acquaesapone Interviste Esclusive
Interviste Esclusive Viaggi Editoriale Inchieste Io Giornalista TV/Cinema A&S SPORT Zona Stabile Rubriche Libri

Renato Zero. In realtà nasco timido

A volte mi sono arrabbiato con Cristo

Lun 26 Ott 2009 | di Angela Iantosca | Interviste Esclusive
Foto di 6

Il primo ricordo che ho di lui risale ad un periodo della mia vita in cui ancora non sapevo parlare. E le sensazioni che mi porto dentro sono quelle che leggevo negli occhi di mia madre (una inconsapevole sorcina): divertimento, stima, ammirazione per un istrione, un provocatore, un trascinatore che con la sua musica e la sua creatività ha raccontato di sé, ragazzo cresciuto in una  borgata romana, e del mondo che lo accusava di essere uno “zero”.
Oggi, a più di quarant’anni dal suo esordio, Renato Fiacchini (in arte Zero) è in tour per presentare il suo ultimo lavoro discografico uscito lo scorso marzo.

Cominciamo proprio da “Presente” e dal presente: come è nato e perché questo titolo?
«è un album che guarda al passato con un certo distacco, che mi consente di fare un bilancio con obiettività. Si è sempre tolleranti con il proprio passato, perché questa cosa ci fa stare in pace con noi stessi. Invece, io ho voluto affrontarlo, facendone un’analisi intelligibile, comprensibile a tutti. E devo dire che, da questo esame, esco meno ferito e tumefatto di quanto avrei pensato. Di solito, quando uno va in soffitta, si trova a tu per tu con la polvere e il tempo che fanno sempre i loro danni. Invece sono stato felice di andare a rimuovere quella polvere e ora mi sento più sereno nel fare. Con questa visita, sono sceso nell’”archivio della mia coscienza”, che è anche il titolo di una mia vecchia canzone. E questo mi permette di partire, oggi, con una nuova energia positiva».

Per la prima volta nella storia della musica italiana, un artista non si è avvalso di una major o di una etichetta indipendente per la produzione, il marketing e soprattutto la distribuzione del disco. Infatti hai affidato tutto a Tattica, la tua etichetta: perché hai fatto questa scelta?
«Ho deciso di abbandonare le major per sentirmi libero. E, grazie a questa scelta, mi sto riossigenando. Mi sento più autonomo, più me stesso, più in grado di gestire la mia musica. è stata una benedizione, come darsi una pacca sulla spalla!».

Nelle canzoni ti rivolgi spesso ai giovani: come è cambiata la gioventù rispetto ai tuoi esordi?
«La mia generazione era forse più compatta. C’era una grande complicità a 360°. La forza degli hippy era nelle scelte che avevano trovato militanza ovunque. Erano movimenti compatti: basta vedere Woodstock e l’isola di Wight. E anche l’Italia, con grande energia e complicità, si muoveva in modo collettivo. Non si era soli come oggi. Quella dei giovani del 2009 è una solitudine dettata anche dal computer che isola. è una gioventù sicuramente autosufficiente, ma è uno stato che forse fa anche male. E la stessa cosa si vede nella musica, dove è venuta meno la moltitudine, il lavoro di gruppo. Nella musica ormai c’è una sola testa, un solo pensiero, un solo arrangiatore. Perché il gruppo è stato sostituito dal computer, dalle tecnologie».

La tua gioventù?
«Ho lavorato moltissimo, sin da giovane (il primo contratto lo stipulò a 14 anni con il Ciak di Roma per 500 lire al giorno – ndr). Il gioco per noi era la professione. Ho sposato presto la musica e il palcoscenico. Ed anche oggi, il mio lavoro è un gioco. Il gioco per me è stare in equilibrio tra il palcoscenico e la vita ed è questo che mi mantiene giovane (ride – ndr)».

Come era la Roma dei tuoi esordi?
«Roma era un enorme concerto di rioni, di giovani di quartiere. Se si entrava a Centocelle, si incontrava una Roma che non era quella di Primavalle o di San Basilio. Eppure era una periferia molto prossima al centro. Io sono nato nel ’50 e già nel ’60 sono cominciati i grandi esodi dal centro verso la periferia e questo perché nelle nuove costruzioni veniva garantito il bagno in casa invece che sul ballatoio. Per riappropriarsi di un linguaggio vero bisognava andare fuori porta, dove si era lontani dal Colosseo, ma dove viveva la romanità autentica. Io ho avuto la fortuna di saggiare la magia di una Roma in cui l’aristocrazia si confrontava con il popolino. E i confronti erano scontri verbali sonori, ma anche amichevoli. Erano differenze che creavano imbarazzo: i nobili avevano le chiavi dell’architettura, il popolo era al loro servizio. Ma senza popolo i nobili non avrebbero potuto fare niente».

Perché hai cominciato a cantare?
«Nella musica ho trovato il linguaggio migliore per esprimermi e per farmi capire dagli altri. E poi mi sono affezionato a quel modo di comunicare. Io, in realtà, nasco timido con delle grandi insicurezze: il trucco, l’eccesso nel vestire era un modo per mascherare questo modo di essere. Lo spettacolo era il modo migliore per parlare di me».

Nella canzone ‘Il sole che non vedi’ parli dell’oggi in cui “La violenza è il nuovo vangelo, ma Cristo non c'è”: che rapporto hai con la preghiera e con Cristo?
«Con Cristo ho un rapporto molto personale. Se mi trovo nella moltitudine, in una occasione pubblica, con dei fedeli, durante una funzione, prego con serietà e partecipazione. Poi, quando sono solo, con Cristo ho un mio dialogo. Con Lui, da giovane, mi sono spesso arrabbiato. Vedevo cose che non mi piacevano. Lo ponevo al di sopra di tutti e di tutto, ma ciò che vedevo non me lo rendeva simpatico. Da piccolo ho perso degli amici miei coetanei e allora mi domandavo: come può essere buono un Dio che permette che dei bambini muoiano? Mi guardo intorno oggi e capisco che la cattiveria dell’uomo è più forte della bontà di Cristo. Il cancro non è colpa di Cristo. Siamo noi, è la nostra cattiveria a produrlo. E i pedofili? Secondo te Cristo li ama? Sono suoi figli? è colpa Sua se esistono? Anche loro sono il prodotto della cattiveria umana. Poi, un giorno, di fronte alle nostre colpe, alla fine di tutto sarà la Sua bontà a trionfare».

Da ottobre sei in giro per l’Italia con lo “Zeronovetour”:  dove ti porterà?
«Il tour mi riporta a casa. Devo riconoscere che il grande merito di questo lavoro è che ti fa conoscere un’Italia insospettabile. Se tutti potessero viaggiare spesso, scoprirebbero delle persone, dei luoghi, degli angoli meravigliosi del nostro Paese».

Il popolo dei sorcini: cosa hai fatto sino ad ora per non tradirlo?
«Non li ho mai traditi, perché tradirli sarebbe stato un incredibile autogol. è tutto partito da loro, da quel gruppo sparuto di ribelli spettinati: sono loro la mia famiglia».

In una intervista hai detto che “Coerenza significa rispetto per chi ti ha insegnato a vivere”: come sei stato coerente sino ad ora?

«Chi mi ha dato la vita è qui, presente, ed è il motivo portante di questa mia esistenza. Tutto ciò che mi muove mi porta a loro costantemente, anche se il nostro, ormai, è un rapporto senza abbracci (entrambi i genitori sono scomparsi: la madre, Ada, era infermiera, il padre, Domenico, poliziotto – ndr). E la coerenza mi è stata in qualche modo da loro suggerita e proposta. Poi, con gli anni, ho capito che tutto sommato, anche le deviazioni sono importanti: essere troppo chiusi, legati ad un protocollo a certe regole non fa bene. Non a caso genio e sregolatezza sono il peso e la misura di una vita che deve essere fatta di sobrietà ma anche di eccessi. Penso che sia importante lo sfogo, la ricreazione una tantum che può essere utile ad impedire  alle persone morigerate di prendere un giorno un coltello e di far fuori la propria famiglia. Meglio esercitare di tanto in tanto un po’ di eccesso. A me hanno sempre suggerito questa cosa: quando sei incavolato con la vita, vai in un campo ed urla. Credo che anche Cristo abbia fatto questo da quella croce: ha urlato il suo dolore».

Le tue canzoni, come “L’ormonauta”, parlano spesso di amore: è il motore della tua vita?
«L’amore è stato ed è importantissimo. Ma con il tempo ho cominciato ad affezionarmi al bene perché l’amore è una scelta drastica che spesso ci allontana da altri sentimenti e rischia di imprigionarci. Per me sono importanti anche la tenerezza, la preoccupazione che si prova verso qualcuno, lo sguardo che rivolgiamo a qualcuno che sta dormendo, il senso di tutela e protezione che proviamo verso chi vogliamo bene o verso chi è indifeso. Credo che siano importanti questi piccoli ingredienti. L’amore sta alla felicità come il bene alla serenità. Io ho paura dell’amore e della felicità. Io voglio la serenità. L’amore, la felicità sono dei picchi che mi spaventano. Quanto può durare il nirvana?».  
               
Il tempo è inclemente e Renato deve tornare alle prove per il tour. Vorrei ascoltarlo ancora, sentire la sua voce mentre dipinge con pennellate leggere la sua vita... Ma è il momento dei saluti. E, mentre si allontana, mi sembra di sentirlo cantare “T'incontrerò, ti rivedrò, tutto è possibile...”.     

 


ZERONOVETOUR
Lo “Zeronovetour”, cominciato lo scorso 16 ottobre, prosegue sino a dicembre. Molte le date già sold out.
PROSSIME DATE
6 novembre Bologna      
9 - 10 novembre Ancona         
13 - 14 - 16 - 17 novembre Roma 
19 - 20 novembre Eboli (Sa)    
23 - 24 novembre Genova   
26 novembre Mantova 
29 - 30 novembre Torino    
4 - 5 dicembre Padova  
11 - 12 - 14 dicembre Milano
21 - 22 dicembre Roma
 


Condividi su:
Galleria Immagini