiamo cominciato a portare i nostri progetti nelle scuole elementari. Perché è fondamentale coinvolgere le nuove generazioni. Fare in modo che siano i ragazzi i protagonisti di una nuova grammatica, attraverso la diretta partecipazione».

Come state lavorando? 
«Siamo partiti con alcuni progetti pilota ed ora con un progetto nazionale di peer education e pratiche scolastiche. Un sistema che cercherà di portare eventi, programmazioni, attività all'interno delle classi delle comunità locali, che vedrà protagonisti i ragazzi a cui affiancheremo educatori. Inoltre, abbiamo coinvolto i Comuni: sino ad ora hanno aderito 100 Comuni italiani per mettere in atto azioni concrete. Tra queste, al primo posto c'è il monitoraggio. Poi l'ascolto e la creazione nelle scuole di un osservatorio permanente. Inoltre, intendiamo promuovere la partecipazione dei cittadini e la collaborazione tra le organizzazioni. Stiamo cercando di mettere in piedi reti che massimizzino il risultato. Per questo avvieremo una collaborazione con la rete dei centri antiviolenza e con lo Uisp, per sensibilizzare sulla violenza nello sport, e con l'associazione PariDIspari».

Perché è così importante sensibilizzare sul tema della violenza sulle donne?
«Da questo tema dipende il futuro del nostro Paese. È importante creare la cultura della partecipazione e lottare contro gli stereotipi, re-immettendo nel mercato del lavoro le donne, dando loro una possibilità di carriera, creando le condizioni legislative che facilitino la conciliazione del lavoro con la famiglia. Sono importanti le azioni concrete perché si attui un cambiamento reale».

Vi state occupando molto dei giovani.
«La violenza, sulla base di ciò che ci dicono i dati raccolti, comincia in età scolare. Tra le coppie più giovani. Tramite una web radio i ragazzi faranno formazione sull'uso dei social media. Inoltre, daremo vita ad una APP che permetterà ai ragazzi di partecipare e condividere. Usando in modo più consapevole la rete che, invece di unire, isola. Oggi i ragazzi si trovano di fronte ad un profondo senso di solitudine e alla paura rispetto allo strumento digitale. Dati raccolti qualche mese fa ci dicono che più del 40% dei ragazzi italiani si sente impaurito rispetto al rischio di violenza e stalking sui social network».

Quando si parla di spose bambine a abusi sui minori si pensa sempre che ciò accada in luoghi arretrati. Ma i dati relativi all'Italia sono altrettanto preoccupanti. Come si interviene?
«Lavoriamo su due assi. Sulle comunità straniere interveniamo culturalmente: lavoriamo sulle famiglie, sui ragazzi e le ragazze. Al di là del rispetto della tradizione, è importante che le ragazze capiscano che l'istruzione è obbligatoria, che devono essere libere di studiare e che la legge non permette che ci sia un matrimonio prima dei 18 anni. Quindi il lavoro sulle donne è fondamentale. Ma è importante anche lavorare sugli uomini, cosa che facciamo a livello internazionale. Per questo stiamo provando a coinvolgere i papà, aumentando la loro consapevolezza. Noi capiamo che dietro la scelta di alcuni padri di dare in moglie le figlie giovanissime c'è il desiderio di dare loro maggiore protezione, soprattutto quando si tratta di luoghi pericolosi o di comunità migranti. Ma devono capire che il futuro al quale si consegnano le proprie figlie è un futuro fatto di violenza, povertà, rinuncia ai propri diritti, sottomissione. Quando riusciamo a lavorare con i soggetti coinvolti riusciamo ad ottenere buoni risultati. Per quanto i dati siano drammatici: ogni anno si registrano più di 12 milioni di spose bambine. Anche se gli sforzi enormi stanno riducendo gradualmente questo numero. Anche in Paesi poveri. E per noi anche un solo caso in meno è una buona notizia!».

Hanno consapevolezza queste bambine della violazione dei loro diritti e della loro persona?
«Il momento scatenante e che le porta poi a chiedere aiuto è quello dell'ennesima violenza fisica, più di quella psicologica che provoca ferite alle quali spesso non si dà un nome. Soprattutto sono spinte a dire basta quando la violenza avviene in presenza di un bambino. Per aiutarle, si fa un lavoro di avvicinamento, basato sulla fiducia. Devono capire che anche in un contesto molto maschilista si può uscirne. Capire che valgono come persone e non solo perché sono sposate con qualcuno. Capire che quando c'è un bambino bisogna uscirne… E soprattutto è necessario fare in modo che, una volta presa questa decisione, sia assicurata la protezione, mettendo in piedi percorsi di reinserimento economico e sociale.  Non si può vivere solo di assistenza. Bisogna fare in modo che le ragazze si sentano protette e poi insegnare loro un mestiere, avendo a disposizione anche un percorso di micro credito…  e questo è il lavoro che cerchiamo di fare!».

Com’è il vostro rapporto con le istituzioni?
«Ogni Paese è diverso. Ci sono Paesi in cui si lavora tanto con le istituzioni. In altri è più difficile. In alcuni la situazione si è complicata perché è cambiato il contesto politico. Per esempio, in Bangladesh sono stati fatti passi indietro, anche in termine di legislazione. Quindi noi facciamo un grande lavoro a livello di comunità, ma se poi manca il supporto delle legge e delle istituzioni diventa difficile dare un sostegno e mantenere le promesse…».                                                                            

ISTRUZIONE E BAMBINI
Sono 263 milioni i bambini e i ragazzi tra i 6 e i 17 anni che non hanno accesso all'istruzione, ci dice il report “Indifesa” di Terre des Hommes. Dal 2000 il dato si è ridotto annualmente di 1 milione. Come si è assottigliata la differenza tra maschi e femmine: nel 2000 il 54% dei 378 milioni di bambini e ragazzi che non potevano frequentare la scuola era di sesso femminile. Nel 2016 la percentuale è scesa del 50%. Ma, in caso di conflitto, il 55% dei bambini della scuola primaria che non frequenta più lezioni è di sesso femminile. Ma perché è così importante la scuola?  Perché grazie alla scuola, dalle bambine si allontana lo spettro del matrimonio precoce e le conseguenti gravidanze.
Si calcola che al mondo ci siano 758 milioni di adulti che non sanno leggere né scrivere: il 63% sono donne. L'analfabetismo è un riflesso della discriminazione di genere e un fattore che moltiplica la povertà femminile. Le persone analfabete guadagnano il 42% in meno rispetto a chi sa leggere e scrivere. Inoltre, le donne meno istruite sono facilmente vittime di sfruttamento: in Giordania il 25% delle donne che vive in campagna e che ha completato solo il ciclo di istruzione primaria lavora senza essere pagata. Lo spiega anche la Banca Mondiale che garantisce a tutte le bambine e ragazze l'accesso ad un'istruzione di qualità per un periodo di 12 anni, che permetterebbe di liberare un potenziale enorme, anche dal punto di vista economico, che oscilla tra i 15mila e i 30mila miliardi di dollari. 

VITTIME DI TRATTA
Tra il 2004 e il 2014 la quota di bambine e ragazze vittime di tratta è raddoppiata, passando dal 10 al 20% del totale. In crescita esponenziale anche la quota delle piccole vittime di sesso maschile: dal 3 all'8%. I minori rappresentano il 28% del totale delle vittime di tratta, ma con profonde differenze tra un continente e l'altro.

MUTILAZIONI GENITALI FEMMINILI
Secondo l'OMS sono circa 200 milioni le donne che hanno subìto una mutilazione genitale e vivono prevalentemente in 30 Paesi. Tra queste più di 44 milioni sono bambine con meno di 15 anni. Eppure ci sono stati dei progressi: se nel 2000 nei 30 Paesi in cui è più diffuso questo fenomeno una ragazza su due subiva una mutilazione genitale, oggi il rapporto è di una su tre nella fascia 15-19 anni. Questo anche grazie allo sforzo di Unicef e UNPFA (Agenzia delle Nazioni Unite per la popolazione). Tuttavia la crescita demografica in alcuni Paesi minaccia di annullare gli sforzi. Solo nel 2015, 3,9 milioni di ragazze hanno subìto il taglio e entro il 2030 il numero arriverà a 68 milioni. In Italia sono circa 70mila le donne di origine straniera di prima generazione che hanno subìto una mutilazione. 

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Il buon esempio cambia il mondo


Fondazione Pangea in Afghanistan ed in India aiuta le donne vittime di violenza

di Nadia Afragola

Il 25 novembre è la Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne, una ricorrenza istituita dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite che trova pieno appoggio in una Onlus tutta italiana, che opera anche in Afghanistan e in India: Fondazione Pangea Onlus. Aiuta le donne vittima di violenza domestica, ma non solo. In Afghanistan, dal 2003 ad oggi, ha aiutato con il Progetto Jamila, nell’area di Kabul oltre 5.000 donne, 600 in Italia, 500 in India. Non fanno beneficienza, non portano a quelle donne denaro, ma le formano per creare delle micro-imprese attraverso l’assegnazione di micro-crediti, che possono variare da un minimo di 120 a un massimo di 500 euro, da restituire nell’arco di un anno. Lavorano attivamente per migliorare le condizioni delle donne e delle loro famiglie, conoscendo i limiti e le contraddizioni delle tradizioni culturali. Insegnano un lavoro, cosa siano i diritti umani, la salute riproduttiva, come affrontare le situazioni discriminatorie. A capo di tutto ciò c’è Luca Lo Presti, ex odontotecnico con la passione per i viaggi. 
 
Pangea nasce da una sua pazzia e da uno sconosciuto che le fece avere un assegno di 260mila euro. È vero? 
«Quei soldi sono arrivati dopo la mia pazzia e furono una manna dal cielo. Facevo da tempo volontariato con Amnesty International pur avendo una mia professione. Nel 2002 ero in Romania per fare un monitoraggio richiesto dall’Europa legato alla chiusura degli istituti totali (orfanotrofi, manicomi). Trovai bambini dai 2 agli 11 anni legati, sporchi, malnutriti. Autistici per le torture subite, sembrava un campo di concentramento. Un inferno che il governo aveva deciso di cancellare. Tornato in Italia di li a poco ricevetti una telefonata da quell’istituto, mi dicevano che sarebbero stati buttati fuori. Ho sentiti piangere al telefono quei bambini, feci mio quel dolore e d'impulso dissi: "Li prendo io, tutti!".  Ebbi quasi un collasso, era inizio 2002, chiesi soldi al mondo intero per quei bambini. Pangea nacque a luglio dello stesso anno, grazie a quello sconosciuto che posò la prima immensa pietra sulla quale poi abbiamo costruito tutto ciò che è venuto dopo. Mi diede 1000 euro per ogni bambino».
 
All’origine un viaggio in India che l’ha letteralmente spogliato di tutto. Cosa successe? 
«Le cose che accadono sono delle sommatorie. Una quercia nasce da un seme, non dimentichiamolo! In India la prima volta ci andai a 20 anni, dopo il militare. La povertà era sotto gli occhi, ma mentre andavo in aeroporto da sotto un ponte dei bambini mi toccarono la scarpa, mi chiesero aiuto. Gli diedi tutto quello che avevo e decisi di rimanere lì per un po’. Smisi di andare al mare in Liguria, Spagna e Grecia, mi legai in qualche modo ad Amnesty, dovevo fare qualcosa. Non era “solo” la povertà il problema, ma le violazioni dei diritti umani. Acquisii una consapevolezza politica dal punto di vista sociale e non partitica intorno alla questione. In India credevano che morire di fame fosse la punizione per essere stati “cattivi”: una fede al contrario. A 55 anni ho fatto bagaglio di tutto quello che ho visto, applico tecniche di microfinanza, lascio alla filosofia il tempo che trova e vedo Dio in ogni persona, ecco perché credo che tutti abbiano una buona ragione per stare bene».
 
E così nel 2002 ha adottato 262 bambini rumeni. 
«Presi in carico il loro casermone scioccato dall’indifferenza delle persone che erano con me. Alla gente che salvava i migranti a Lampedusa proposero il premio Nobel, ma perché? Dovrebbe andare in galera chi non li aiuta. E se fossero napoletani o milanesi? Non sono gesti eroici, ma umani. Tornando ai 262 bambini, il giorno che quell’uomo tramite i suoi legali mi fece avere quell’assegno pensai che se Dio esisteva si era appena manifestato. Giorni dopo davanti ad un notaio è nata Pangea senza avere idea di quello che sarebbe diventato. Il nome? Fu dato da mia sorella, è un geologo, letteralmente vuol dire il mondo intero, e da una raccolta fondi per un calendario nacque il logo, dall’idea di un amico, era l’ultimo dei miei problemi».
 
Cosa è oggi la discriminazione? 
«L’assoluta prova certa che l’uomo è ignorante, egoista e discrimina in base a dei parametri sfasati, senza considerare l’opinione altrui. Ognuno di noi se discute ha ragione, perchè vive in un mondo in cui si crede l’unico esemplare dell’universo. Invece siamo la parte di un insieme che non è privato e in quanto tale va rispettato. Discriminiamo a caso, per la razza, il genere, il sesso. Non c’è limite all’ignoranza, un giorno magari discrimineremo tutti quelli sotto i numeri pari, non tenendo conto che potremmo poi essere noi quelli a chiedere aiuto».
 
Un mondo più bello… è utopia, è favola per bambini o possiamo farne una missione concreta?
«La pace si crea con il rispetto: se la vogliamo c’è. Se solo ci portassimo rispetto potremmo vivere in un mondo più bello. Ma a noi la pace fa schifo, pensiamo che il mondo sia qualcosa di privato che vivo solo io».
 
Pangea sembra un progetto fatto da donne per le donne. È vero?
«Il nostro punto di partenza è non discriminare nessuno. Pangea si occupa di violazioni dei diritti umani non delle donne, se parcellizzo manco di rispetto alle donne. Ma ho anche uno sguardo consapevole sul mondo e so che loro sono, insieme ai bambini le categorie più colpite e per avere una certezza di comprensione ho bisogno di donne che parlino ad altre donne, senza imbarazzo alcuno. Sono un uomo e nella maggior parte dei casi assomiglio a chi quelle donne le ha violate. Sia chiaro che il problema non è al femminile, ma globale».
 
Perché è così difficile essere donne, oggi, in ogni angolo del mondo?
«Sta diventando difficile essere uomini e questo genera violenza, mancanza di comprensione reciproca. Anche le donne sono confuse rispetto ad un tempo in cui avevano dei ruoli definiti. Mio figlio ha 11 anni, ha degli amici gay dalle elementari, a cui magari non piace il pallone, ma non è un problema per lui, l’orientamento sessuale non gli impedisce di andare in bagno insieme. Sono amici, non hanno filtri concettuali dettati dal contesto, che li portano agli estremismi. La chiave è sempre una: combattiamo l’ignoranza. Devo amarti come amo me, tutto qua».
 
Pangea si trova in Italia, in Afghanistan e in India. Attivamente cosa avete fatte per queste tre popolazioni? Come si sceglie chi ha più bisogno?
«In India ho passato la giovinezza, in Afghanistan mi portò Amnesty, sono popolazioni alle quali sono molto affezionato, oltre ad essere accomunate da problematiche simili. Con Pangea siamo stati anche in Africa e in America Latina, il ragionamento però ti porta a fare delle scelte, non puoi aiutarli tutti, non riesci, ma da qualche parte devi iniziare. Non mettiamo delle bandierine sul mappamondo, diamo un servizio e una certezza di presenza. Ti aiuto dopo che ti ho dato ascolto, ho fatto due conti e ho trovato i soldi necessari per venire da te e aiutarti. Solo con quei 262 bambini rumeni mi sono mosso senza avere una certezza, era l’inizio, ero pazzo e probabilmente a Dio i pazzi piacciono. Per quanto riguarda l’Italia durante una conferenza in Campania sulle problematiche delle donne in Afghanistan, una signora mi avvicinò, mi disse che avevo una visione parziale del mondo e mi chiese se ero al corrente di ciò che accadeva alle donne in Italia. Gli dissi la verità, gli dissi di no, gli dissi che volevo capire, mi agganciai ad un centro antiviolenza e con tanta fatica (sono pur sempre un uomo) e iniziammo a lavorare anche in Italia».
 
Avete promosso azioni di microcredito in Afghanistan. A distanza di anni cosa resta?
«Resta tutto. L’inizio fu faticoso, non siamo l’Unicef e neppure Save the Children, siamo nati con mille euro in tasca, 5 donne e senza la consapevolezza di quello che stavamo andando a fare. La mia vita è fatta di casualità e volontà di fare degli atti precisi e concreti. Non sapevo cosa fosse il microcredito fin quando non mi trovai a casa di una vedova con 4 bambini, dei polli e le loro uova che venivano portate al mercato dai bambini. Poi le uova iniziarono ad arrivare in batteria dal Pakistan e quei bambini smisero di mangiare. Che ci facciamo con le uova? Il pane, dei dolci… bene, poi lo vendi e mi ridai nel tempo quanto ti ho anticipato per permetterti di dare il via alla tua attività. Siamo partiti dall’anello debole, le vedove, e per il resto ci siamo limitati ad ascoltare le donne».  
 
Violenza contro le donne. Siete al lavoro ad un progetto che sarà presto operativo. Ci anticipa qualcosa?
«È un progetto ambiziosissimo che darà vita a una nuova rete di aiuto per le donne, creata dalle donne per le donne. Un progetto che nasce dalla consapevolezza che troppe volte l’aiuto portato non è professionale. Una rete non alternativa alle reti esistenti, ma compensativa, integrativa, nazionale».
 
Come si cambia il mondo? 
«Con il buon esempio. Se vuoi mi perdo in mille parole… ma basta iniziare poi qualcuno mi verrà dietro anche se ci vorranno mille anni».
 
È felice? 
«No e non ricerco neppure la felicità. Mi basterebbe essere sereno. Se sai che ogni secondo un bambino muore, se sai che a giorni alterni una donna in Italia viene uccisa, come fai ad essere felice? O vivi nella totale ignoranza del fatto che tutto ciò accade o cerchi un minimo di serenità nella consapevolezza che stai provando a lasciare il mondo migliore di come lo hai trovato. Alcune cose le ho imparate crescendo mio figlio. Lui è il mio futuro, il mio buon esempio».                  
 
 

 

Siamo fatte della stessa sostanza degli uomini


La parola alla psicoterapeuta Rosella De Leonibus: “la prima difficoltà è riconoscere la violenza psicologica”

di Emanuele Tirelli

L’importanza di riconoscere alla donna la stessa sostanza umana, sociale ed economica dell’uomo è estrema. E a questa mancanza sono riconducibili due problemi diversi tra loro, ma profondamente collegati alla stessa matrice: la violenza sulle donne e le spose bambine. A parlarne è Rosella De Leonibus, psicologa-psicoterapeuta, didatta all’Istituto di Psicoterapia della Gestalt Espressiva di Roma.

Qual è la prima difficoltà che incontra la vittima di violenza psicologica? 
«Riconoscerla. La violenza cresce gradualmente e viene normalizzata dall’autore. La vittima la attribuisce a stress e nervosismo o pensa che sia una reazione a un proprio comportamento sbagliato. Avviene sempre nell’ambito di una relazione affettiva ed è per questo che, prima di considerarla come una violenza, la vittima la percepisce in modo diverso. Ma la colpa è anche di radici culturali molto forti che portano la donna a pensare di “dover” sopportare». 

E cosa accade per quella fisica?
«Distinguiamo botte e percosse dalla violenza sessuale. Le prime avvengono quasi esclusivamente all’interno di relazioni affettive che stanno terminando o che sono appena finite. Ma prima c’è già stato un percorso di violenza psicologica. Quella fisica è un’evoluzione che arriva spesso quando la vittima vuole smettere di subire, reagisce o accenna una reazione. L’autore non sopporta che il suo potere venga messo in discussione e cerca di ristabilire la sua posizione. A questo punto, capita anche che la vittima rientri nel concetto dell’essersela cercata. Per denunciare è necessario avere un referto medico del Pronto Soccorso. I testimoni, inoltre, non ci sono quasi mai perché avviene tutto nelle mura domestiche. E, ancora, ci sono il timore di ritorsioni e la paura di dover affrontare un cambiamento totale di vita per essere accolti dalle “Case di fuga”».

Quanto è importante il percorso psicologico per la vittima?
«La violenza psicologica, che sempre precede quella fisica, desoggettivizza, crea un allontanamento dalla propria umanità, dalla rete e dai supporti sociali. Assistiamo a una distruzione dell’autostima ed è necessario ricostruire la reale percezione di sé, il valore che la vittima dà a sé stessa». 

Qual è invece il contesto delle spose bambine?
«Un report dell’Associazione 21 Luglio del 2017 sulle baraccopoli di Roma ci ha mostrato un dato preoccupante: il 77% di matrimoni precoci, con una ragazza su due che si sposa tra i 16 e i 17 anni, e una su cinque tra i 13 e 15 anni. Il tasso è più alto che nel Niger, capitale mondiale delle spose bambine. E non dipende tanto dalle etnie, quanto dalle condizioni economiche».

La scolarizzazione gioca un ruolo fondamentale?
«Certo, in questo caso nella sua assenza. Limitare la dispersione scolastica e favorire l’istruzione non hanno solo una valenza culturale, ma permettono anche di incidere positivamente sul peso economico: una donna che studia può avere un futuro indipendente davanti a sé e non gravare nemmeno sulla famiglia, abbattendo la necessità di darla in moglie in giovane età. In Italia sono in aumento anche le gravidanze nell’adolescenza, ma più che altro per una forma di riscatto da una famiglia violenta o disfunzionale. E in questi casi la gravidanza interrompe spesso l’esperienza di coppia, quindi ci troviamo in una dinamica differente».

Quali sono le conseguenze per le giovani spose?
«Innanzitutto quella di abbandonare la scuola e ogni contatto estraneo alla casa coniugale. Viene tagliata quasi sempre fuori dal mondo, diventando ancora più fragile, e spesso subisce violenza domestica e abusi sessuali. Nelle circostanze estreme diventa una schiava domestica, senza lo status di moglie sperato, ma con quello di domestica non pagata, con prestazioni sessuali annesse». 

 


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