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Giovanna Mezzogiorno: la regina del cinema italiano

Al Liceo era una "capra" e sognava la danza

Mar 01 Set 2009 | di Angela Iantosca | Interviste Esclusive
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Nei suoi occhi si intravede il suo mondo, si legge la sua profondità, la sua bellezza, che va al di là di quella fisica: si legge una attenzione per le piccole cose, un essere riservata e schiva, si intuisce la sua forte passione per la vita, l'amore vissuto intensamente, il suo essere schietta e priva di preconcetti, il suo preferire un jeans ad un abito da sera, una cena a casa di amici ad un ricevimento. Ma si legge anche un dolore difficile da dimenticare, quello per la scomparsa prematura del padre.
Quindici anni fa moriva tuo padre, l’attore Vittorio Mezzogiorno, ed oggi lo ricordi in un documentario "Negli occhi", da te prodotto e 'interpretato', che viene presentato alla 66a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Quali ricordi conserva

Giovanna di suo padre?
«I ricordi di mio padre sono infiniti, come è normale che sia per una figlia. Nel documentario, però, ho cercato di parlare della sua vita, quella professionale, di cui io sono la voce narrante. Si tratta di un progetto nato un anno e mezzo fa da un'idea di due registi, Daniele Anzellotti e Francesco Del Grosso. Io ho accettato di buon grado, prendendo questa decisione molto serenamente. è passato tempo a sufficienza per poter affrontare un argomento così doloroso con il giusto distacco. è passato il tempo giusto per affrontare il tutto con non troppa emotività, ma sempre con emozione».

Cosa ti aspetti dal Festival di Venezia?
«Vivo questa presentazione con tranquillità, non con delle aspettative particolari. I documentari, soprattutto in Italia, non hanno un vero e proprio mercato: sarà proiettato al Festival e poi distribuito in dvd, sperando che piaccia, che trovi la giusta visibilità e che la gente poi lo voglia acquistare!».

Cosa hai imparato da tuo padre?
«Ho appreso da lui come affrontare la professione, il senso del rigore e della serietà. è qualcosa che mi porto dentro. Per il resto, siamo diversi, sia perché lui è un uomo ed io una donna, sia per il percorso professionale profondamente differente, sia per la distanza temporale che crea, inevitabilmente, delle distanze professionali».

Come è cambiato il rapporto con tua mamma (l’attrice Cecilia Sacchi) dopo la perdita di tuo papà?
«Si è arricchito, indubbiamente, pur essendo sempre stato molto forte e pur essendo sempre state molto insieme e vicine. Dopo la morte di papà, a 19 anni, sono andata a vivere a Parigi, eppure il legame si è intensificato ancora di più. Ci sono stati momenti di forte lontananza, ma era solo fisica».

Cosa ti ha detto quando hai deciso di intraprendere la carriera di attrice?
«Mia madre ha seguito sempre la mia carriera e mi ha sempre sostenuta. è una donna particolare ed estremamente intelligente: non è mai stata invasiva, mi ha dato dei consigli solo nel momento in cui li ho chiesti io, non ha mai esercitato alcun tipo di pressione».

Come ha reagito quando le hai comunicato che avresti realizzato questo documentario?
«Diversamente da come ci si può aspettare da una moglie e da una madre: non ha proferito parola. Ha rilasciato solo una intervista a riguardo, ma solo perché l'abbiamo richiesto io e i registi. Altrimenti so che non l'avrebbe mai fatto».

Cosa ti ha portato ad intraprendere questa carriera?
«Un insieme di moltissime cose. Quando ero piccola, avevo rifiutato questa idea, proprio perché sembrava un passaggio scontato, avendo entrambi i genitori attori. Poi, mi è stato proposto uno stage teatrale ed ho accettato, con tutte le perplessità del caso. Alla fine, mi sono convinta che quella era la mia strada, perché mi piaceva stare sul palco e piaceva agli altri vedermi recitare».

In realtà cosa pensavi di fare da grande?
«La ballerina! Ho studiato per anni danza classica...».

Ho letto una tua intervista, molto divertente, risalente agli anni della adolescenza, in cui raccontavi delle due bocciature subite alle scuole Superiori e di come tuo padre ti abbia presa per mano, senza giudicarti o punirti, cercando di comprenderti. Che ricordi hai di quel periodo?
«Sono stati periodi tragici (ride divertita - ndr)! Ero una capra, ero distratta, sofferente, ero come tutti gli adolescenti, avevo poca voglia di studiare, non riuscivo ad assimilare perché non mi concentravo...».

Quali scuole hai frequentato?
«Le ho girate tutte! No, scherzo... Prima ho frequentato il Liceo Classico, da cui mi hanno cacciato a pedate, giustamente, e poi il Linguistico!».

Quale è il ruolo più difficile che hai interpretato?
«Sicuramente il ruolo dell'ultimo film di Marco Bellocchio, "Vincere" (in cui interpreta la prima moglie di Mussolini - ndr). Per l'intensità che ci ho messo, perché avevo voglia di far bene, perché volevo far vedere qualcosa di nuovo, perché sentivo che mi avrebbe cambiato, intimamente. è un ruolo che mi ha lasciato qualcosa di più, è stato un punto di svolta. Ho sperimentato un nuovo tipo di lavoro attoriale che richiedeva un certo tipo di preparazione, sono voluta andare in territori poco conosciuti. Ho voluto fare di più... non che fino ad ora mi sia impegnata di meno (sorride - ndr)».

Che ruolo vorresti interpretare ora?
«Non ho in questo senso un particolare obiettivo: non ho un ruolo dei miei sogni, anche perché non credo sia giusto averlo. Non mi piace avere dei preconcetti, ma essere un'attrice eclettica».

Hai lavorato non solo con registi italiani, ma anche con Wim Wenders, con Mike Newell, con Marie-Anne Chazel e Cyril Gelblat. Hai preso parte alla Notte degli Oscar con "La bestia nel cuore" della Comencini: quanto ti attira il cinema d'oltralpe e oltreoceano? 

«Mi attirano i progetti interessanti, da qualsiasi direzione provengano. Non sogno Hollywood, non sogno l'America, ma dei bei ruoli. E non mi accanisco per avere una carriera americana».

Cosa manca al cinema italiano?
«Il cinema avrebbe bisogno di maggiore equilibrio. Dovrebbero avere lo stesso spazio i film piccoli, come quelli grossi. E i soldi dovrebbero essere distribuiti in maniera più attenta. La cosa più importante, però, è che il cinema italiano non incassa. La gente in Italia dovrebbe imparare ad andare al cinema».

Come è il pubblico americano?
«Sicuramente è un pubblico preparato, abituato a film commerciali. Il cinema d'autore interessa poco, a meno che non sia americano!».

Osservandoti, dài l'idea di essere una donna d'altri tempi. Tu come ti senti?
«Nessuno mi ha mai posto questa domanda e questo depone a tuo favore! Comunque lo prendo come un complimento! Non so, non ci ho mai pensato... Devo dire che sono una donna moderna, che vive il suo tempo, sono dinamica, ma ho dei principi, dei valori molto forti e degli aspetti  'conservatori', ma sono una progressista!».                




 


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