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Silvio Muccino. La mia Africa

Attore, scrittore, sceneggiatore e regista... ma a Sanremo non lo vedremo mai

Ven 28 Ago 2009 | di Boris Sollazzo | Interviste Esclusive
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Silvio Muccino, il giovane Re Mida. A diciassette anni divo adolescenziale e primo alfiere, con il fratello Gabriele alla regia, del cinema giovanilistico, genere poi spolpato vivo dal cinema italiano per racimolare un po’ di soldi. A ventidue sceneggiatore di “Che ne sarà di noi”, a 26 regista del suo primo film con risultati molto lusinghieri: “Parlami d’amore” - tratto dal romanzo omonimo scritto da lui e Carla Vangelista - con Carolina Crescentini, che ha portato a casa ben 8milioni di euro. Con Cattleya - casa di produzione con cui ha instaurato un rapporto pluriennale - ora tenta la seconda avventura, “Un altro mondo”. Squadra che vince non si cambia, se non in minima parte: questa volta il libro omonimo vede come attrice solo la sodale Carla Vangelista (“questa volta io ero il regista in attacco - sorride - e lei l’autrice in difesa della sua opera: ma lei è intelligente ed è anche sceneggiatrice, ha sofferto ma ha capito e mi ha aiutato molto”) e alla macchina da presa sempre lui, l’enfant prodige del cinema italiano, senza più la “zeppola” e non più “selvaggio come mi descriveva Verdone, si cresce tutti”. Non ha ancora scelto gli attori principali (se non se stesso e uno scricciolo di colore dall’intelligenza e la vivacità sorprendenti) e si appresta ad andare sul set. Molto lontano, fino in Africa. Un viaggio cinematografico e personale.

Dopo una storia romana, ti spingi fin verso il Kenya.
«Volevo una storia che mi portasse ancora più lontano, anche geograficamente. Che mi trascinasse, mi entusiasmasse. Ricordo ancora quando portai il romanzo di Carla a Riccardo Tozzi, convinto di avere una bomba tra le mani. Un libro talmente bello che non eravamo sicuri che sarebbe stato possibile farne un film: non a caso ci son volute otto stesure della sceneggiatura!».

Silvio Muccino non sa sedersi sugli allori.
«Semplicemente lavoro in un contesto stimolante e ho amato molto questo romanzo, mi è venuto naturale voler affrontare questa nuova avventura. L’opera prima è uno stress, così come confermarsi, ma “Parlami d’amore” era tanto atteso che ora mi sento rassicurato, il grande salto è stato già fatto. Sono nervoso, quindi, ma anche sereno».

Perché l’Africa come nuova sfida?
«Mi viene in mente un bell’aforisma di cui non ricordo l’autore: "l’inconscio è un’Africa interiore". Nessuno vuole fare i conti con entrambi. È un continente scomodo che il mondo continua a guardare da lontano, senza sporcarsi le mani. Convinti che basti la beneficenza e invece serve attenzione vera, lavoro, progresso. Non dargli qualcosa, ma insegnar loro come essere indipendenti. L’Africa è una grande mamma e anche in questo mio film ha tanti aspetti: comici, drammatici, difficili, indecifrabili. Sto imparando a conoscerla e ho voglia di affrontare quest’avventura, cinematografica e umana».

Racconti un viaggio di crescita e cambiamento.
«Il mio Andrea è un ragazzo della Roma bene, uno che scivola sulla vita, con un padre fuggito in Africa - come molti maschi italiani fanno - e che lo costringe, mandandogli una lettera in punto di morte, a incontrarlo di nuovo. E lì troverà il figlio avuto da lui con una keniota, Charlie (Michael Rainey Jr), il suo fratellastro. Che cambierà la vita sua e di Livia, la compagna, afflitta da disturbi psicoalimentari. È un film sulla paternità, voluta, negata, sofferta, scoperta».

Il piccolo Michael come l’hai scovato?
«Guardando la tv, ero con Carla Vangelista e parlavamo del film. Eravamo molto stanchi e passa una canzone molto bella di Tiziano Ferro su Mtv: la sentiamo, guardiamo il videoclip e scopriamo che questo ragazzino rubava la scena a Tizianone. Io ho capito subito che era lui, Carla ha detto “abbiamo trovato Charlie”. Un fenomeno, un Dakota Fanning, uno che ha imparato a recitare in italiano in una settimana e con cui ci capiamo al volo. è impossibile non divertirsi con lui, è un grande (se lo coccola teneramente, tra buffetti e dispetti - ndr)».

Ancora gioventù bruciata. Anzi, “bollita”.
«Sbagli, credo molto in questa gioventù, credo che la nostra generazione si stia “armando” per reagire a questo stato depressivo che la società impone loro, vedo ragazzi che vogliono fare, uscire da questo paese e dal suo futuro non futuro. Non a caso i miei sono protagonisti fragili che si rimettono sempre in piedi. Trovo romantica l’idea di uno zoppo che ricomincia a correre e arriva a vincere i 100 metri alle Olimpiadi, credo che lo spirito dei miei racconti cinematografici sia sempre questo».

Giovani schiacciati dal conflitto generazionale?
«Questo è un road movie che alla fine evidenzia la difficoltà di un confronto tra generazioni diverse, cercandone uno con le proprie radici, che è la cosa più sana che si possa fare. Questa tendenza mi sembra diventata importante anche per altri registi che sentono il bisogno di confrontarsi con il passato e di conoscersi meglio. E credo che sia qualcosa di molto positivo e antico, ricordiamoci sempre la scritta sul tempio dell’Oracolo di Delfi “Conosci te stesso”. Uno dei segreti della vita».

Consigli da tuo fratello? Ora vi riparlate?
«Nessun consiglio, cerchiamo di non condizionarci. Sui nostri fatti privati (sul “Venerdì“ di Repubblica Gabriele - con Silvio nella foto in alto - ha rivelato che il fratello minore sarebbe depresso, su “Vanity Fair” Silvio ha tranquillizzato tutti sul suo stato emotivo e ha detto che non si sentono da un anno) non parlo, sono cose mie e nostre: io mi sento benissimo, non è vero che soffro. Certo, non siamo come i fratelli Coen, lo ammetto. Potremmo essere come Ridley e Tony Scott, però. Bel paragone, no?».

Un bambino nero che ricorda Jaden Smith, il piccolo divo figlio di Will che tuo fratello ha diretto ne “La ricerca della felicità”.

«Fammi capire, allora non si può più girare un film con un bimbo nero, allora? Dicono tutti che assomiglio a Russel Crowe, ma non per questo mi metto a fare “Il gladiatore”. Mi sembrano due storie e due personaggi completamente diversi: qui siamo fratellastri, lì era un rapporto padre-figlio, e la lotta che si trovano a vivere i personaggi nei due film, le loro vite, sono completamente diverse. Se proprio devi fare un paragone, questo film è più simile ad “About a boy”».

La prossima sfida? Dirigere senza recitare?
«Non solo. Presto vi farò una sorpresa “giocosa”. Ma tranquilli, a San Remo non mi ci vedrete mai!».                                                    


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