acquaesapone Interviste Esclusive
Interviste Esclusive Viaggi Editoriale Inchieste Io Giornalista TV/Cinema A&S SPORT Zona Stabile Rubriche Libri

Giuseppe Tornatore: ecco il film della mia vita

Mentre ricomincia la sua corsa all'oscar, ci racconta il suo viaggio che ha avuto inizio a Bagheria

Lun 26 Ott 2009 | di Boris Sollazzo | Interviste Esclusive
Foto di 4

Giuseppe Tornatore è colui che ha portato il nuovo cinema italiano in paradiso. Proprio vent’anni fa, con l’Oscar che il suo indimenticato “Nuovo Cinema Paradiso” vinse conquistando il mondo. Cineasta dalle ambizioni grandi quanto la sua anima popolare, uomo schivo e gentile, ha forse anche portato il peso di un successo così clamoroso (qualcosa del genere è successo anche a Salvatores, che ha reagito rifiutando ogni gabbia). Ora Peppuccio ci riprova con “Baarìa”. Scelto per rappresentare l’Italia dopo il clamoroso “buco” veneziano (nessun premio), tenterà di trovare compagnia alla statuetta già in bacheca.
Eccitato e felice di questa nuova opportunità, perché torna a Hollywood con il film più amato e privato, quello che lo ha visto ricostruire la sua vita, il suo luogo di nascita e dell’anima, Bagheria. Tanto da far commuovere l’anziana mamma - ha ricostruito perfettamente il paese com’era -, tanto da ritornare lui stesso in quegli anni, in quei posti.

Togliamoci subito il dente. Berlusconi, in versione presidente critico cinematografico, ha definito “Baarìa” un capolavoro.

«E forse questo è stato controproducente, chissà. Detto questo, che il presidente del consiglio facesse anche questo mestiere non lo sapevo… spero solo che non sia solo la battuta “anticomunista” ad essergli piaciuta, comunque, il film è molto più complesso. Scherzi a parte, ha detto bellissime parole, anche se con un tempismo non molto felice. E comunque il film ha avuto una splendida accoglienza a Toronto, come a Venezia, solo che al Lido non è arrivato il premio».

Forse è anche colpa di un rapporto da sempre difficile con la critica italiana?

«Dovresti chiederlo ai critici, ti pare? Comunque questo è stato uno dei miei film meglio recensiti, anche se le stroncature, in un paese polemico come il nostro, fanno più notizia. Può accadere, le giurie e i riconoscimenti, vale in tutti i casi, hanno logiche loro non sempre legate all’ottima o pessima qualità del film. Molti dicono che il cinema italiano non passi da diversi anni a Venezia, altri che pellicole popolari hanno vita dura, ma personalmente non credo a nessuna delle due ipotesi. Nel mio caso fa un certo effetto perché era da un po’ che registi già pluripremiati venissero al Lido, e così ha fatto “scandalo” tornare a mani vuote, eppure i grandi maestri che a Cannes sono tornati a casa senza premi non hanno sconvolto nessuno».

Diceva che Baarìa sarebbe stato il suo ultimo film. O andrà in pensione troppo presto o ci ha mentito!
«Ho mentito a voi e a me stesso. Perché lo penso da almeno 20 anni, e addirittura qualche anno fa ritrovai i miei filmati amatoriali che girai all’età di 10 e 11 anni e decisi che li avrei messi sui titoli di coda di questo film. Solo che non credevo ce l’avrei mai fatta e ora sono felice, anche se stanchissimo (tre anni di lavorazione, 25 milioni di euro di budget): questo è il mio film più sincero e personale, il film della mia vita».

Lei racconta il Novecento, il mondo moderno, con gli occhi di un appassionato uomo della provincia siciliana: come mai?
«Forse perché la realtà raccolta di un paese rinchiude in sé un mondo intero, ma più semplificato. Lì, capire bene e male, essere o avere, apparire e non apparire, le sorprese e le delusioni della vita, è immediato. Andando avanti e indietro per le vie della mia Bagheria (ricostruita in gran parte a Tunisi - ndr) ho imparato più che in qualsiasi altro luogo, più di quanto il mondo intero possa insegnarti. Era Stendhal, se non sbaglio, che diceva: “se vuoi raccontare il mondo, racconta il tuo paese”. E Brancati scriveva che “bisogna essere nati in Sicilia per comprenderne i difetti fino alla commozione”. E Sciascia chiosava: “Si è siciliani con difficoltà”».
 
Il suo cinema è popolare e d’autore, questo disorienta molti. Anche lei?
«La verità è che alla fine si parla e si mostra quello che si ha dentro. Sogno e fantasia, dramma e commedia, violenza e sentimenti vengono dai posti, dell’anima e geografici, in cui sei nato, cresciuto, vissuto».
 
Dopo vent’anni ancora in corsa verso l’Oscar, che sensazioni?
«Sono emozionato, fiero della designazione quasi unanime della commissione dell’Anica, ho voglia di ringraziare tutti, da coloro che hanno permesso la realizzazione del film a chi ci sta facendo intraprendere questa nuova avventura».

Una delle frasi più belle del suo film è “forse abbiamo un caratteraccio perché vorremmo abbracciare il mondo, ma abbiamo le braccia troppo piccole”
«E sai perché la amo tantissimo anche io? Perché solo una persona onesta, pulita, pura può dire una frase del genere. In quelle parole c’è un uomo che ammette i propri limiti, c’è la sua superbia nel volere superarli ad ogni costo, c’è il cuore. E la cosa più bella è che tutti i suoi significati, molteplici, sono positivi. Non è una frase di sconfitta».

E non è un perdente neanche il protagonista. Un povero ma bello?
«Per questo, per esempio, è sempre molto elegante. Avendo pochi mezzi, recupera la sua dignità presentandosi sempre bene, dando al suo portamento, al suo modo di vestire un significato politico. Perché lui è un comunista pieno di ideali e che da questi viene in parte deluso, perché, qualsiasi cosa accada, come il padre e il nonno non rinnegherà mai i suoi principi, la sua lealtà. Lui ama onestamente, protesta onestamente, fa politica onestamente. E in un periodo in cui la politica e i politici non vogliono più cambiare il mondo, fa bene una persona così limpida. Mi ricorda me stesso quando nel 1979 ero il più giovane nel consiglio comunale, iscritto al PCI».
 
Un film sulla memoria. Persa, ritrovata e coltivata. Un film sul passato. E ora il suo futuro quale sarà?
«Intanto considererei una splendida vittoria arrivare nella cinquina degli Oscar. Poi vedremo, per ora Baarìa è un bel presente. E che sia un film della memoria ne sono fiero. Volevo ricordare e volevo che il film facesse pensare a quanto si è perso nel nostro Paese da quando la politica è sfiducia, corruzione, mancanza di progetti. Invito a utilizzare la memoria come elemento e spinta di riflessione per usarne i valori nel nostro presente, proiettandoli verso il nostro futuro, in funzione del futuro. Ne abbiamo bisogno». 

 


IMPEGNO CIVILE E POESIA
Impegno civile e poesia, ecco quello che Tornatore ha cercato e voluto da sempre. Nato a Bagheria nel 1956, nel 1984 collabora con Giuseppe Ferrara ai “Cento giorni a Palermo”. Due anni dopo debutta con “Il camorrista”. Vince il Nastro d'Argento e incontra Cristaldi, con cui nasce “Nuovo Cinema Paradiso”, vincitore a Cannes e trionfatore all’Oscar. Nel 1990 dirige Mastroianni in “Stanno tutti bene”, nel 1994 gira “Una pura formalità”, con Roman Polanski e Gérard Depardieu, nel 1995 “L'uomo delle stelle”. Seguirà “La leggenda del pianista sull'oceano” con Tim Roth. Nel 2000 arriva “Malèna”, nel 2006 gira “La sconosciuta”. Ora “Baarìa”.                                   
 


Condividi su:
Galleria Immagini