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Erik Gandini: basta apparire la tv italiana e le sue perversioni

Erik Gandini mostra in un documentario la telecrazia italiana: Rai e Mediaset rifiutano di trasmettere la pubblicità

Lun 28 Set 2009 | di Manlio Dolinar | Interviste Esclusive
Foto di 4

Erik Gandini ci aveva già parlato di Che Guevara, Bosnia e Guantanamo. Il suo Gitmo, girato con Tariq Saleh, mostrava con asciutta e impietosa precisione la prigione in cui i diritti umani sono stati violati da un’America e da un Occidente che lì si sono tolti le maschere ipocrite che vestivano. Un viaggio, un metodo replicato non più fisicamente, ma moralmente in Videocracy - Basta apparire. Gandini è un’Alice che si getta a capofitto nel paese delle meraviglie televisive e, dietro a luci e paillettes, a quiz da decerebrati e seni floridi, trova orrori come accadeva a Saviano (e Garrone) in Gomorra. L’Italia spiegata agli stranieri e a quegli italiani che si sono stancati del proprio paese: "un documentario creativo, non ho pretese di obiettività e neutralità: in questo lavoro la mia spinta è emotiva e personale, prima che politica”. Ne esce fuori un capolavoro che ci schiaccia al muro delle nostre responsabilità, che racconta la berlusconizzazione dell’etica e dell’estetica, le perversioni rappresentate dai Fabrizio Corona e i Lele Mora, dagli ingranaggi di un meccanismo terribile e collaudato. Non un pamphlet e una demonizzazione di un solo uomo, per quanto potente e prepotente, ma la denuncia chiara, essenziale, inevitabilmente tragicomica di un sistema paese schiavo del piccolo schermo.

In Italia l’informazione rischia di diventare come quella Usa in Iraq, se già non lo è. Querele ai giornali, strategie intimidatorie. È un processo irreversibile quello in atto?
«Non lo so, di sicuro dovevamo agire molti anni fa, quando tutto questo nasceva e cresceva. Questa tv, questa videocrazia, che ai miei amici scandinavi fa tanto ridere, cogliendone i lati grotteschi e comici, a me fa paura. Ed essendo il mio lavoro di documentarista quello di indagare ed entrare in questi meccanismi, e non esserne spettatore passivo, cerco di raccontare quella che è stata un’autentica rivoluzione culturale, politica ed economica. Partendo da quello che so e che ho vissuto. Ormai nel nostro paese è in atto una guerra è in ballo c’è proprio il diritto all’informazione».

Lei se n’è andato negli anni ’80 dall’Italia, quando Berlusconi aveva “solo” gettato le basi del suo impero. Per questo, ora, riesce ad essere così lucido nel guardare il suo Paese?
«Probabilmente sì, partii per un Paese, la Svezia, in cui venivano trasmessi nelle tv anche documentari di lunga durata, in cui i contenuti e la forma della comunicazione televisiva erano di tutt’altro tenore. E in cui uno scandalo politico è quello del Toblerone: una candidata premier caduta in disgrazia perché con la carta di credito del partito comprò cioccolata e pannolini per i suoi figli: qui la trasparenza è un valore. E, quando io ero ancora in Italia, dei tele-esperimenti di trent’anni fa, delle casalinghe che si spogliavano per le tv private, di Colpo grosso, noi ridevamo. Io e i miei amici mai avremmo pensato che ci sarebbe stata nostalgia per la “buona tv” di Drive In. Si usa spesso l’espressione “la banalità del male”: adesso in Italia è la malvagità del banale ad essere strumento di potere».

La censura si è abbattuta anche su di lei, sul tuo trailer. Come valuta ciò che è accaduto?
«Come una conferma delle mie teorie: se qualcuno avesse scritto su un giornale quello che si dice nel mio trailer, non avrebbe avuto lo stesso effetto. Ma in un mondo in cui lo strapotere delle immagini oscura il resto, diventa pericolosa proprio quella soluzione visiva, lo spot di 30 secondi, lo strumento principe della tv italiana. A Piersilvio Berlusconi dico che la tv si può permettere un film sulla tv, alla Rai che il testo della lettera con cui rifiutavano il passaggio della pubblicità della pellicola è orwelliano. Come questo incubo luccicante in cui vive l’Italia: qui non c’è la cupezza di Orwell, ma un edonismo esasperato, il divertimento come religione».

Berlusconi, ma soprattutto Corona e Mora. L’imperatore, una sorta di Caligola, e i suoi vassalli. Come ha fatto a far aprire così tanto due personaggi come loro?
«Se ti avvicini come uno svedese, sfrutti il fascino dell’esotismo, il loro egocentrismo, spesso molti abbandonano la prudenza. Inoltre io li ho seguiti per molto tempo, è il mio metodo di lavoro. Così ho fatto anche con il regista del Grande Fratello, quello che ci rivela che Berlusconi odia il verde e le scenografie delle sue reti devono eliminarlo ovunque sia (e che rivela che il GF chiude prima se il premier è da Vespa o su altri canali- ndr). Il mio non è un attacco nei suoi confronti, ma a tutte quelle regole che sono scomparse durante la sua epoca. Corona, che ha capito meglio di altri che conta più l’emozione che susciti alla tv piuttosto che la verità, si è fatto passare per un Che Guevara mediatico con quel discorso ai microfoni che lo attendevano fuori dal carcere. Come accadeva a Guantanamo: le nostre guide avevano visi angelici e sorrisi perfetti, frutto di un casting. Loro dovevano convincerti che lì non succedeva nulla».
 
La tv è cattiva, il cinema è buono? Non sarà troppo semplicistico?
«No, anzi, spesso la strategia berlusconiana muove da soluzioni molto cinematografiche. Il punto è che non è il mezzo ad essere in discussione né chi vi lavora - ho amici che spesso mi dicono “la tv è bello farla, non guardarla” -, ma l’uso che se ne sta facendo, il fatto che vi sia un monopolio, un duopolio che si concentra in quella che per l’80% degli italiani (uno dei dati inquietanti citati nei cartelli alla fine del film) è la fonte unica e primaria di conoscenza».


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